Da 580 giorni i suoi sostenitori erano accampati fuori dalla sede della polizia federale di Curitiba, che per diciannove mesi è stata il carcere di Luiz Inácio Lula da Silva. Ieri, poco dopo le 16 brasiliane, è scoppiato un boato. Poi una festa, con cori e bandiere rosse che ritraevano il volto dell’ex presidente-operaio e la scritta «Lula livre», Lula libero. Era appena arrivato l’ordine di scarcerazione. Poco dopo l’ex presidente è uscito con il pugno alzato. «Volevano imprigionare le idee, ma le idee non si fanno imprigionare», sono state le prime parole dopo il ritorno in libertà.

Ieri il giudice federale Danilo Pereira ha accettato la richiesta della difesa dopo la decisione della Corte suprema. Giovedì una maggioranza risicata (5 contrari e 6 favorevoli) aveva stabilito che un imputato può essere privato della libertà solo dopo aver esaurito tutti i ricorsi possibili. Una decisione che ha riscritto la giurisprudenza verdeoro, aprendo di fatto le porte del carcere a 4895 detenuti. Ma il pensiero di tutti è andato al più celebre dei prigionieri: Lula.

Il 74enne ex leader del Partido dos Trabalhadores è stato condannato in tre gradi nel caso del cosiddetto «triplex di Guarujà», ma può ancora ricorrere alla Corte suprema. Da qui la decisione di liberarlo. Lula è accusato di aver ricevuto da una società di costruzione tangenti per 3.7 millioni di reais (circa 800mila euro), che la società utilizzò per ristrutturargli un appartamento di lusso sulla spiaggia di Guarujà; in cambio avrebbe favorito la società per l’aggiudicazione di tre contratti con la compagnia petrolifera statale Petrobras.

Dopo la condanna nell’ambito dell’inchiesta Lava Jato, la Mani Pulite brasiliana, ha sempre sostenuto di essere vittima di una caccia alle streghe: «Sono innocente e uscirò di carcere da innocente», aveva dichiarato. (…)  per proseguire la lettura dell'articolo de La Stampa aprire l’allegato

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