Il crollo del mercato immobiliare. C'è bisogno di una nuova politica abitativa. Ora anche la statistica conferma quanto i cittadini italiani conoscono da tempo e vivono da tempo sulla loro pelle. Il rapporto presentato dall’agenzia del territorio il 15 maggio scorso certifica una pesante caduta del mercato immobiliare. In Italia, nessuna regione esclusa, le compravendite di case e alloggi sono crollate ed è anche crollata la concessione dei mutui. Riprendiamo solo alcuni dati del ricco rapporto per fare poi qualche commento.

Il mercato immobiliare delle abitazioni subisce un vero crollo nel 2012, perdendo oltre 150 mila compravendite rispetto all’anno precedente: si tratta del peggior risultato dal 1985 quando le abitazioni compravendute erano state circa 430 mila. Dopo l’inversione di tendenza registrata a partire dal 2007, dopo il decennio di crescita 1997-2006 nel quale le abitazioni compravendute si sono incrementate quasi dell’80%, la caduta del mercato immobiliare sembrava potersi arrestare. Invece, dopo la sostanziale tenuta del mercato nel biennio 2010-2011, il risultato del 2012 è stato senza dubbio deludente.

Tralasciando i copiosi dati nazionali in Piemonte si sono compra-vendute 39.610 case/alloggi (-26%) in provincia di Torino 12.828, si sono comprati maggiormente alloggi medio piccoli. E’ anche interessante valutare i mutui, (il rapporto rileva solo i mutui erogati con garanzia ipotecaria della casa stessa), in Piemonte si sono erogati con questa modalità 14.139 mutui (-38,9%) con un tasso di interesse medio del 4,21%, un po’ più caro dell’anno precedente, per una durata media di 22,6 anni e per una rata media di 648 € mensili.

Il SICET non si stupisce di questi dati, in tutto il percorso congressuale si è discusso e ci si confrontati su questi temi. Ma ritengo che ci sia ancora una scarsa consapevolezza sul mutamento di scenario che è avvenuto e che è in corso. Credo debba essere considerato da tutti: istituzioni, partiti, associazioni, sindacati, cittadini, che siamo in una situazione nuova, che è cambiato il paradigma che per molti anni è stato utilizzato in Italia per le politiche abitative.

In sintesi la scena era: lavoro stabile e continuativo nello stesso territorio; conseguente risparmio perché quasi sempre c’era più di un lavoro in famiglia; mutuo facile perché garantito dal lavoro stabile; acquisto della abitazione, soluzione del problema abitativo. Tutte le politiche dei governi che si sono succeduti, partendo da questo schema, hanno fatto solo politiche di incentivazione all’acquisto della casa ritenendo questa fosse una politica abitativa sufficiente.

E’ sotto gli occhi di tutti noi come la situazione sia velocemente mutata, ritengo che sia mutata in modo irreversibile.

E’ mutata la composizione sociale, a Torino per la prima volta il censimento ha rilevato più famiglie composte da una sola persona rispetto a quelle composte da più persone. Il lavoro è diventato flessibile non da garanzie di stabilità, varia e chiede disponibilità a cambiamenti e trasferimenti, in Italia, tranne rare eccezioni è anche poco pagato causa i noti problemi del costo del lavoro. Quindi sono poche le persone/famiglie che possono permettersi oggi e in un futuro prossimo, di pagare una rata media di mutuo, ancorché concesso, di 648 € mensili, a cui aggiungere tutte le altre spese per la casa. E’ oramai consolidato un flusso migratorio (che è una ricchezza per il nostro paese) che potrà avere periodi di maggiore o minore affluenza ma che esiste ed esisterà anche in futuro con un approccio all’abitazione diverso dal nostro.

Insomma dobbiamo maturare tutti la consapevolezza di una situazione completamente nuova che ha bisogno di nuove politiche abitative, politiche abbandonino l’incentivazione all’acquisto ma che mirino a mettere sul mercato abitazioni in affitto a prezzi compatibili con i redditi più bassi dei cittadini italiani.

Il SICET ha avanzato molte proposte in questa direzione, si può fare molto e anche senza costi insostenibili.

Si può andare a un confronto con gli immobiliaristi per ottenere l’utilizzo dell’invenduto, oggi fermo (e quando un immobile non si utilizza si degrada molto velocemente) per dare gli alloggi in locazione, con un sistema di garanzie pubbliche per prevenire le morosità eventuali; si può agire sulla leva fiscale per detrarre anche agli inquilini parte degli affitti, come si fa per i mutui concessi per la prima casa. Bisogna intervenire anche con agevolazioni fiscali per i proprietari che accettino di affittare a canoni regolari e contenuti. Queste scelte otterrebbero due risultati in tempi brevi: l’utilizzo delle tante abitazioni vuote (Torino ne ha censite circa 50.000), evitando inutilizzi e degrado e la possibilità per tanti di affittare un alloggio a prezzi compatibili con i redditi.

E’ anche necessario “inventare” strade nuove, ad esempio bisogna censire i locali vuoti di proprietà pubblica e valutare quanti sono riutilizzabili per abitazioni, la ristrutturazione potrebbe anche essere affidata ad associazioni e/o cooperative che facciano lavorare i futuri abitanti. Mi rendo conto che sono percorsi non facili ma che è necessario sperimentare.

A Torino si sta per concludere la trattativa tra sindacati inquilini e sindacati della proprietà per rinnovare gli accordi territoriali che regolano l’affitto concordato, nell’accordo sarà inserita la possibilità di locare per periodi transitori parti del proprio appartamento, possibilità che fino ad oggi non era ne pensata ne regolamentata.

Sono solo esempi, ma spiegano come in una situazione mutata bisogna cambiare le politiche abitative anche con fantasia e in modo radicale.

L’auspicio è che tutti, Governo, Regioni, Comuni capiscano e siano disponibili a una nuova politica che deve certamente prevedere finanziamenti, (per i fondi di sostegno, per gli sgravi fiscali, per aumentare il patrimonio di case popolari), perché non si fa nessuna politica senza finanziamenti, ma deve anche innovare con proposte di politica abitativa diverse da quelle praticate negli anni passati.

Solo se si avrà questa capacità si potrà pensare di risolvere, almeno in parte, il grave problema di migliaia di famiglie (in Italia sono circa 250.000) che non riescono a pagare le spese per la casa e rischiano sfratti e pignoramenti. 

La casa, anche prima del lavoro, è indispensabile per essere cittadini, senza una casa non si ha nemmeno il riconoscimento anagrafico, non si esiste nel mondo civile.

Baratta Giovanni – Seg.Gen. SICET Piemonte

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