L'articolo è di Mohammed Harbi, capo redattore di Al Watan quotidiano algerino dell’opposizione. E’ stato tradotto da Toni Ferigo.

L’Europa avrebbe optato per la maniera forte per impedire l’immigrazione clandestina. Almeno così spera o, ancora, si crede nonostante le non poche riserve e chiare opposizioni che l’annuncio della Ue, di lunedì 18 maggio, ha suscitato. Si tratterebbe di un’operazione navale senza precedenti per lottare contro questi famosi “venditori di speranza”, ma in realtà gente che crede d’aver trovato un buon affare, che -occorre sottolinearlo- costituiscono l’ultimo anello di una lunga catena alimentata dalla miseria umana.

E’ questa la questione da discutere, anche se non si tratta in alcun caso di giustificare o assolvere gli organizzatori di viaggi verso la morte. Non sapremo mai il numero esatto di quanti hanno affrontato questo rischio e si trovano in fondo al mare. Si presume migliaia. L’Europa ha deciso di mettervi un fine puntando i posti di imbarco che si trovano oggi in paesi in guerra come la Libia.

L’operazione militare “deve rendere impossibile per le organizzazioni criminali, di riutilizzare gli strumenti che usano per far morire delle persone in mare”, ha dichiarato con veemenza la rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini. Questa missione, battezzata “EU Navfor Med”, metterebbe navi da guerra e aerei di sorveglianza al largo della Libia, divenuta la principale piattaforma del traffico.

Una missione che richiede un accordo all’ONU, che non è ancora acquisito. Il segretario generale dell’ONU ha già fatto sapere, un mese fa, che il ricorso alla forza non è una soluzione per questa tragedia, e che bisogna favorire con opportune politiche l’immigrazione legale come soluzione globale. Quando la UE incaricò Federica Mogherini di ricercare un mandato dell’ONU, la risposta di Ban KI Moon è stata “c’è bisogno di un approccio globale che prenda in conto le radici del problema, la sicurezza dei migranti e diritti umani dei rifugiati, come, Tra altro, avere canali legali e regolari d’immigrazione”.

In che cosa consisterebbe questo “approccio globale“ di cui si parla da decenni e che – erano i suoi obiettivi – dovrebbe puntare ad un aiuto allo sviluppo di diversi paesi africani?

L’obiettivo del 1% dei PIL dei paesi ricchi, da destinare a paesi africani, da cui partono la maggior parte degli emigranti, non è mai stato raggiunto. Secondo l’OCSE, questo aiuto promesso, non ha superato lo 0,29 medio del PIL. La crisi farà ancor più stringere i cordoni della borsa, e rivedere questo impegno partenariato che, si credeva, avrebbe avviato un aiuto vero sostitutivo dei traffici illeciti e del commercio.

Delle economie sono state distrutte con la politica delle quota e delle sovvenzioni che solo i paesi ricchi potevano consentire. Quanto succede oggi non può stupire. E’ la congiunzione di più fattori, la guerra in primo luogo, che alimentano la disperazione.

Le cifre drammatiche fornite dalla Organizzazione Internazionale per la Immigrazione, dimostrano l’ampiezza del fenomeno che oggi suscita reazioni che non tengono conto nelle sue dimensioni reali e che sono anche determinate dalla paura che questa suscita.  Puntare i porti di imbarco dopo aver tentato di organizzare siti di controllo dell’immigrazione clandestina, è veramente l’ultimo anella della catena. E senza la minima garanzia, trattandosi di una semplice operazione di polizia, mentre la soluzione è eminentemente politica. Il perché è chiaro ridare speranza a queste popolazioni.

Mohammed Harbi    Capo redattore di Al Watan , quotidiano algerino d’opposizione.

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