Umberto Galimberti: «Spaesati tra smartworking e abitudini perse». Savino Pezzotta:«Resistere alla pandemia richiede un impegno creativo»

«Covid: l’umanità è più fragile rispetto a quella uscita dalla Seconda guerra mondiale. Abbiamo una società debole, non abituata alla fatica, alla solidarietà». Walter Veltroni, su  Il Corriere della Sera, pubblica l’intervista al filosofo Umberto Galimberti su quanto accade alle persone quando lo spaesamento e l’angoscia si diffondono e contagiano, quando si perdono le abitudini del vivere, quando l’angoscia apre grandi varchi al  ribellismo, o alla rassegnazione, o alla disperazione con esplosione di episodi di rabbia.

Savino Pezzotta, sul suo blog, racconta «In questo ultimo mese con la ripresa del contagio del virus Covid 19, sono entrato in  una sorta di inerzia intellettuale. Ero colto da un profondo senso di impotenza da cui mi sono ripreso e mi sono posto la questione se siamo in grado di risolvere la questione che ci angustia. Credo di sì. Gli uomini si pongono solo questioni che possono affrontare e che spesso i grandi traumi collettivi -gli shock comunitari – riescono a generare vere e priorie ondate di reazione che sfociano in forme di  creatività diffusa. Oggi tutti noi possiamo cogliere  l’impulso generativo di una situazione sicuramente  “stressante”. Sappiamo che in contesti di disastro, di calamità naturale, economica e sociale, di guerra il nostro spirito si muove verso la loro fine e mette  le  comunità umane nella condizione di andare oltre per rimettere in campo quelle energie ancestrali che hanno permesso all’umanità di rialzarsi dopo ogni scampato pericolo (…)». per continuare aprire l’allegato

Così iniziano le risposte del filosofo Umberto Galimberti. «Nella prima parte, con il lockdown di marzo, quella che si era verificata era una sorta di angoscia. Che non è la paura, perché la paura è un ottimo meccanismo di difesa. Vedo un incendio, scappo. Ha come oggetto qualcosa di determinato. Mentre l’angoscia non ha qualcosa di nitido davanti a sé. È quello che provano i bambini quando si spegne la luce nella loro stanzetta e loro non sono ancora addormentati.La sensazione spiacevole di non avere più punti di riferimento. Sia Heidegger, sia Freud che neanche si conoscevano, o quantomeno non si erano reciprocamente letti, definiscono l’angoscia il nulla a cui agganciarsi. Durante la prima crisi l’angoscia per la minaccia costituita dal rischio del contagio – chiunque poteva infettare chiunque – ha generato angoscia e consentito, per reazione, una disciplina generalizzata.

Oggi invece, dopo il rilassamento estivo, la stanchezza di essere confinati e una imprevedibile sorta di superficialità nel considerare il pericolo ci hanno fatto ripiombare nell’incubo. E la condizione allora è quella di spaesamento, non più di angoscia. Cosa dobbiamo fare, come ci dobbiamo comportare… Sabbie mobili. È un sentimento che oscilla tra il ribellismo, la rassegnazione e la disperazione non solo dei parenti di coloro che muoiono, ma anche di quelli che perdono il lavoro o chiudono il negozio o l’impresa. Ci si muove in un clima di assoluto spaesamento. Non abbiamo più il paesaggio in cui abitare la nostra vita quotidiana con una certa quiete. Abbiamo perduto la normalità del nostro vivere». (…)

Che cosa può produrre questo spaesamento? «Questo spaesamento finisce per invocare in qualche maniera una forte richiesta di decisionismo. E questa non è la cosa più bella in ambito democratico perché dal desiderio di decisionismo alla clonazione dell’uomo forte il passo è molto breve. Quello che si vuole è che qualcuno riesca a delimitare i confini, per costruire un paesaggio dove si possa vivere con una certa previsionalità ed una certa quiete. E lo spaesamento è una condizione psicologica abbastanza pericolosa. C’è chi invoca il dittatore illuminato, per esempio. Ma non siamo all’epoca di Federico II. E poi dov’è il dittatore illuminato? Questo sentimento attraversa anche parte della sinistra, cioè persone che non sono populiste, ma che non possono sopportare lo stato di incertezza determinato dallo spaesamento».(…)

Si stanno recidendo una serie di fili sociali fondamentali: una persona non va più in ufficio, chiude il suo negozio, non può vedere gli altri. Che effetto può avere questo sugli individui? «Non penso sia catastrofico, la gente vive comunque nell’ipotesi che il contagio non sarà la forma eterna della nostra convivenza. Prima o poi se ne uscirà. Certo che questa sospensione ci mette in uno stato di stand by abbastanza disagevole e non solo perché le attività vengono interrotte. Infatti le attività non sono solo produzione, lavoro, profitto, cose tutte legittime. Ma sono anche “Cosa sto facendo nella mia vita in questa sospensione?”. In quello che prima chiamavamo spaesamento? Noi riusciamo a vivere molto spesso trascinati ma anche rassicurati nelle nostre abitudini quotidiane, e quando queste si interrompono cominciamo a chiederci chi siamo. Questa domanda sarebbe interessante se fosse davvero approfondita. Cosa siamo diventati? Siamo funzionari di apparati che quando si interrompe automaticamente perdono identità? E la nostra identità chi ce la dà? L’apparato? Conta di più il ruolo che noi abbiamo rispetto a chi siamo? Questi sono i sentimenti secondo me appena accennati nell’animo di ciascuno e poi rimossi, perché sono inquietanti. Sarebbe invece il caso che ciascuno, proprio in questa dimensione stagnante, cominciasse a pensare se la sua vita è stata quella che avrebbe voluto oppure se è delegata agli apparati che ti danno, oltre allo stipendio, anche l’identità e tutto il resto».(…)

Con un clic sul sottostante link potete leggere l’intervista con queste domande poste da Walter Veltroni:

  • Che cosa può produrre questo spaesamento?
  • Il distanziamento sociale è sopportabile come condizione esistenziale?
  • Si stanno recidendo una serie di fili sociali fondamentali: una persona non va più in ufficio, chiude il suo negozio, non può vedere gli altri. Che effetto può avere questo sugli individui?
  • Lei non ha la sensazione che viviamo in un tempo in cui le tre dimensioni passato, presente, futuro si siano appiattite in una sola? Cioè si sia persa un po’ la tridimensionalità della vita?
  • È difficile, oggi, il mestiere di vivere, per i giovani…
  • Cos’è in una società il trauma di una guerra o quello, come in questo momento, di una guerra senza armi? È una linea di frattura?
  • Questo pregiudizio crescente nei confronti della scienza dove nasce?
  • L’altro da sé in questi mesi è al tempo stesso un bisogno e una minaccia, sentiamo il peso della solitudine però al tempo stesso, se incontriamo un altro, egli può essere la fonte della nostra malattia. Come disciplinare questa doppia dimensione dentro di sé?
  • Improvvisamente l’uomo moderno, che viveva con un tempo organizzato, scandito e frenetico, si trova di fronte a delle praterie di ore. Quale è il modo migliore per occuparlo?

https://www.corriere.it/cultura/20_novembre_17/covid-umberto-galimberti-spaesati-smartworking-abitudini-perse-f968c878-2838-11eb-bf20-60a0f140fccc.shtml

https://savinopezzotta.wordpress.com/author/savinopezzotta/

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