Disordine mondiale

Tito Boeri nell’editoriale “Quando il disordine regna sovrano”, nella rivista Eco, n.4, richiama il vuoto di orizzonte e di prospettive lasciato dagli Stati Uniti, e afferma che l’Europa può guidare un’allenza di medie potenze. Così inizia: << In appena quindici mesi Trump ha scavato un solco profondo con gli alle­ati storici. All’interno ha scardinato il sistema di bilanciamento dei poteri. All’esterno ha minato alla base il diritto internazionale e le istituzioni multi­laterali internazionali. Per non finire nel “menù imperiale” evocato a Davos dal primo ministro canadese, le medie potenze hanno una sola strada: pro­gettare nuovi equilibri e nuove forme di coordinamento a livello planetario nella gestione delle risorse comuni e dei conflitti. L’Europa è il candidato naturale alla leadership di questo processo. Perché è l’unico vero esempio di multilateralismo e perché ha già dato prova di saper affrontare grandi problemi in modo coordinato. E in un periodo in cui la sicurezza torna a essere una priorità, il suo welfare state può rivelarsi una risorsa strategica (…) .

Eco 4 – Aprile 2026 –

Disordine mondiale                                                             

Prosegue << C’è una immagine emblematica dell’eredità che Donald Trump sta lasciando al pianeta. È l’enorme buco scavato nei giardini della Casa Bianca per i lavori di costruzione della «sala da ballo più bella del mondo». Come prevedibile, un giudice ha bloccato i lavori perché il presidente degli Stati Uniti, non essendo un faraone, non aveva l’autorità per distruggere e sostituire intere sezioni del palazzo presidenziale. Trump, nelle parole del giudice, è solo il custode, non il proprietario, della Casa Bianca. I cantieri sono ora bloccati e il buco colossale destinato a rimanere a lungo. Come nella migliore tradizione dei partiti populisti, si lasciano grandi buchi e si è incapaci di ricostruire.

Nei quindici mesi della sua seconda presidenza, “The Donald” ha scavato una nuova fossa delle Marianne, questa volta nell’O­ceano Atlantico, scagliandosi ripetutamente contro l’Europa, storico alleato del suo paese. Ha aperto crepacci ancora più profondi di quelli generati dal riscaldamento globale (da lui negato) nei ghiacciai della Groenlandia. Ha minato alla base la pur fragile architettura delle istituzioni multilaterali interna­zionali privandola di risorse essenziali, come ci mostra il gra­fico del mese. Ha ridotto il diritto internazionale a un groviera. Ha mutilato coi suoi editti presidenziali le istituzioni di bilan­ciamento dei poteri, cardine delle nostre democrazie. Ha tra­sformato la frustrazione dei Maga per la fine del regime mono­polare, il dominio incontrastato degli Stati Uniti dopo la caduta del muro di Berlino, in cieca aggressività, in esibizione improv­visata della propria forza militare.

Il multilateralismo è mai esistito?

In questo numero di Eco riecheggia il discorso pronunciato da Mark Carney, primo ministro canadese, al forum di Davos. Al suo centro la presa d’atto che l’ordine liberale internazio­nale, con un mondo governato da regole condivise, vincolanti per tutti, dai più deboli ai più forti, è morto. È stato, in effetti, un discorso importante e di un coraggio inusuale per un lea­der in carica.

Ma il mondo prima di Trump era davvero governato da regole comuni?  Ed è mai davvero esistito il multilateralismoche molti rimpiangono? Perché un sistema di regole condi­vise stia in piedi è necessario che ci siano arbitri in grado di monitorarne l’attuazione e sanzioni per chi le viola. Di arbitri ne abbiamo avuti, ma spesso sulla carta e sfiduciati alla bisogna. Ad esempio, come documentiamo, l’Organo d’appello dell’Or­ganizzazione mondiale del commercio (Omc) è stato bloccato dagli Stati Uniti ancora prima della presidenza Trump. Quanto alle sanzioni, l’unico organo in grado di autorizzarne di vinco­lanti, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, è stato siste­maticamente paralizzato dal potere di veto dei suoi cinque membri permanenti – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Rus­sia e Cina. Le sanzioni sono così state applicate solo ai “per­denti geopolitici’’, dai processi di Norimberga e Tokyo ai tri­bunali istituiti sui crimini di guerra della ex-Jugoslavia o per il genocidio in Ruanda. Violazioni anche molto gravi del diritto internazionale, come gli interventi americani in Vietnam o in Iraq e quelli russi in Afghanistan e Siria, non sono mai state punite con sanzioni. (…) per proseguire aprire l’allegato

Per reagire al disordine mondiale descritto da Tito Boeri, per costruire una resistenza, un orientamento sono utili le riflessioni  contenute in due articoli che abbiamo selezionato  dalla rivista trimestrale Madrugana, n 140 dicembre 2025, dell’associazione Macondo  di Pove del Grappa (Vi)   www.macondo.it

Il primo – Il mondo in fiamme e la stagione dei doveri  di Giovanni Colombo

«Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere». [Aldo Moro, 28 febbraio 1978]

Le fiamme sono sempre più alte. Chi riuscirà a spegnerle? Se gli uomini continuano a farsi guerra, all’insegna del motto homo hominis lupus, quando mai ci sarà il rovesciamento auspicato dall’altro motto, che ci piace molto di più, homo hominifrateri Cose che stiamo sbagliando in radice? Espongo subito la tesi di questo editoriale. La pace resta ancora inedita perché inedita resta la cultura che dovrebbe farle da letto. C’è da rimettere in discussione un pensiero ossessionato dall’io e dai suoi diritti. C’è da spaccare lego per avvertirvi all’interno la voce originaria che lega agli altri. C’è da operare una metanoia, un cambiamento di nous, di mentalità, iniziando una nuova «stagione dei doveri».

Intendiamoci bene. Nessuno vuol tornare indietro. La nostra epoca è stata giustamente definita l’età dei diritti. Dalla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1791, alla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” del 1948, fino alle più recenti proclamazioni degli Stati e delle istituzioni internazionali, un numero sempre maggiore di uomini e donne ha potuto e può vivere sotto la protezione di diritti civili, politici e sociali. I diritti sono diventati a un tempo più universali, rivolti, in linea di principio, a tutti gli esseri umani, e più specifici, indirizzati a gruppi sempre meglio definiti: i diritti delle donne, dei bambini, delle minoranze, dei disabili. Tutti i progressi maturati nell’estensione e nell’ampliamento di diritti sono state conquiste difficili, spesso pagate a prezzo delle sofferenze di tante persone di cui oggi abbiamo dimenticato o, perfino, mai conosciuto il nome. Grazie ai diritti, gli esseri

umani si sono emancipati dal dominio di altri uomini, dall’oppressione, dalla discriminazione, dall’esclusione, dalla povertà e da tante forme di violazione della dignità personale. (…) per proseguire aprire l’allegato

Il secondo – Fratelli tutti o clienti tutti? di Monica Lazzaretto*

Un monografico sulla plastica è decisamente una sfida e, forse, rischioso; personalmente mi sono sentita un po’ con le spalle al muro o come davanti a un bivio: mantenere l’impegno preso di proporre un approfondimento etimologico anche per questa parola come mi sono impegnata di fare nella mia rubrica o seguire l’istinto, il primo pensiero che, per reazione, mi è venuto alla mente appena ho saputo il tema scelto per Madrugada: l’incontro con Leonardo Boff e la sua conversazione sull’ecoteologia ad agosto in Brasile.

Cerco di smarcarmi provando a fare l’uno e l’altro scegliendo l’antitesi: la possibilità retorica di accostare immagini contrapposte cercando, se c’è, un filo rosso che le colleghi in qualche modo.

Modellare, formare, dare forma

Plasmare e plastica hanno un’etimologia comune in qualche modo nobile, che arriva da lontano; derivano infatti dalla stessa radice greca che fa riferimento all’idea di modellare, formare o dare una forma. Il verbo greco è plàsseìn, che significa modellare o formare. Plasmare è la diretta traduzione italiana di questo verbo, mentre plastica deriva dal greco plastikós (adatto a essere modellato, che ha la capacità di essere modellato), che a sua volta, appunto, deriva da plàsseìn.

Pensare alla parola plastica solo come sostantivo è un fatto linguisticamente recente e piuttosto riduttivo, essa infatti è stata coniata solo nei primi decenni del Novecento, quan­do la plastica, derivato del petrolio, ha cominciato a sostituire materiali naturali come il legno, il corno, la gomma, l’avorio, le resine e poi il vetro. Plastica, plastificato, sono ormai parole indigeste, nei loro peggiori risvolti contribuiscono al progressivo abbrutimento di un attributo che invece ha grande nobiltà e viene spesso usato in un registro “alto”, per esempio quello dell’arte: dalla posa plastica dell’attore a una scultura plastica con un mo­vimento dinamico, dalla plastica immensità delle navate gotiche alla plasticità neuronaie, o neuroplasticità, la complessa capacità del cervello di adattare e modificare la propria struttura e le proprie funzioni in risposta a stimoli.

La plastica, prodotto controverso e sempre più metamorfico, essendo per lo più una so­luzione usa e getta, incarna l’idea dello spreco, dell’insidia vorace, è divenuto il simbolo di un’economia che promuove il consumo rapido con eccessi di scarti tossici, sfruttamento delle risorse naturali a scapito della sostenibilità. Leonardo Boff, padre della teologia della liberazione, non ha mai smesso di denunciare le pratiche ecologicamente dannose, compreso l’uso di materiali inquinanti che rappresentano una minaccia significativa per l’ambiente e per le comunità vulnerabili, soprattutto quelle indigene che sono spesso le prime a soffrire per gli effetti del degrado ambientale.

Siamo nella fase del pirocene

Boff sostiene che ogni forma di vita sulla Terra sia interconnessa e che la salute del pianeta sia fondamentale per il benessere dell’umanità. Questa è la fase del “pirocene”, che succede a quella dell’antropocene”, l’età dell’uomo sta diventando sempre più l’età del fuoco, un mondo rosso, in fiamme, è l’immaginario che sta velocemente colonizzando il nostro modo di pensare il pianeta verde e blu. L’aumento della quantità di incendi di vaste proporzioni sulla Terra, collegati al peggiorare delle condizioni climatiche provocano un riscaldamento globale, un nuovo pericolo estremo da fronteggiare, causato dall’uomo, che minaccia la vita sul pianeta e chiede scelte radicali e tempestive.  (…) per proseguire aprire l’allegato

* E’ presidente dell’associazione Macondo

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