“ Lo spettro dell’affondamento dell’euro ha dato loro il coraggio che fin qui gli era mancato”…, scrive Eugenio Scalfari nell’editoriale di “Repubblica” di domenica 9 maggio. E da qui voglio partire per una breve riflessione sulla debolezza politica dell’Unione Europea che sta alla base della crisi dell’euro. Non è infatti solo crisi  economico-finanziaria, ma soprattutto politica di un’Europa che, al di là di organismi istituzionali consolidati da anni e cioè, Parlamento, Commissione Esecutiva, Consiglio Europeo e Corte di Giustizia, non è ancora politicamente compiuta a causa di miopi egoismi nazionali che ne limitano le potenzialità ed il futuro.

Il presupposti che dovevano farne una potenza politica, oltre che un gigante economico (oltre cinquecentomila abitanti e primo Pil del mondo), costruito con il motore del Mercato Comune e, poi, con i vari Trattati, fino all’istituzione della moneta unica,  erano e sono alquanto diversi. In primo luogo la volontà di farne un’entità  politica unitaria e sovranazionale, con il governo dell’economia centralizzato, una politica estera e di cooperazione comune, un Presidente dell’Unione in carica per almeno la metà del periodo della durata del Parlamento Europeo che, come è noto, è eletto per 5 anni.

Il rischio del crollo dell’euro ha dato loro il coraggio che gli mancava, dunque. Ma questa mancanza di coraggio pone a questo punto qualche domanda. Ma è possibile che solo nel pericolo si riesce a trovare il coraggio di battere gli egoismi nazionali? Mia convinzione è che non si tratta solo mancanza di coraggio ma che, per molti paesi occorre in primo luogo superare nostalgiche identità di un passato di grandezza nazionale che non può più ritornare e che viene ostacolato da un sedimentato insieme di convinzioni profondamente radicate nella cultura nazional -sciovinistica di questi paesi. Mi riferisco – per citare un fatto concreto che continua a scandalizzarmi – alla Gran Bretagna e alla Francia che, pur in presenza di piani di riforma dell’Onu che prevede un seggio unico per l’insieme dell’Unione Europea, e la loro rinuncia come membri permanenti. Da tempo ragionevoli uomini politici si pronunciano a favore di  uno solo in rappresentanza dell’Unione Europea. Questo favorirebbe la riforma e l’ingresso nel Consiglio di Sicurezza paesi emergenti come India (un miliardo di abitanti), Brasile, Sud Africa, questi ultimi due in ragionevole rotazione con altri importanti paesi dell’America Latina e dell’Africa. La Germania, il maggiore paese europeo dell’Unione, la più recalcitrante alla concessione di risorse per scongiurare il pericolo del crollo economico e finanziario dell’eurogruppo, e dell’intero processo di unità europea, aveva tentato l’ingresso nel Club dei membri permanenti del Consiglio di Scurezza per affiancare, per mere ragioni di orgoglio nazionalistico, gli ex nemici vincitori a 65 anni dalla fine della guerra!

L’assurdo di queste posizioni, nel caso della non riforma, sono presto dette: tre seggi agli europei, e niente ai paesi emergenti come l’India, il Brasile, e il Sud Africa del Sud. Certo, questo è solo un pretesto per ricordare episodi di cieca esaltazione nazionalistica, accanto a miopia politica che hanno effetti analoghi nella politica estera dell’Unione, episodi che trovano conferma nella debolezza con cui si è affrontata la speculazione sull’euro. E del resto, la  nomina di una scialba e sconosciuta rappresentante inglese alla carica di rappresentante della politica estera per la “Cooperazione e la Sicurezza dell’Europa, non è forse la prova di questa miopia politica dei governi nazionali dei maggiori paesi europei? Questo ci dice la pratica della conduzione della politica estera a due dell’asse Parigi –Berlino, o dei due con Londra. Non sono mancati disastrosi episodi di inesistente unità in politica estera. Il più clamoroso: l’adesione alla menzognera ragione dell’invasione dell’Irak da parte americana con gli inglesi del governo laborista Blair in coda, ed alcuni paesi europei  tra i quali, italiani e spagnoli.

L’attacco della speculazione non è solo dunque all’euro, ma all’insieme dell’Unione Europa.  Alla sua evoluzione come comunità economica e politica, potenziale attore e strumento di pace e autonoma presenza politica forte nel mondo. Un’aggressiva speculazione che alimenta le maggiori e vergognose  diseguaglianze sociali.  L’attacco all’euro rivela anche la volontà distruttiva del solo organismo centrale che funzioni in Europa, il solo vero scudo contro le speculazioni di ogni tipo: la Bce, la Banca Centrale Europea.

I problemi comunque restano, come restano i problemi della chiarezza che la difesa dell’euro è la difesa della possibile, reale costruzione dell’Unione Europea, e non la difesa della moneta di derivazione del marco tedesco, come vorrebbe la Merkel.

Infine, come denuncia Jacques Diouf, direttore generale della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, restano i problema della fame nel mondo, oltre un miliardo di persone.

A questa enorme quantità di esseri umani alla fame, se sono aggiunti altri cento milioni: il disastro dell’ultima crisi finanziaria mondiale, frutto avvelenato della grande speculazione partita dal maggior centro finanziario mondiale, quello di Wall Street.
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