Merli Brandini  ricostruisce una importante e spesso dimenticata fase delle nostre relazioni contrattuali che, in un contesto di difficoltà economiche e di conflittualità politiche, svolsero un ruolo decisivo nel gestire i problemi sociali del lavoro legati alla ricostruzione della nostra industria post-bellica.

Il periodo preso in considerazione va dal 1945 al 1966, quando attraverso i contratti interconfederali le parti sociali regolarono le dinamiche salariali, la mobilità occupazionale e i licenziamenti individuali con continui aggiustamenti nella struttura e nei contenuti della contrattazione collettiva che accompagnarono il consolidamento della nostra crescita industriale. Non è stato il migliore dei mondi possibili perché le macerie della guerra hanno pesato sulle condizioni sociali dei lavoratori.

Ma la loro partecipazione alla ricostruzione del Paese, per mezzo della contrattazione collettiva, ha posto le basi di un duraturo progresso di cui essi stessi hanno beneficiato godendo soprattutto della condizione di quasi piena occupazione, realizzatesi nel periodo che ha sostenuto il benessere delle famiglie.

Una pagina dimenticata, scrive Merli Brandini, perché a partire dagli anni ’70 il campo dell’autonomia contrattuale si è ridotto a fronte di una dilatazione della legge il cui carattere cogente ed universalistico ha irrigidito i diritti sociali, rallentando gli aggiustamenti richiesti dai cambiamenti strutturali intervenuti negli assetti produttivi. Ma questo irrigamento non ha fermato i cambiamenti; sono i cambiamenti che hanno progressivamente svuotato i diritti sociali.

Il degrado del mercato del lavoro nella precarietà, le patologie della giurisdizione del lavoro indicano che la sostituzione della legge alla contrattazione collettiva non ha giovato né agli interessi rappresentati dalle parti sociali né agli interessi generali del Paese.

Ma è fatale che l’uomo non impari mai dai propri errori. La prova? Il confronto in atto tra Governo e parti sociali in materia di riforma del mercato del lavoro, prevedendo un ancora più ampio intervento della legge e della burocrazia pubblica, già fa intravedere un sicuro beneficiario: l’avvocato. Manca qualsiasi prova storica che l’aumento degli avvocati favorisca la crescita economica e della buona occupazione.

Allegato:
nota_isril_n._19-2012_-_ruolo_della_contrattazione_collettiva.doc

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