Romano Prodi nell'eitoriale dell'11 Agsoto, Il Messaggero, così inizia. Quando si è di fronte ad una svolta politica come quella avvenuta in Italia corre l’obbligo di riflettere anche sul contesto economico nel quale questa svolta viene messa in atto e sulle conseguenze che verranno a prodursi nel campo dell’economia. Partendo dal contesto mondiale è infatti certo che siamo in fase di rallentamento, anche se non si può certo parlare di crisi globale.

Negli Stati Uniti si è passati dal 3,1% di crescita del Pil nel primo trimestre dell’anno in corso al 2,1% del secondo trimestre. Nulla di drammatico ma un segnale di malessere dovuto alle troppo prolungate incertezze della politica commerciale. Le stesse incertezze rallentano la crescita cinese che dovrebbe superare di poco il 6%. Pur essendo ancora rilevante è al minimo della sua storia recente. La Cina, inoltre, ha lanciato il rischioso messaggio di considerare la svalutazione del cambio come strumento di reazione di fronte al possibile aumento dei dazi americani. 

Assai più preoccupante è la congiuntura in Europa, dove la Germania vede crollare il suo export e calare vistosamente la sua produzione industriale, così come sta accadendo in Gran Bretagna dove l’economia è entrata in segno negativo, il che non è mai accaduto dal 2012. 

Arrivando all’Italia la situazione è stabilmente la peggiore tra tutti i grandi paesi europei. Alla recessione, che dura ormai da un anno e che ci ha relegati ad essere gli ultimi della classe, la recente rottura politica ha aggiunto l’aumento del famigerato spread che aggrava il nostro bilancio pubblico di oltre un miliardo all’anno di interessi passivi e devasta le quotazioni delle nostre banche. Se lo spread non è per ora arrivato ai livelli del 2011 lo si deve all’ancora breve durata della crisi e alla politica degli stimoli monetari annunciati nello scorso giugno dalla Banca Centrale Europea. (…) aprire allegato

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