Renzo Piano racconta. Dalla tragedia, al progetto per creare sicurezza e bellezza, costruito in sette fasi, lavorando tre turni per sette giorni.

Renzo Piano, intervistato da Fulvio Irace su Il Sole, ripercorre tutti i passi della realizzazione della grande opera, un’esperienza pilota che può insegnare molto nell’Italia degli azzeccagarbugli e delle infiltrazioni mafiose, può fare scuola per altre importanti opere e per altri grandi progetti composti da tante opere minori.

Sicurezza e bellezza...

Acciaio e aria….

La costruzione del Ponte di Genova, in un anno,  è stata compiuta lavorando giorno e notte, sette giorni su sette,  con il concorso di Salini Impregilo,Fincantieri, Italfer e Rina. « Una sfida pazzesca, impensabile senza la passione collettiva che l’ha accompagnata», il ponte è destinato a durare mille anni: per Piano è stato come costruire una cattedrale, non solo per la complessità tecnica che si nasconde dietro le linee pulite del suo sottile profilo, ma perché, come le cattedrali, sarà il ritratto corale di una intera comunità (di progettisti, di tecnici, di operai) che nella sua ricostruzione si rappresenta, riconoscendolo come simbolo di riscatto dell’orgoglio italiano. (…)

«Mi ha fatto rivivere stranamente l’esperienza di Beaubourg – continua Piano – anche lì, di notte, trasportati su ruote dalla Germania arrivavano silenziosamente le imponenti travi metalliche da montare nel plateau del Marais. È strano, ma forse neanche tanto, che nella mia vita professionale ci sia come una continuità non ricercata ma naturale, perché basata sulla ragionevolezza di alcune scelte fondamentali. Ho persino la sensazione, ripensandoci, che quegli esperimenti sulle geometrie di piccole strutture metalliche su cui ho passato molti anni della mia gioventù, alla fine siano confluiti nel disegno delle parti “volanti” di questo ponte: allora come oggi, riemerge in me l’aspirazione a una leggerezza da esprimersi non in gesti estetici, ma piuttosto nella ricerca di un’integrità formale, dentro cui non ho vergogna di ammettere che si celi un sogno sociale: offrire un confortevole riparo alle attività dell’uomo. L’arte di assemblare – quello che chiamo il procedere “pezzo per pezzo” – insieme al desiderio, quasi al bisogno, di saggiarne le possibilità sotto gli effetti della luce». (…)

(…) Renzo Piano non è uomo di molte parole, anche se le poche che dice sono accolte con il rispetto che fa tacere anche i suoi più accaniti detrattori. Lo testimonia l’affetto con cui sono accolte soprattutto dai giovani che in questo architetto 82enne trovano una auctoritas capace di definire gli aspetti profondi della professione: la fiducia nel fare bene, il coraggio di dire cose semplici e di disegnare architetture che ogni volta colgono un aspetto che contiene una piccola, inattesa verità. Come quando ti spiazza citando a memoria un verso – «Genova, di ferro e aria» – della famosa Litania dedicata alla città ligure dal poeta Giorgio Caproni. «Genova – conclude Pianoè la città dell’acciaio perché lo produce e perché le navi nel porto sono d’acciaio. Ma è anche la città della luce e del vento, che arriva all’improvviso per riscattare il volto povero delle cose trasformandole in maniera inaspettata. E questo mi piacerebbe che si dicesse del mio ponte: fatto di ferro e di aria». (…) per continuare aprire l’allegato

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