Pomigliano e Tichy sono fabbriche d’Europa. La partita su Pomigliano si gioca anche in trasferta, in Polonia, dove ora viene prodotta la Fiat Panda. La vicenda ripropone la necessità di un sindacato europeo che funzioni. Andrew Watt, ricercatore dell’Etui, Istituto sindacale europeo, a Roma per la presentazione del libro «Dopo la crisi», realizzato da Etui e sbilanciamoci.info, ha rilasciato le dichiarazioni qui riprodotte.

Gli operai italiani sono diffidenti verso quelli polacchi e viceversa, in entrambi i paesi c’è paura di perdere il lavoro. Quali devono essere le proposte reali e efficaci di un sindacato europeo?

Va fatta una premessa: in Europa europei abbiamo grandi aziende, come la Fiat, che sono estremamente “mobili”. Hanno stabilimenti in diversi paesi e possono minacciare di chiuderne qualcuno, o possono minacciare di trasferirne uno, e possono decidere di reinvestire. Per contro, abbiamo forza lavoro assai meno mobile. In secondo luogo abbiamo un cronico eccesso di capacità produttiva, oggi accentuata dalla crisi, e alti tassi di disoccupazione. In questo scenario la contrattazione che ci troviamo a fare è quella che noi chiamiamo “concession bargaining”: la partita si gioca con uno scambio dei diritti conquistati, ovvero i salari o i bonus, per salvare il posto di lavoro.

Dunque questo è il background. Nella faccenda Fiat, mi sembra che si stia prendendo una strada in cui sono i diritti fondamentali ad essere minacciati. Penso al diritto di sciopero. Questo tipo di discorso si può fare con contratti a scadenza. Cioè per la durata del contratto, che può essere per esempio di due anni, i lavoratori garantiscono di non scioperare. Ma nel caso di Pomigliano si decide che gli operai non potranno scioperare mai più. Questo è un discorso completamente diverso che mi sembra stia minando tutto il sistema legislativo italiano.

Secondo l’azienda, questo trattamento si applicherà solo a Pomigliano in risposta a fenomeni anomali di assenteismo. Ma gli altri stabilimenti hanno paura di vedersi imporre lo stesso accordo.

Certo, sarà un effetto domino. Ho letto sull’International Herald Tribune che l’impianto di Pomigliano ha una produttività bassissima e secondo la Fiat l’accordo servirà per aumentare la competitività fra gli stabilimenti. Quello che dobbiamo fare noi è trattare il problema a un livello differente. Ovviamente in una situazione di piena occupazione il potere del ricatto sarebbe molto più basso. Nella crisi bisogna cercare di mantenere alta la domanda e fermare questa politica di austerity, e i gruppi sindacali si devono mobilitare. Tale livello macro-economico sembra astratto e scollegato dagli impianti e dalle fabbriche, ma dobbiamo tenerne conto. Inoltre, dobbiamo rafforzare le possibilità di comunicazione fra i lavoratori in paesi differenti per raggiungere posizioni comuni.

Il problema è che ogni paese può applicare le proprie regole nel contratto di lavoro nazionale. Quindi la Fiat può pagare un operaio polacco secondo gli standard della Polonia. Non servirebbero delle regole europee comuni?

Certo. Ma bisogna fare un passo alla volta. Ci sono dei motivi per cui un operaio polacco è pagato meno di uno italiano. E non dimentichiamo che in Italia un operaio è pagato meno che in Danimarca o in Svizzera. Dobbiamo essere realisti, in Europa le retribuzioni sono differenti da paese a paese e non possiamo abolire queste differenze solo con un’azione sindacale. Detto questo, dobbiamo evitare che i lavoratori vengano messi gli uni contro gli altri. Nelle grandi aziende come la Fiat ci sono i “work councils”, cioè rappresentanze dei vari stabilimenti che incontrano i vertici dell’azienda. L’Etui ha lavorato sui “work councils” europei, e la maggior parte delle grandi aziende li hanno. Ci sono degli esempi positivi. Circa tre anni fa Gmstava attraversando una crisi a cui doveva seguire un piano di ristrutturazione. Insomma volevano chiudere uno stabilimento, non ricordo se in Germania, Svezia o in Inghilterra ma poi sono riusciti a raggiungere un accordo tra di loro, a convincere la direzione, e a mantenere in funzione tutti gli stabilimenti cercando di dividersi i sacrifici. Un altro elemento è la contrattazione che il sindacato può fare sulle paghe. Noi, come Etuc, abbiamo un comitato, il coordinamento per la contrattazione collettiva, una rappresentanza dei vari sindacati nazionali, che si riunisce a Bruxelles tre volte all’anno e discutiamo delle politiche sugli stipendi. Poi abbiamo sindacati di settore, come nel caso dei metalmeccanici, ciascuno coi propri meccanismi. Naturalmente ci sono difficoltà enormi: anche a livello di lingua, a livello di costi per gli spostamenti. È un lungo processo storico, come è stato per le rappresentanze sindacali nelle diverse nazioni.

Lei crede che siamo lontani dal raggiungere l’obiettivo?

Con la crisi e con gli alti tassi di disoccupazione i lavoratori sono molto preoccupati di perdere il lavoro. Quello che possiamo fare a livello europeo è di muoverci verso la creazione della solidarietà e di contrattazione collettiva nelle aziende multinazionali. È un processo fatto di tentativi.

Il problema è che a Pomigliano, piuttosto che fare passi avanti, si è fatto un salto indietro di trent’anni. E questo è dipeso dalla concorrenza degli standard retributivi, ma anche dei diritti, nell’Europa dell’est.

Certo. Infatti bisogna anche alzare gli standard di certi paesi. E bisogna riconoscere che dal 2004, cioè da quando questi paesi sono entrati in Europa, hanno registrato un impressionante aumento nelle retribuzioni e del Pil, almeno fino alla crisi. E tra l’altro la Polonia è stata colpita meno dalla recessione globale, il paese sta reagendo abbastanza bene. E ricordiamoci che se un lavoratore polacco inizia a guadagnare di più, sarà portato ad acquistare prodotti stranieri. Seguendo un cliché, i lavoratori polacchi cominceranno a comprare bellissime scarpe italiane. Non sto dicendo che non è una situazione drammatica. Ma teniamo conto che è responsabilità anche dei governi. Questi dovrebbero gestire le questioni interne e, se proprio le fabbriche chiudono, dovrebbero alleviare le paure dei lavoratori che perdono il lavoro.

Non è il caso del governo italiano.

Certo. Io parlavo di governi socialdemocratici. E infatti abbiamo dei successi nel caso dei governi scandinavi, per esempio la Danimarca.

Ancora esempi nordici.

Ritorniamo al discorso di prima. Se gli operai polacchi vengono pagati meno di quelli italiani, quelli italiani vengono pagati meno di quelli danesi. E in Danimarca c’è una certa flessibilità nei licenziamenti. Poi si offrono corsi di formazione, soprattutto ai disoccupati, e ci sono politiche sindacali molto sviluppate. Senza dimenticare l’innovazione. E anche la cooperazione tra sindacato e fabbriche.

Parlando invece della crisi, gli stati hanno cercato di contrastare la recessione economica con manovre che pesano solo su alcune fasce della popolazione, quelle più deboli. Almeno così è stato in Italia. Per contro sembra che chi ha provocato questa crisi non stia pagando il conto e anzi le banche hanno ricevuto finanziamenti dai governi per essere salvate. Come giudica queste misure?

I governi non dovrebbero alzare le tasse e fare tagli perché non è il momento giusto. È ancora troppo presto, l’economia non è ancora abbastanza forte. E, come ha notato lei, queste manovre non sono eque in termini di giustizia sociale. Tantissimi soldi sono andati alle banche per il loro salvataggio, e pagano i più poveri. E anche, queste misure non sono buone per l’economia perché se si fanno pagare più tasse, le persone riduco le spese. Per riassumere, le manovre arrivano al momento sbagliato, sono inique e creano tensione sociale, pensiamo ai grandi scioperi e alle manifestazioni nelle piazze.

Piuttosto, non sarebbe il caso di organizzare una manifestazione unica europea?

Ci stiamo lavorando. È prevista il 29 settembre: contro l’austerity, contro le banche e i poteri finanziari e a favore delle politiche di crescita.

 
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