“Dopo un presidente nero degli Stati uniti; dopo un tornitore meccanico presidente del Brasile; ora una donna presidente di questo nostro paese, il Brasile!”. A questa dichiarazione Lula ne fa seguire un’altra non meno impegnativa, coerente con la sua vita, quando dichiara di non voler “ modificare la Costituzione che gli avrebbe permesso la candidatura per un terzo mandato”.E’ tempo di elezioni in Brasile. A ottobre si voterà per il nuovo presidente, per i governatori degli Stati che compongono la Federazione brasiliana, per eleggere i deputati  della Camera federale, ed una parte dei membri del Senato.

Convergono i sondaggi che attribuiscono a Lula quasi l’80% di gradimento degli elettori brasiliani alla conclusione di otto anni di governo; e ciò potrebbe favorire la elezione a nuovo presidente del Brasile di Dilma Rousseff, attuale ministro della “Casa Civile”. Un ruolo inedito e sconosciuto in altre realtà governative questo del ministro della Casa civile, paragonabile alla funzione di coordinatore del governo, di un primo ministro in uno stato che, va ricordato, è di natura federale.

In recenti sondaggi Dilma sembra essere favorita rispetto al concorrente della destra, Serra. Beneficiando del riflesso del prestigio di Lula, che l’ha candidata, potrebbe essere eletta già al primo turno contrariamente a quanto è successo in Cile, dove l’altrettanto positivo giudizio nei confronti della presidente uscente Bachelet, non è stato  trasmesso a Frey, battuto dal candidato delle destre.

Ma la valutazione dei risultati degli anni del governo Lula non vale solo per in Brasile, paese emergente entrato a far parte del gruppo dei paesi del “BRIC”(Brasile, Russia, India Cina): come affermano i commentatori internazionali (la rivista Time l’ha collocato fra gli uomini più influenti del mondo) l’ex sindacalista metalmeccanico, presidente del maggiore paese dell’area latino americana e caraibica, questi riconoscimenti sono meritati anche per quanto ha fatto nella recente attività internazionale.

Personalmente non avrei scommesso che Lula potesse affermarsi anche come personalità politica internazionale. E’ pur vero che il Brasile con il 50% del territorio è il maggiore del continente sud; produce il 50% del Pil, ed ha il 50% della popolazione, con una rilevante capacità industriale grazie ad una importante  presenza di imprese multinazionali, specie nell’area paulista, ma ciò preesisteva alla elezione di Lula. Il fatto è che Lula ha saputo, primo presidente brasiliano, rivolgere l’attenzione ai poveri, a rappresentarli, porre le immense risorse del paese al servizio di un obiettivo ambizioso quanto temerario: includere milioni di afro-brasiliani ai diritti di cittadinanza; poveri, disoccupati, favelados, prima  esclusi da ogni minimo diritto!   

Dopo la visita in Iran con il primo ministro turco Erdogan per dissuadere Ahmadinejad  dalla tentazione di produrre armi atomiche, usando acquisizioni di tecnologie nucleare per usi pacifici, anche in Israele gli è stato riconosciuto il titolo di “profeta del dialogo”. Il ruolo di Lula è stato ovunque rilevante: con Obama sui temi dell’America latina, per esempio. Riconosciuto mediatore anche in quel contesto dove le anacronistiche proposte di Chavez, il presidente venezuelano, sembrano raccogliere consensi nel proporre un movimento di pseudo socialismo bolivariano,  fomentando conflitti di frontiere con la Colombia, a causa di sconfinamenti militari di questo paese nel perseguire le Farc, le formazioni guerrigliere della sinistra marxista che Chavez è accusato di favorire.

Ciò che spiazza maggiormente Chavez, Correa ed Ortega nel loro intento di cambiare la costituzione, è il fatto che Lula abbia respinto quella tentazione della presidenza vitalizia, eredità di un passato di governi inamovibili, di netta impronta dittatoriale che scomparsa in quasi in tutto il continente, è ancora presente a Cuba e in qualche paese asiatico come la Corea del Nord.

E’ importante che Lula alla fine del suo mandato presidenziale rompa, non con le parole, ma con i fatti, gli stereotipi che da sempre caratterizzano le realtà latino americane:  lo sviluppo di una sana e democratica alternanza al potere è tutt’uno con quel sindacalismo nel quale è cresciuto e maturato. Decisivo il ruolo di Lula nel rilancio dell’integrazione economica e politica dei paesi del Mercosur, associazione economico-commerciale di alcuni paesi latino americani, sul modello dell’originario Mercato Comune Europeo.

La Bolsa Famiglia, l’assegno attribuito a milioni di famiglie introdotto da subito nel suo programma di governo (per indicare una sola delle straordinarie iniziative del presidente, ha permesso di dare un minimo di alimento quotidiano ai più poveri, con il solo obbligo, certificato, di togliere i bambini dalla strada a mandarli a scuola. Un programma che ha raggiunto obiettivi insperati: milioni di cittadini sono stati inclusi nei diritti di piena cittadinanza. Per non tacere il fatto che con i bambini sottostanti all’obbligo scolastico, si è ridotto il potenziale reclutamento di giovani alla manovalanza della criminale organizzazione del narco-traffico.

La maggiore domanda indotta dalla “Bolsa famiglia” ha incrementato la creazione di nuovi posti di lavoro. Nell’anno più critico peggiore della crisi mondiale, il 2009, agendo in controtendenza e investendo ingenti risorse, è riuscito a creare 1,9 milioni di nuovi posti di lavoro  con un Pil dimezzato rispetto agli anni precedenti, da anni consolidato intorno al 5/6 %. E ciò mentre la crisi mondiale lo vedeva regredire in altri paesi più sviluppati in Europa e negli Stati Uniti.   

Nel vertice di agosto dei 4 paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay), si è confermata l’intenzione di proseguire nell’integrazione economica e politica rafforzando il ruolo politico continentale dell’Unasul, l’Unione delle nazioni Sudamericane.

A Dilma Rousseff, figlia dell’emigrante bulgaro Pedro Rousseff, e di madre brasiliana di origine portoghese, candidata a succedere a Lula, il nostro augurio di successo.
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