Il 24 Aprile 2013 una terribile catastrofe nella cittadina di Rana Plaza gettò una luce crudele sulle condizioni di lavoro nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh. Una fabbrica a più piani crollò in pieno giorno. Delle 5000 operaie 1138 persero la vita, più di 2000 ferite, molte gravemente.

L’industria dell’abbigliamento è vitale per l’economia del paese. In tre decenni è arrivata ad occupare il secondo mondiale nell’esportazione di vestiti a basso prezzo, dietro il gigante cinese, ma davanti a quello indiano, con più di 15 Miliardi di euro grazie a 3500 fabbriche e a circa 5 milioni di lavoratori.

Un secondo posto pagato a caro prezzo. I salari sono tra i più bassi al mondo e la lista degli incidenti mortali fabbriche assai lunga. Nel Dicembre 2012, qualche mese prima della tragedia di Rana Plaza, 112 lavoratrici erano morte nell’incendio del loro stabilimento.

Questi drammi avrebbero potuto essere evitati” assicura Akter Kalpona la segretaria del sindacato tessile intervistata da una pubblicazione sindacale internazionale. “La metà degli stabilimenti sono situati, come era quello di Rana Plaza, in edifici per alloggi non in officine. Molti non hanno né uscite di sicurezza in caso di incendio, in altri sono bloccate. Gli operai sono costretti ad orari oltre le 10 ore giornaliere. Ben aldilà dell’orario legale “. Akter conosce bene la situazione di cui parla. Operaia a 12 anni, licenziata a 16 dopo aver tentato di organizzare un sindacato e finita sulla lista nera degli imprenditori. Akter ha anche conosciuto la prigione nel 2010 per “incitazione alla sommossa”, fu liberata dopo una campagna internazionale.

Oggi questa sindacalista infaticabile mostra un certo ottimismo. “Viviamo un momento storico importante, una svolta. Per la prima volta è stato firmato un accordo tra sindacati e responsabili della sicurezza pubblica.”. Si tratta di un accordo sulla sicurezza anti incendio e degli edifici concluso nei giorni successivi al crollo di Rana Plaza sotto l’egida dell’OIT, l’organizzazione internazionale del lavoro, tra i sindacati locali, le confederazioni sindacali internazionali ALL unions e dai marchi europei ed asiatici del tessile e della grande distribuzione. Più di 150 si sono impegnate a rispettare le conclusioni dell’inchiesta condotta da 150 ispettori indipendenti presso loro fornitori e a garantire libertà sindacale in queste imprese.

E’ fondamentale. Alla vigilia del dramma di Rana Plaza, gli operai avevano segnalato la presenza di fessure nelle pareti. Furono comunque costrette a restare nello stabilimento. Ci fosse stato un sindacato non sarebbe successo”.

Una grande novità: se le imprese non rispettano l’accordo possono essere condotte in tribunale nei paesi della casa madre.  L’accordo riguarda più di 1700 aziende. Alla fine di Aprile 2014 circa 500 erano state ispezionate, decine di ingiunzioni sono state imposte per modificare le condizioni di sicurezza, una decina di stabilimenti sono stati chiusi.

Che cosa ha reso possibile l’accordo? Certamente non sarebbe stato possibile senza la mobilitazione internazionale. La prima traccia era stata rifiutata dall’associazione degli imprenditori perché “troppo costosa”. Il governo sostenuto da un parlamento ove la metà dei membri ha interessi nell’industria tessile si guardava bene dall’intervenire. Ancora oggi l’associazione padronale locale non nasconde la sua collera per essere presente nelle istanze che gestiscono l’accordo solo a titolo consultivo. Il loro argomento principale, le industrie se ne andranno dal Bangladesh, è smentito da una clausola dell’intesa ove i marchi si impegnano a continuare l’attività nel paese per almeno 5 anni e non cambiare fornitori.

Certo l’accordo non risolve tutto. I livelli salariali continuano ad essere bassi. Dopo settimane di lotta i lavoratori del tessile hanno ottenuto un aumento del 76% del salario minimo; da 36 a 54 euro mensili. Lontano dagli 80 euro richiesti e con una inflazione a due cifre. Le lotte sindacali per aumentare i bassi salari sono destinate a crescere. Vedi allegato per Adidas e fabbriche asiatiche.

Ma con l’accordo si avrà un “prima e dopo Rana Plaza”. Si comincia a uscire dalle dichiarazioni generiche in materia di responsabilità giuridiche delle multinazionali nei confronti dei loro fornitori.

Toni Ferigo

Allegato

Fabbriche asiatiche in tumulto Conquiste del Lavoro 18-6-14

Allegato:
fabbriche_asiatiche_in_tumulto_cdl18-6-14.pdf

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