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QUEL CHE RENZI NON DICE…- R.Vialba – oltre la flessibilità in Europa –

Discutendo di Renzi e delle sue proposte non posso non rilevare tre cose. La prima, la mia idea di democrazia confligge con l'idea dell'uomo solo al comando di cui lui è superbo interprete tanto da annullare quella conosciuta con Berlusconi: La seconda, la capacità di un leader si misura non dal grado di popolarità di cui gode, ma dalla capacità di portare a sintesi, attraverso il confronto, i diversi e legittimi interessi che hanno cittadinanza nel Paese. La terza, se la rappresentanza degli interessi è legittima questa deve essere coinvolta nelle decisioni, non esclusa.

Dice Renzi, ed è vero, che l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori interessa lo 0,0001 per cento dei lavoratori dipendenti. Considerato, dunque, il rilievo del tutto marginale che ha l’art. 18 nel mondo del lavoro, va ritenuta fondata la tesi che afferma che altre sono le ragioni per le quali la sua abolizione è posta, da Renzi, come condizione imprescindibile dell’azione riformatrice del Governo. Sono in molti a sostenere, e io con loro, che la ragione principale di Renzi, della maggioranza del PD e del suo Governo, sia esclusivamente e puramente ideologica.

A parte la “cavolate” che spara Renzi nelle interviste, rispetto alle quali il dibattito conseguente si colloca sullo stesso piano ideologico e non scende mai nella dimensione concreta e reale dei problemi (come invece fa Adriano Serafino), sarebbe interessante approfondire a capire le ragioni di Renzi, che non sono solo quelle dello “scalpo” del movimento sindacale da esibire a Bruxelles, ma investono anche il quadro politico italiano, la collocazione e il peso delle singole forze politiche, le riforme istituzionali e costituzionali (legge elettorale, riforma della Costituzione).

Non è questa l’occasione per un simile approfondimento. Oggi, invece, sarebbe utile e urgente discutere, solo per restare al tema della riforma delle regole del lavoro, dei temi appresso indicati:

1) Precisato che l’art. 18 è stato modificato più volte, l’ultima nel 2012, è vero che lo Statuto dei Lavoratori compie 44 anni ed è, giustamente, ritenuto non più adeguato alla realtà del mondo del lavoro. Ma è anche vero che la revisione e l’adeguamento non può avvenire prescindendo dal confronto e dalla ricerca dell’intesa con le parti sociali che rappresentano coloro che nelle fabbriche ci sono e lavorano. Non è assurdo e inconcepibile che a decidere siano coloro che le fabbriche le hanno visto solo dall’esterno e vi hanno mai messo piede per lavorare?.

2) Il sostenere che l’abolizione dell’art. 18 è richiesta da Bruxelles, vuol dire che chi lo sostiene non ha letto il Rapporto dell’OCSE sulle tutele per i lavoratori a tempo indeterminato nei Paesi dell’Europa, che assegna all’Italia un indice di rigidità del 2,51, rispetto al 2,87 della Germania, al 2,82 dell’Olanda, al 2,62 della Svezia, per non parlare del 3,63 della Francia e del 3 della Norvegia e della Spagna. La domanda è d’obbligo: coloro che ne sostengono l’abolizione sanno di che parlano?

3) Secondo i dati INPS del 2012, gli ultimi disponibili, la Cassa Integrazione Guadagni è stata autorizzata per ben 1.090.654.222 ore e utilizzata per 550.391.065 ore e una spesa di 6,2 miliardi euro che, sommata ai 13,8 miliardi di indennità di disoccupazione e ai 2,8 miliardi di mobilità, portano il costo degli ammortizzatori sociali a 22,7 miliardi. Nel 2013 la C.I.G. è stata autorizzata per 1.182.357.2385 e utilizzata per 540.064.117 mentre nei primi 7 mesi del 2014 è stata autorizzata per 642.030.774. Si può dunque ritenere che nel 2013 costi siano stati maggiori rispetto a quelli 2012 e ancor di più lo saranno per il 2014. Degli ammortizzatori sociali, specie in periodi di crisi economica, non se ne può fare a meno. Resta però il fatto che queste sono risorse con destinazione assistenziale rispetto alle quali è legittimo chiederci se con queste ingenti risorse siamo destinati a conviverci per gli anni futuri, oppure se è possibile che siano anche utilizzate ai fini dello sviluppo.

4) Con le riforme del sistema pensionistico che si sono succedute nel tempo sono stati introdotti, tra gli altri, due elementi del tutto incongrui rispetto all’esigenza di combattere la disoccupazione: a) si è consentito a molti lavoratori dipendenti di percepire la pensione per raggiunti limiti di età e di continuare l’attività lavorativa nello stesso posto, cumulando pensione e reddito da lavoro; b) si è abolita la pensione di anzianità (35 anni) e si è aumentata l’età pensionabile a 41,5 anni di lavoro in luogo dei 40 precedenti. E’ da ipocrita gridare alla scandalo del 43% dei giovani dai 15 ai 24 anni che sono senza lavoro e poi aumentare l’età pensionabile e consentire il cumulo tra reddito da pensione e da lavoro. E’ ovvio che queste due condizioni, che favoriscono chi ha un lavoro a scapito di chi lo cerca, rispondono solamente ad una esigenza economica, non certo all’affermazione dei diritti inviolabili proclamati nella Parte prima della Costituzione: il lavoro, la dignità, la solidarietà, l’uguaglianza,

5) Considerando tutto questo, ciò che manca alla politica italiana è la capacità di indicare una proposta d’insieme per i problemi del Paese in grado di dare forma e prospettiva al Progetto Paese quale dovrà essere fra cinque, dieci, venti anni. In questa visione non è fuori luogo, anzi, è una risposta concreta alla domanda di lavoro di 3,5 milioni di disoccupati, l’idea di ripartire il lavoro che c’è tra il maggior numero possibile di coloro che lo chiedono anche attraverso la riduzione dell’orario di lavoro, utilizzando a questo fine parte delle risorse oggi destinate agli ammortizzatori sociali. Visto che la settimana di 40 ore ha gli stessi anni dello Statuto dei Lavoratori, perché discutere solo dello Statuto e non anche dell’orario di lavoro? Poi, per carità, si può discutere anche di salario minimo garantito a tutti, ma stiamo con i piedi per terra e cerchiamo di dare risposte che sia credibili e realizzabili da subito.

Vedi anche articolo allegato

Art.18, l'Europa delle flessibilità di P.Arzilla su Conquiste del Lavoro del 1-10-2014

Allegato:
leuropa_delle_flessibilita_1.pdf

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