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UN SOGNO PER UN DIVERSO USO DEL TEMPO – Gianni Marchetto – (sindacato & democrazia 17-12-09)

Io così ragiono oggi, rispetto anche alla riduzione di orario di lavoro. Non mi entusiasma più di tanto la Riduzione di Orario a 35 ore perché rimane tutta in una logica industrialista. Un diverso e innovato uso del tempo che tenti di andare oltre la divisione storica del lavoro produttivo e riproduttivo (che in ultima analisi è anche gran parte della divisione del lavoro tra uomo e donna). Certamente vanno battute (o comunque va fatta resistenza) verso tutte quelle forme di riduzione di orario che tendono a ridurre la settimana con un allungamento della giornata lavorativa. Ne andrebbe della integrità psico-fisica dei lavoratori, nei fatti riducendo il lavoro al solo salario e il tempo "libero" dedicato al solo consumo. Sarebbe il trionfo del modello americano (in Italia!), costruendo un individuo sostanzialmente schizofrenico, che accetta un lavoro stupido ed eterodiretto in fabbrica, con una falsa possibilità di realizzarsi fuori. Quindi il problema di un superamento della divisione del lavoro continua ad esistere, anche e soprattutto nella fabbrica integrata, in quanto il nocciolo duro del Taylorismo: la divisione tra chi pensa e chi esegue, non viene minimamente scalfito. Invece vanno sperimentate tutte quelle forme di un diverso uso del tempo nella accezione che dicevo più sopra. La proposta:

· 20 ore di lavoro produttivo

· 8 ore di lavoro riproduttivo

· 8 ore di formazione, professionale e/o culturale

            La scansione delle tre fette di orario risponde ciascuna ai problemi della società moderna. La prima (le 20 ore, con una ipotesi settimanale sui 5/6 giorni lavorativi), risponde alla necessità di ridistribuire il lavoro esistente. La seconda (per riprodurre ad es. la natura che in maniera del tutto imbecille costantemente negli ultimi 2 secoli abbiamo scassato) entra dentro la crisi dello stato sociale evitandone lo sfaldamento (con un rapporto di lavoro sostanzialmente fatto dagli Enti Locali), tra l’altro il costo sarebbe compensato da un recupero produttivo della CIG, CIGS, Mobilità, ma ancora di più da un dato culturale che nel tempo si può realizzare e cioè quello di avere un individuo (l’uomo e la donna), costruito anche da una attività non direttamente produttivistica, ma su una attività dove l’accento non viene solo dall’efficienza ma dell’efficacia del suo lavoro. La terza, vuole essere nei fatti il superamento della logica borghese sulla formazione degli individui, che vuole l’individuo interessato ai processi formativi quasi esclusivamente nella età giovanile e poi tutta la vita dedicata al lavoro. In pratica io scelgo lo stato per la sua capacità di creare il “lavoro di efficacia” e il sistema delle imprese per il “lavoro di efficienza”.

            Ovviamente questo sogno va inverato nella realtà attraverso un uso modulare della scansione delle 3 fette di orario prima indicate. E inoltre vanno previste tutte le gradazioni e sperimentazioni possibili in un rapporto di “validazione consensuale” con il nostro popolo.

            In URSS c’era una netta divisione tra quello che io chiamo il lavoro di efficacia e quello di efficienza – il lavoro di efficacia oltre che alla cura delle persone e la loro istruzione, era volto alla produzione di strumenti di morte = le armi (perché è questa una attività dove appunto il lavoro lo si misura attraverso l’efficacia = una mitragliatrice deve sparare sempre senza mai incepparsi, un aereo deve stare sempre in aria, ecc.), il lavoro di efficienza verso la produzione di beni di consumo durevoli (dove appunto il lavoro lo si misura attraverso l’efficienza = quanta produzione oraria). Intanto una prima contraddizione nella costruzione del socialismo = che il meglio della capacità, della professionalità, della creatività dei lavoratori, della scienza e della tecnica era tutto fiondato sulla produzione di strumenti di morte! Quando Lenin aveva vinto la sua battaglia per la egemonia sulla parola d’ordine: “Basta con le guerre e la terra ai contadini!” Mentre sul lavoro di efficienza c’era la maggiore inefficienza e il maggior sbattimento generale!

            Quel tanto che se volevi trovare delle similitudini tra il PCUS e i partiti italiani, c’era eccome ma non con il PCI ma con la DC. Tutti e due partiti stato (vedi la fine rovinosa di entrambi). Insomma uno scambio in entrambi i casi: “io non rompo le balle a te, tu dai un voto a me!”. In Unione Sovietica un consenso in cambio di: poca produttività, poco salario, poco consumo. E con tre poco chi si accontentava? Un individuo mediocre, che se ne sbatte. Mentre in quasi tutte le fabbriche da me visitate (e sono state svariate) alla domanda di quanto era l’assenteismo al Lunedì, vedevo nelle facce dei miei interlocutori disegnarsi l’imbarazzo. Il Lunedì era consacrato a smaltire la sbornia di Vodka fatta durante la Domenica. La Vodka per i russi stava alle armi per gli americani: patologia. Così come il turnover da una azienda all’altra trovava delle cifre molto alte (e questo fin dalla nascita dell’URSS, quel tanto che era stato oggetto di proposta da parte di Troscki per la militarizzazione della classe operaia). Chi erano quei lavoratori che andavano errando da una fabbrica all’altra? Erano ovviamente i lavoratori provvisti di una buona qualificazione (e quindi erano in cerca di maggior salario) ma anche per sottrarsi al clima pesante e untuoso di paternalismo (è sempre l’altra faccia della medaglia di ogni autoritarismo). In pratica ne viene che la costruzione del socialismo ha bisogno di motivare gli individui più curiosi, più intraprendenti, altro che la mediocrità. Vittorio Rieser mi diceva che un aumento della produttività individuale e collettiva nei paesi dell’est si poteva misurare in occasione delle poche rivolte operaie nei confronti delle burocrazie al potere.

            Mi si può dire che questo sta nel libro dei sogni. Può esser vero. Però se non ora quando? E in più si può rispondere con le parole del saggio: “di notte al buio, per fare un passo nella direzione giusta, ogni tanto occorre alzare gli occhi e guardare alle stelle, se no il rischio è di girare intorno”.
17/12/2009/1 Commento/da
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1 commento
  1. noname
    noname dice:
    18/12/2009 in 9:53 pm

    Sono d’accordo con il sogno, perche ci serve a ritornare a discutere di cose serie. Molti anni fà avevamo gia tentato con le 150 ore di spezzare la divisione tra chi lavora e chi pensa, ma poi… A proposito dove sono finite? Purtroppo ieri l’Istat ci ha dato delle cifre spietate: nel terzo trimestre sono stati distrutti 508 mila posti di lavoro rispetto allo stesso periodo del 2008 e 120 mila rispetto ai tre mesi precedenti. Una caduta che commenta la stessa Istat è la peggiore dal 1992. Di più il tasso di disoccupazione in ottobre è salito all’8,2 per cento. Una cifra mascherata dai lavoratori in cassa integrazione(800 mila)che non risultano ufficialmente disoccupati, ma per buona parte – ha scritto la stessa Confindustria – rischia di diventarlo. Ma c’è di peggio: secondo l’organizzazione dei padroni i disoccupati nel 2010, ma anche nel 2011, saliranno al 9,1 per cento. Anche per questo sarebbe giusto ritornare a discutere di orari di lavoro. Purtroppo oggi nel sindacato si parla d’altro e non di orari o di nuovi posti di lavoro, magari legati ad un economia verde. Continuare a chiedere cassa e incentivi per l’auto significa puntare su un modello di società che per tanti motivi bisognerebbe cambiare. Discutendo di queste cose pensiamo al futuro. Per questo benvengano i sogni. G.S.

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