La sfida di Maurizio Landini è ardua e in parte temeraria, con troppe pericolose scorciatoie, con un’insufficiente analisi – non già delle cause che hanno diviso il mondo del lavoro- ma del contesto sociale da unire per superare la debolezza attuale del sindacato e del suo deficit strategico. Sandro Antoniazzi in «Landini, coalizione o agitazione sociale?» (allegato) esprime  schiettamente le sue riserve partendo dall'analisi degli insuccessi della strategia sindacale di Landini (es.Fiat, ma non solo) e dell'improbabile successo in campo politico rispecchiandosi in Syriza e Podemos. Andare oltre alla logica corporativa, connaturata a ogni organizzazione categoriale, non è cosa semplice come enuncia con enfasi il segretario della Fiom nelle piazze e sui media. La difesa di  tutele e diritti consolidati in questa o quelle categorie, non sempre può essere la strategia più efficace, neppure se si proclama “estenderli a tutti”.

Unire le partite Iva, sia le vere sia le false, alla strategia del sindacato, dei lavoratori dipendenti, non è certo possibile sventolando il vessillo, glorioso, dell’art.18 (reintegro) che vale per un lavoratore dipendente.

E che dire sul come superare la precarietà (e non di rado il sottopagato) di rapporti di lavoro – finalizzati ad obiettivi sociali di grande valore – che caratterizzano il rapporto di lavoro di “soci” e di “volontari” di Libera e di Emercency, organizzazioni simbolo per questa "coalizione sociale" e l’agire della Fiom di Landini.

Per quanto preliminare non è sufficiente la puntuale denuncia dei mali, l’indignazione per le ingiustizie e le diseguaglianze. Il sindacato per farsi “soggetto politico” -se ben guardiamo la storia del sindacalismo italiano del dopoguerra e non solo a quella della Fiom o  della Cgil di Di Vittorio- deve innanzitutto saper fare bene il sindacato (oggi alquanto dubbio). Come è stato fatto con una certa efficacia  sul finire degli anni ’60 fino a metà degli anni 70, quando la crisi economica si aggravò. Fu proprio quella crisi a spingere unitariamente i sindacati (metalmeccanici in testa) a sperimentare il ruolo di “soggetto politico” per meglio difendere i lavoratori, ma quel progetto fu ostacolato proprio dai partiti politici, e con perseveranza allora dal PCI.

Con i se e i ma non si cambia la storia ma possono ben servire per riflettere da nuovi punti di vista, per poter imboccare, oggi, quelle strade che siano praticabili per milioni di soggetti, oggi, troppo divisi nella non efficace difesa del “proprio orticello”. Per fare il bilancio di quanti guai abbiano prodotto gli interventi della legge quando è stato scavalcato il ruolo e gli accordi tra le parti sociali, gli accordi interconfederali, i contratti nazionali. Di contro non si è mai approvata una norma di legge “erga omnes” per valorizzare il ruolo delle parti sociali, dei contratti nazionali, dell’accordo sulle rappresentanze già pattuto: ieri come oggi.

Riflettere, ad esempio, perché a metà degli anni settanta il sindacato si è indebolito per demeriti propri originati da logiche “corporative”. Gli esempi non mancano, sia nel categorie industriali e ancor più in quelle della pubblica amministrazione, del pubblico impiego. Vogliamo impegnarci?

Quindici anni fa, a festival di Cannes, veniva premiato uno straordinario film di Ken Loach “Bread and Roses” in cui si raccontava una storia vera del sindacalismo americano nel nuovo compito di aggregare e portare al successo (cosa avvenuta in quell’episodio) lavoratori con poca rappresentanza e debole potere sindacale (i lavoratori delle imprese di pulizia). (vedi allegato).

Non siamo riusciti a fare molto nel sindacato italiano, anche per l’insufficiente analisi sul lavoro migrante, su capitali flessibili e fluttuanti senza frontiere, sul capitale umano fisso alla mobilità nel perimetro aziendale, sulla disoccupazione giovanile, sul tra distico ridimensionamento dell’apprendistato, sul timidissimo decollo del rapporto scuola-lavoro. Per citare i primi grandi temi, sempre presenti nell’oratoria dei protagonisti politici e sindacali. Ma li si ferma!

Avere nuovi punti di osservazione della realtà sociale e economica è indispensabile: Serve buona lena e passo costante, non lungo, nel nostro caso gli ostacoli all’unità (non pochi) vanno rimossi;  pensare di scavalcarli con una metafora è rischioso per lo stesso obiettivo che si è posto.

Per maggiore  informazione aprite i SEI  allegati

 

 

 

 

Allegato:
terza_italia_tutti_la_vogliono_manfellotto_espresso_n_14.pdf
come_far_vivere_unagenda_di_riscatto_revelli.doc
la_nuova_sinistra_che_ancora_non_ce_armeni_rocca_n_7.doc
il_fascino_discreto_della_crisi_economica_bellofiore-vertova.doc
bread_and_roses_ken_loach.doc
landini_coalizione_o_agitazione_sociale_antoniazzi.doc

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