Gli operai migranti dalle campagne cinesi verso le città sono ( infine ) sull’orlo della rivolta contro le condizioni di vita e lavoro loro imposte? A porre questa domanda è un sociologo francese residente a Pekino nel commentare quanto avvenuto in Cina negli ultimi due anni. I salari sono aumentati dal 5 al 27% a seconda delle regioni. In alcuni stabilimenti sono raddoppiati. Questo dimostrerebbe l’inquietudine delle autorità davanti al crescere della conflittualità operaia. La risposta è parziale. Un insieme di fenomeni spingono ad individuare un altro scenario.

Innanzitutto i conflitti di lavoro non sono una novità anche in Cina. Agli inizi del 2000 il non pagamento dei salari spinse dei contadini al suicidio. Quello che nuovo, oggi, è il debole livello di repressione degli scioperi e la libertà con cui gli intellettuali ne possono dibattere .

Certo direttive hanno subito proibito a ricercatori in scienze sociale di rilasciare interviste a giornalisti stranieri e più recentemente i giornali hanno diminuito la copertura mediatica degli scioperi, ma è la prima volta che si sente parlare di “ sfruttamento degli operai di padroni senza scrupoli” o “della necessità di restituire la loro dignità ai migranti”. Profonde rotture sono inoltre apparse in seno al gruppo dirigente. Membri dell’assemblea e dirigenti del governo centrale hanno criticato apertamente  i modi con cui funzionari locali trattano i migranti.

La ragione è il cambiamento di strategia economica sostenuta da numerosi accademici e politici. Come abbiamo già scritto in un precedente articolo la domanda interna deve sostituire le importazioni come motore dell’economia. Il che implica l’aumento dei salari per l’enorme massa di migranti, la produzione di beni a più alto valore aggiunto,migliori condizioni di vita.

Non si tratta di negare l’importanza e la spontaneità dei movimenti di lotta, ma di notare il loro utilizzo nel conflitto politico in corso tra chi guarda in avanti e chi si accontenta dei profitti del capitalismo attuale.

Si comprende così come siano toccate dagli scioperi quasi esclusivamente le imprese straniere ( e giapponesi ). Si fa pagare per primi ai capitalisti stranieri sia per preoccupazione di coesione sociale e anche per nazionalismo economico.
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