Quando ho finito di leggere l'articolo sul sito www.nova.ilsole24ore.com  ho stropicciato gli occhi, ho pensato ad un conflitto del mio computer con un altro indirizo internet. Ho chiuso il collegamento e riscritto l'indirizzo. Era ed è vero! Non si comprenderebbe questo mio stupore se non si legge l'articolo, il cui titolo è in perfetto stile liberale, facendo mente locale che è inserito con tanto di firma  sul sito dell'inserto domenicale (Nova 24) del quotidiano della Confindustria. Alle ore 16,50 del 27 marzo era ancora lì. Resisterà? Penso e spero di sì perchè è un buon segnale. Di onestà intellettuale e di salute del senso critico che debbono  riprendere a crescere in ogni ambiente sociale e politico, in modo trasversale e diffuso. Buona lettura.  Adriano Serafino.

Il diritto di licenziare

Ma allora perché non accettare il reintegro nel caso che un giudice dovesse accertare

l’illegittimità di tale motivazione economica?

Viene da pensare che o non si ha fiducia nella valutazione del giudice – al che non si capisce perché dovrebbe averla il lavoratore – oppure ci si vuole garantire un diritto al licenziamento che esula e va oltre le ragioni economiche pertinenti.

Se ribaltiamo la domanda su chi è contrario all’attuale formulazione del governo dell’art. 18, ovvero perché non accettare il licenziamento su base economica senza possibilità di reintegro, la risposta mi sembra più chiara e meno ambigua nelle intenzioni.

Intanto perché la presenza dell’eventuale reintegro scoraggia dall’intraprendere il provvedimento fasullo il che fa si che oggi le cause di licenziamento siano una quota minima di tutte le cause di lavoro.

Poi perché il compito di provare la legittimità o meno del provvedimento si sposterebbe dall’azienda al lavoratore ossia sarebbe quest’ultimo a dover provare la motivazione discriminatoria e non l’azienda a provare la legittimità di quella economica, che è poi la difficoltà più grossa che avrebbe un’azienda in malafede. Per cui non si vede motivo logico per questa inversione di oneri se non quella di favorire l’azienda mancante e mettere in difficoltà il lavoratore abusato.

Se così è però bisognerebbe avere il coraggio di dichiarare che lo scopo non è una comprensibile tutela dell’azienda oberata dai costi di forza lavoro superflua ma l’acquisizione di una arbitrarietà totale libera da qualsiasi contrappeso e cioè la facoltà di poter licenziare quand’anche non sia necessario.

Infatti per un’azienda è probabilmente più semplice e conveniente liberarsi al primo allarme di un

lavoratore mediante indennizzo che non adottare misure di contrasto al momento di crisi che richiedano sforzi, magari investimenti, per tutelare il lavoro ovvero il bene comune. Che è poi l’obiettivo sbandierato dalla riforma.

Ciò vuol dire che la riforma Fornero non solo è ingiusta e inefficace sotto molti aspetti ma che ha

un’impostazione non virtuosa, non tesa a sviluppare quel che c’è di buono o potenziale ma al contrario ad assecondare spinte antisociali improntate al “ognuno per sé” e “mors tua vita mea”. Non esattamente ciò di cui ha bisogno questa nostra società prostrata per tornare a credere in un futuro di crescita.

Se invece queste riflessioni sono errate qualcuno spieghi di cosa hanno paura i fautori dell’articolo 18 sterilizzato perché non è per nulla chiaro. Se no a quella storia che non ci saranno i licenziamenti di massa potranno crederci solo i bambini.

26 marzo 2012 – 19:17

http://riccardopaterno.nova100.ilsole24ore.com/2012/03/il-diritto-di-licenziare.html

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