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Italia: politica, economia, società

80mila mini-appalti!

Pnrr rallentato da 80 mila mini-appalti – Sull’esecuzione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) la trasparenza è simile a quella di una giornata di grande nebbia nella pianura padana. Dovrebbe essere la piattaforma Regis, presso la Ragioneria dello Stato a consentire la consultazione ma è accessibile a pochi. Carlo Altomonte (Università Bocconi) e Andrea Montanino (Cassa depositi e prestiti) – sapendo dove trovare i dati, come ad esempio nella banca dati “Open cup” – hanno fatto emergere quanto Federico Fubini ha sintetizzato nell’articolo “Pnrr rallentato da 80 mila mini-appalti” pubblicato su Il Corriere della Sera, del 9 Maggio 2023, che di seguito riproduciamo.

< Nei piani del Pnrr quasi ottantamila progetti valgono meno di 70 mila euro, il costo di una modesta ristrutturazione in un appartamento di medie dimensioni. Oltre trecento comuni contano almeno trenta appalti del Piano nazionale di ripresa e resilienza per ogni dipendente, uscieri inclusi. A due anni dall’avvio, il più grande sistema di investimenti pubblici mai pensato in Italia da tre quarti di secolo rischia di inciampare su un ostacolo invisibile ed insidioso: la polverizzazione dei progetti, che un tempo andava sotto il nome di «denaro a pioggia».

Com’è noto sull’esecuzione del Piano nazionale di ripresa e resilienza non esistono informazioni trasparenti e complete. La piattaforma della Ragioneria dello Stato che dovrebbe raccoglierle, Regis, è aperta solo ad alcuni addetti ai lavori e comunque a due anni e mezzo dall’avvio di questa sfida per il sistema-Paese non sembra ancora pronta: molti Comuni recalcitrano all’idea di alimentare la banca dati con le informazioni dei loro appalti; preferiscono tenerle per sé lamentando un sovraccarico di mansioni.

Lo stesso governo centrale per ora ha scelto di prendere tempo. Un quadro semestrale della situazione sarebbe dovuto arrivare a fine aprile, ma probabilmente dovrà attendere la metà di questo mese (in parte proprio perché mancano i dati). Persino per indicare i nuovi progetti da sostituire a quelli in ritardo Raffaele Fitto, il ministro degli Affari europei, vuole attendere ancora alcune settimane.

Ora però una finestra sul grande ingranaggio del Pnrr si è aperta. E lascia intravedere una miriade di progetti così piccoli da impegnare un’enorme mole di ore di lavoro delle amministrazioni per un impatto trascurabile: un aspetto dal quale lo stesso Fitto potrebbe voler ripartire, per provare a razionalizzare il Pnrr.

Se si inizia a comprendere qualcosa della struttura dei progetti, lo si deve a Carlo Altomonte dell’Università Bocconi e al capoeconomista della Cassa depositi e prestiti Andrea Montanino. Altomonte ha collaborato con Renato Brunetta, quando questi era ministro della Pubblica amministrazione nel governo di Mario Draghi. Lui e Montanino conoscono gli ingranaggi del Piano e sanno dove cercare: in «OpenCup», la banca dati sui «Codici Unici di Progetto» che contiene tutti i piani basati con relativi enti attuatori e importi.

Ne è uscito uno studio sorprendente del Pnrr Lab della Sda Bocconi, il centro studi animato da Altomonte aperto ad alcuni dei grandi attuatori del Piano e altri operatori come Enel, Ferrovie dello Stato, Intesa Sanpaolo, Adecco o Snam.

La distribuzione a pioggia delle risorse del Piano per opere edilizie non riguarda solo i comuni, ma soprattutto loro. Oltre 50 mila progetti comunali non arrivano ai 70 mila euro di valore e in aggiunta ne esistono ulteriori 26 mila circa di altri enti, anch’essi nella stessa categoria dell’edilizia minima: spostare un muro, rifare degli infissi o un impianto elettrico.

Probabile tuttavia che né il secondo governo di Giuseppe Conte, né quelli di Mario Draghi o Giorgia Meloni abbiano mai avuto la consapevolezza di questa estrema frammentazione. Essa sembra frutto dell’inerzia amministrativa della politica locale che distribuisce il denaro, suddiviso in grandi «missioni», giù per i rami dei territori. Circa 28 mila progetti valgono fra 70 e 180 mila euro, per esempio. Gli appalti più piccoli peraltro sono concentrati non solo nelle regioni tirreniche del Sud (quelle con le amministrazioni più fragili), ma anche in Piemonte, Lombardia, Lazio e Marche.

Altomonte e colleghi mettono in luce il rischio insito in questa polverizzazione: assorbire una quantità di energie burocratiche – bandi, esami, ricorsi – con effetti quasi irrilevanti per il Paese. Decine di migliaia di appalti minimi valgono in aggregato appena due dei 108 miliardi di euro del Pnrr dedicati a progetti di costruzione, eppure impegnano le amministrazioni coinvolte al di là dei loro mezzi.

Esistono invece solo 3.300 appalti del Pnrr da più di cinque milioni di euro e valgono nel complesso 76 miliardi. Così ogni dirigente comunale in Italia gestisce in media oltre tre progetti e fondi per 772 mila euro, ma in alcuni territori – specie del Sud – la sproporzione fra risorse umane e appalti è più accentuata. Quasi 500 comuni contano decine di progetti per dipendente.

Altomonte e Montanino suggeriscono un rimedio: spostare molti dei microprogetti sui fondi europei ordinari, per concentrare le forze sui grandi piani del Pnrr che fanno davvero la differenza. Sembra essere anche l’approccio di Fitto: lo si capirà solo nelle prossime settimane, quando il ministro calerà le sue carte.

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11/05/2023/0 Commenti/da redazione
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