Qualche anno fa la Commissione Interamericana per i Diritti umani collocava Colombia, Cuba, Haiti, Honduras e Venezuela nella lista nera per la violazione dei diritti umani. L’ultimo paese incluso nella lista è l’Honduras,  a causa del colpo di stato del 28 giugno scorso, seguito dall’imposizione dello stato di eccezione, torture ed esecuzioni sommarie di oppositori, uso sproporzionato della polizia e dell’esercito nella repressione delle manifestazioni pubbliche, con numerose vittime civili.

Così la repressione in Venezuela cui la Commissione Interamericana imputa il potere punitivo delle stato nel colpire il diritto di opinione, impedendo a personalità dell’opposizione di assumere cariche pubbliche.

Non meno pesanti le censure alla Colombia per l’uso di gruppi armati illegali, spesso connessi al narco-traffico, che vengono usati anche per colpire “difensori dei diritti umani, oppositori e popolazioni inermi”.

Infine Cuba. Traggo dall’intervista di Gianni Minà a “L’Unità” dell’11 settembre:   rispondendo alle domande del giornalista minà commentava le recenti – per il momento in parte solo dichiarate – aperture di Fidel Castro alla democrazia e al dialogo con gli Stati Uniti. Ritornato sulla scena politica dopo una assenza di cinque anni durante i quali il paese è stato governato dal fratello Raul, l’impaziente fratello minore candidato da mezzo secolo a succedergli (non si conosce se vi sono figli in attesa nella famiglia per eventuali trasmissioni del potere da padre a figlio e a nipote, come nel caso nordcoreano considerata la ormai cinquantennale presidenza vitalizia), Minà considera una battuta autoironica l’autocritica di Castro sul modello cubano che non funzione più neanche d”, seppure seguita dalla smentita sono stato frainteso…”.

Minà non sembra però accorgersi del movimento delle Dame Bianche, mogli e parenti degli oltre trecento imprigionati per “delitti di opinione”, con morti per lo sciopero della fame, estrema protesta contro un regime che continua ad impedire i più elementari diritti civili e politici, compreso quello di pensare diversa,ente dal regime. Critica invece “Amnesty” affermando  che: “Nell’ottanta per cento dei prigionieri di coscienza” di cui parla Amnesty, liberati in seguito all’intervento del ministro degli esteri spagnolo Moratino, vi erano in realtà parecchi criminali comuni che negli Stati Uniti sarebbero stati condannati a trent’anni di carcere”. E’ il solito strabismo dell’acritico esperto italiano di Cuba.

Mi ricordo l’accesa discussione avuta con lui a Vicenza qualche anno fa, in occasione di un dibattito organizzato dalla Fim vicentina sul tema di Cuba quando si ostinava a negare che a Cuba ci fossero prostituzione e fame e sosteneva che non fosse vero che il regime tollera per incassare dollari”.

Cuba tuttavia si muove e cambia lentamente . Sono i primi, timidi passi. Ma non con la sostituzione della Cina in luogo della ex Unione Sovietica come puntello economico. Lo riconosce anche Minà. La disastrosa situazione economica e politica cubana attuale non reggerà ancora per anni. Solo un regime di libertà democratiche potrà favorire una non facile transizione e la ripresa dello sviluppo.

Ciò permetterà la liberazione delle forze creative e produttive capaci di rompere i sedimenti burocratici e autoritari che hanno condotto Cuba alla situazione attuale. Solo così sarà possibile difendere e mantenere il sistema sociale creato in questi anni dal castrismo, recuperando anche gli ideali che furono alla base della lotta anti Batista. Il dialogo con Obama e gli altri paesi latino americani possono liquidare per sempre le pretese di dominio dell’impero americano in quell’area.
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