Contributi pubblici alle imprese. Il supplemento Affari e Finanza di Repubblica del 7 maggio 2012 mette in prima pagina un articolo di Adriano Bonafede e Massimiliano Di Pace sugli aiuti alle imprese. Accanto, di spalla, un articolo di Alberto Bisin intitolato, incredibilmente, Giavazzi riempie un vuoto di idee. Ci sono gli sprechi; arrivano i tagli.

La fonte dell'articolo sugli aiuti – 36,4 miliardi nel 2010 – è la Banca d'Italia. Ho cercato una conferma in rete ed ho trovato un quaderno di Diego Caprara, Armando Carmignani e Alessio d'Ignazio, Gli incentivi pubblici alle imprese: evidenze a livello micro, gennaio 2010, che distingue per tipo di incentivo (soprattutto crediti agevolati) e area geografica, ma, ovviamente non include il 2010. Ma gli andamenti nel tempo sembrano compatibili con le cifre dell'articolo.

Si trova anche un commento di Primo Mastrantoni, segretario Aduc, (Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori) che sottolinea l'inefficienza degli aiuti, la possibilità che abbiano alimentato più la corruzione e il malaffare che la produzione.

Cosa si ricava dai dati riportati nelle tabelle? Che gli incentivi hanno raggiunto un massimo – 40 miliardi di euro – nel 2007, che si sono ridotti di poco negli anni successivi, che sono per poco più della metà contributi agli investimenti; per il resto alla produzione.

Colpisce che poco meno della metà degli incentivi (45,9%) provenga da Regioni ed Enti locali, incluse le Camere di Commercio. L'economista Mario Baldassarri, intervistato dagli autori, fa notare che Fs, Anas e trasporti pubblici locali ricevono 14 dei 36 miliardi. Per il resto la parte del leone la fanno le grandi imprese, attraverso le consociate, e il mezzogiorno, che incassa l'85% del totale. Se si cerca in rete il libro di Marco Cobianchi Mani bucate, Chiare lettere 2011, citato nell'articolo si scopre però, anche dal sommario, che la tesi principale del libro, oltre alla efficienza nulla e alla corruzione del sistema, che il primato del Mezzogiorno è solo di facciata perché i contributi li prendono soprattutto aziende settentrionali che compaiono a sud proprio per prendere i soldi e poi spariscono.

Le cifre fornite per la Fiat in quanto tale non sono insignificanti – 300 milioni di euro nel 2009 sui 39,2 miliardi di quell'anno sono pur sempre più dell'otto per mille – ma neppure impressionanti. Uno si chiede però dove compaiano gli accquisti del Comune di Torino di un'area disdetta Fiat per promuovere un'area industriale innovativa che non si è materializzata. E' un atto coerente con il comportamento degli altri comuni per promuovere attività locali delle aziende, locali o esterne, ma forse la cifra non è contabilizzata tra i contributi.

Per concludere. Se si pensa che in Italia non ci siano incentivi pubblici alle industrie, o che siano quasi scomparsi con la crisi, si sbaglia di grosso. Se si pensa che gli incentivi, più o meno a pioggia, qualche volta in concorrenza l'uno con l'altro, abbiano migliorato l'industria italiana si sbaglia altrettanto. E questo lo dice anche Repubblica.

Se si pensa che la consulenza di Giavazzi fornirà l'indirizzo per premiare la qualità, la produttività, l'importanza sociale, delle iniziative industriali – stando a quello che Giavazzi scrive – si sbaglia ancora di più. Del resto quando un tessuto è marcio è difficile fare scelte giuste. Secondo voi l'esenzione dai vincoli di bilancio degli investimenti, proposta da Monti, che sembra un'ottima idea, che investimenti riguarderà? E' difficile non pensare che grossi progetti appetibile per i gruppi maggiori avranno la meglio su iniziative diffuse, legate all'ambiente. Senza un sistema politico credibile, efficiente, socialmente responsabile, non c'è via di uscita.

Allegato

  • Articolo di Adriano Bonafede e Massimiliano Di Pace sugli aiuti pubblici alle imprese pubblicato sul supplemento Affari &Finanza – La Repubblica del 7 maggio 2012

Allegato:
trasferimenti_alle_imprese_bonafede-dipace.doc

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