In Sicilia, domenica 6 novembre, ha votato solamente il 46,66% degli aventi diritto, solo 2.085.075 si sono recati alle urne per scegliere i 70 componenti del Consiglio Regionale, nonostante fosse consentito il voto disgiunto e le preferenze.(v. nota allegata). Ad Ostia, XIII Municipio di Roma con 231.000 abitanti, si sono recati alle urne, complice il nubifragio, solo 1 su tre degli aventi diritto, o, il 36,1% pari a 67.027. (v. nota allegata). Perché così pochi vanno a votare? Gustavo Zagrebelsky nell’intervista del 6 novembre (v.allegato) afferma che siamo entrati nella “stagione dell’impolitica” quando “ non si crede più, per più motivi, neppure al populismo”.

L’intervista, a cura di Giuseppe Sargiullo, su La Stampa, inizia così.

«A differenza di qualche anno fa, oggi vedo più impolitica che antipolitica». Così Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, interpreta la stagione politica che volge alle elezioni.

Qual è la differenza? «L’antipolitica è un’energia che può essere mobilitata “contro”: i partiti, i politici di professione, la democrazia parlamentare. Non è un caso che il populismo sia antipolitico e mobilitante. In un certo senso, è un atteggiamento attivo. L’impolitica è l’esatto contrario: è un atteggiamento passivo, di ritrazione, di stanchezza. Un modo di dire: lasciatemi in pace».

Quali sono i segnali di questo cambiamento? «La si può misurare con i numeri sempre più scarsi di coloro che scendono in piazza, che seguono i talk show politici, che vanno a votare. L’impolitico è pronto a sopportare qualunque cosa. L’antipolitico, invece, è disposto a mobilitarsi. Si potrebbe dire che l’impolitica è la fase suprema dell’antipolitica, quando non si crede neppure più al populismo».

Abbiamo visto le conseguenze dell’antipolitica. Quali possono essere quelle del diffondersi di sentimenti impolitici? «L’astensionismo non è solo quantità, ma anche qualità. Favorisce la corruzione di quel che resta della politica, poiché inaridisce il voto d’opinione, mentre gli scambisti di voti e favori non si astengono di certo. Dunque cresce l’incidenza percentuale del consenso ottenuto con metodi collusivi. Mi stupisco che non ci sia allarme. Il silenzio della classe politica è forse un segno di accondiscendenza?».

La politica italiana si divide da tempo sui sistemi elettorali, le preferenze sono diventate bandiere che evocano alternative radicali ma sono sostenute per ragioni, quasi sempre di “bottega”. E’ probabile che le ragioni per fare parte dell’area sociale dell’antipolitica e dell’inpolitica sulle quali si è soffermato Zagrebelsky siano anche da ricercare nella sfiducia su come opera il Parlamento, che nella legislazione in corso si è caratterizzato con un numero impressionante di parlamentari che hanno cambiato il gruppo politico con il quale erano stati eletti, diversi di essi anche più volte. Su 945 eletti (Camera e Senato) sono stati ben 533 i trasferimenti da gruppo a gruppo. Un fenomeno che corrode l’ABC della politica, che a buon ragione viene , per la stragrande maggioranza dei casi, bollato come una pratica di “voltagabbana”. (v.allegato articolo de Il Giornale)

C’è chi, come ad esempio il M5S, propone come rimedio l’abolizione dell’articolo 67 della Costituzione che recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato ». E’ questo un caposaldo della democrazia liberale e pluralista in Occidente. E’ stato concepito perché i deputati esercitino la loro rappresentanza in forma libera e nell’interesse del bene comune, dell’intera Nazione e non vincolato all’interesse di singoli gruppi di cittadini, e ancor meno ad essere diretti dai rispettivi partiti. Fu concepito e scritto per garantire la libertà di espressione più assoluta ai membri del Parlamento italiano. Il vincolo che lega un parlamentare agli elettori assume, invece, la natura di responsabilità politica.

L’assenza di vincolo di mandato rende però possibile per i parlamentari il passaggio a un gruppo parlamentare diverso da quello originario dell’elezione.

E’ confacente ciò allo spirito della norma, alle motivazioni che hanno giustificato quel testo dell’art 67 all’alba della nostra Repubblica?

La pratica italiana più che essere ispirata alla libertà di mandato e un libertinaggio per procacciare favori in cambio di voti, proprio ciò che lo spirito dell’art.67 vuole impedire.

Allora? Anziché modificare l’art. 67,un caposaldo della Costituzione, si può fare prima e meglio ciò che altri parlamenti europei già fanno, ovvero definire una breve e chiara norma nei Regolamenti di Camera e Senato che non consente la formazione di gruppi parlamentari, nel corso della legislatura, diversi da quelli che si sono presentati alle elezioni; inoltre non consentire ai parlamentari eletti di passare da un gruppo ad un altro.

I partiti sono restii ad affrontare questo elementare problema per la salute della nostra democrazia rappresentativa. Il sindacato italiano, con i suoi oltre 12 milioni di iscritti, potrebbe assumere un’iniziativa in totale autonomia. Democrazia istituzionale rappresentativa e democrazia sindacale non possono ignorarsi, pensando ai “fatti” propri. E’ un ragionamento logica ma non scontato per essere tradotto in iniziativa. La democrazia sindacale soffre anch’essa da tempo: nel sindacato è diffusa e prende sempre più piede la scomparsa dei congressi di base degli iscritti, o una pratica fraudolenta di congressi “fantasma” in fotocopia. Anche qui tradendo spirito e sostanza di chiare norme Statutarie. Anche questa negativa realtà contribuisce ad alimentare l’inpolitica, la non voglia a partecipare. Quanti milioni di elettori con tessera sindacale non vanno più a votare?

Sarebbe un buon passo contro l’antipolitica e l’inpolitica descritte da Gustavo Zagrebelsky .

Allegato:
la_stagione_dellimpolitica_zagrebelsky_stampa.doc
parlamento_trasformista_ilgiornale.pdf
sicilia_sistema_eletorrale_e_risultati.doc
nota_sul_voto_a_ostia_5-11-17_2.doc
dati_elettorali_2015-17_riepilogo_astengo.doc
uffpost_commenti_in_sicilia_muore_il_nazareno.doc

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