La lezione di Pierre Carniti. Intervista a Bruno Manghi di Gianni Saporetti, su La Città.

“…Ecco, questo senso missionario della ricerca, che tutti loro avevano già sperimentato, perché tutti loro erano stati scelti a loro volta, questa è una cosa bellissima che allora, a prescindere se fossero comunisti, socialisti, cattolici, era molto presente e che oggi non è che sia scomparsa, ma non è più all’ordine del giorno. Sapevano che quelle risorse umane erano decisive per riuscire, perché se tu trovavi uno trovavi tutti, ma se non trovavi quell’uno non trovavi nessuno. Il sindacato non è che parte con un’assemblea in cui tutti ti votano a favore; dentro quell’assemblea devi avere due o tre di cui ti fidi e che ti raccontano cosa è quel posto e che sono stimati dagli altri, con un altro principio decisivo dell’epoca, ma che, secondo me, vale anche oggi, che dovevano essere innanzitutto bravi lavoratori, non scansafatiche che fanno il sindacato per evitare il lavoro…”

Questa e altre mirate considerazioni le potete trovare nell’intervista a Bruno Manghi a cura di Gianni Saporetti, pubblicata sul numero di febbraio 2020 della rivista on line “Una città”, descrive in un agile saggio la storia del modo d’essere di un sindacato d’altri tempi, costruito dalle  generazioni degli anni ’60 e ’70, in particolare nel settore industriale manifatturiero del nostro paese, con un punto focale nella Fim-Cisl di Luigi Macario e Pierre Carniti.

Una storia del passato prossimo che contiene spunti di rilevanza per un futuro del sindacato se si vogliono rimuovere le tante ingiustizie e le tante disuguaglianze che ci circondano; misurarci con le sfide continue delle innovazioni, delle migrazioni e, ultima cronologicamente, quella dello sconosciuto  coronavirus, come racconta la testimonianza di Davide nell’articolo che segue.

Serviranno nuovamente sindacalisti con grandi competenze e senso di missione per il loro lavoro?  Sindacalisti che scelgono la priorità di soddisfazione in valori immateriali anziché di carriera? Come già avvenne nel periodo storico a cui si riferisce Bruno Manghi.

“..Durante la grande industrializzazione, negli anni Sessanta, quando si forma una generazione di giovani e combattivi sindacalisti, che pensano che il sindacato debba stare in fabbrica, che la contrattazione aziendale sia decisiva, che i sindacalisti non debbano fare i deputati, che l’unità sindacale sia necessaria, Pierre Carniti è uno dei loro leader; quello spirito missionario che si accompagnava al rispetto del sapere e della sua autonomia…”

Ecco, questo senso missionario della ricerca, che tutti loro avevano già sperimentato, perché tutti loro erano stati scelti a loro volta, questa è una cosa bellissima che allora, a prescindere se fossero comunisti, socialisti, cattolici, era molto presente e che oggi non è che sia scomparsa, ma non è più all’ordine del giorno….”

Sapevano che quelle risorse umane erano decisive per riuscire, perché se tu trovavi uno trovavi tutti, ma se non trovavi quell’uno non trovavi nessuno. Il sindacato non è che parte con un’assemblea in cui tutti ti votano a favore; dentro quell’assemblea devi avere due o tre di cui ti fidi e che ti raccontano cosa è quel posto e che sono stimati dagli altri, con un altro principio decisivo dell’epoca, ma che, secondo me, vale anche oggi, che dovevano essere innanzitutto bravi lavoratori, non scansafatiche che fanno il sindacato per evitare il lavoro. …”

iN ALLEGATO IL TESTO INTEGRALE DELL’INTERVISTA DI BRUNO MANGHI