Rispettare le leggi è un obbligo. Sempre? Anche quando violano principi costituzionali e sono in gioco valori ultimi come la vita e la dignità delle persone? Dai tempi della rivolta dell’Antigone di Sofocle è il grande dilemma del diritto. Ma senza il coraggio non può esserci libertà. Gustavo Zagrebelsky, su La Repubblica, così inizia. Appellarsi alla legge è, di norma, la difesa contro l’arbitrio, la violenza e la paura. Le leggi, dicevano gli antichi, sono mura che proteggono la città. Perciò, alle leggi si deve ubbidire. Lo dice, come cosa ovvia, anche l’articolo 54 della Costituzione. Ubbidire sempre? Anche quando la legge legalizza arbitri, violenza e paura? Davvero la Costituzione immagina, come ideale, una massa d’individui passivi, marionette mosse dai fili tenuti in mano da un burattinaio-legislatore? Ubbidire anche quando lo Stato di diritto si trasforma in “Stato di delitto”, secondo la celebre espressione di Hannah Arendt a proposito dei regimi totalitari dell’Europa tra le due guerre? La questione ha un aspetto morale e uno giuridico.

Dal punto di vista morale, da sempre si discute del rapporto tra i doveri di coscienza e i doveri legali. Basta ricordare Antigone e la sterminata riflessione che s’è svolta nei secoli sul diritto di resistenza e sulla disubbidienza civile. C’è, però, anche l’aspetto strettamente giuridico: nel nostro sistema costituzionale, alla legge si deve ubbidienza incondizionata fino al momento in cui essa, eventualmente sia abrogata o dichiarata incostituzionale? Insomma, valgono oggi illimitatamente gli assiomi legalistici: ita lex, e dura lexsed lex? (…) per proseguire aprire l'allegato

 

Allegato:
quando_disobbedire_e_una_virtu_zagrebelsky.doc

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