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Globalmondo, RUMINE

Dogma del Pil e sindacato

PierLuigi Ossola prosegue con la sua rubrica “Rùmine” auspicando più commenti di quelli finora registrati e l’argomento scelto per ottobre “Dogma del PIL e sindacato” dovrebbe favorirli. Di seguito una sintesi delle 8 interessanti cartelle.

< Il tema su cui propongo di rùminare insieme questo mese è il dogma del nostro tempo: la crescita del PIL. La crescita del PIL “senza se e senza ma” è  forse l’unico  assioma o postulato accettato e posto alla base delle loro politiche economiche da tutti i governi indipendentemente dal loro riconoscersi o meno nei principi del capitalismo e della democrazia. Anche il variegato mondo sindacale sembra riconoscersi pienamente in questo postulato.Non a caso crescita del PIL, occupazione, progresso, benessere  e sviluppo sono normalmente  trattati come sinonimi.

GDP – Acronimo di “Gross Domestic Product”

Per assicurare  la crescita del PIL tutti i mezzi sono giustificati … comprese le guerre. Molte delle guerre che affliggono il nostro tempo hanno ed hanno avuto motivazioni formali diverse: portare la democrazia, garantire la propria sicurezza, difendere i propri “sacri” confini, ecc. ma è indubbio che le enormi risorse impiegate e distrutte nelle guerre hanno da sempre creato le condizioni per fasi di crescita del PIL di alcuni Paesi altrimenti impensabili.

Ragionare di crescita e  PIL non è quindi estraneo al tema della guerra e dei risultati elettorali che sono oggi al centro dei nostri interessi e riempiono le pagine dei giornali. E’ piuttosto cercare di guardare la realtà e ciò che ci possiamo aspettare dal futuro con un’ottica che va oltre i pur importantissimi fatti contingenti.

Chi nega, o si permette anche soltanto di dubitare del dogma del PIL, viene visto come persona di poco buon senso che per motivi ideologici si oppone al progresso.

E’ un giudizio motivato e giustificato ?

(…)  Posto che la crescita del PIL  sia  un imperativo irrinunciabile vale la pena di considerare se è anche un obiettivo realistico, perché se non lo fosse ci sarebbe moltissimo da rivedere nelle strategie politiche e sindacali.

Questo è il tema su cui ho “brucato” questo mese nel libro di Marco Bonaiuti ‘La grande transizione’ (Bollati Boringhieri 2013) che considero molto attuale ed interessante nei ragionamenti che propone.(…)  La tesi centrale sviluppata da Bonaiuti nel libro ‘La grande transizione’ può essere sintetizzata nel fatto che grossomodo a partire dalla metà degli anni settanta, le società capitalistiche avanzate sono entrate in una fase di rendimenti decrescenti.Se questa fase di decrescita  è, come sostiene Bonaiuti, di tipo strutturale e non solo congiunturale la rinuncia al dogma della crescita non è una scelta ideologica o ecologica, ma un inevitabile dato di fatto di cui dobbiamo prendere atto, impegnandoci da subito per capire quali politiche economiche alternative possono essere promosse.

Bonaiuti non invoca quindi  la ‘rivoluzione della decrescita’,  ma il buon senso di impegnarci per tempo a immaginare una «grande transizione» dell’architettura economica della nostra società secondo nuove premesse. (…)

APPUNTI SU “LA GRANDE TRANSIZIONE”

Nel primo capitolo del libro Bonaiuti richiama  alcuni strumenti concettuali, che poi utilizzerà  nei capitoli successivi,  riguardanti le proprietà dei sistemi complessi e argomenta per quali ragioni la scienza della complessità rappresenta un fondamento epistemologico adeguato allo studio delle trasformazioni di ‘tempo lungo’ delle società capitalistiche avanzate evitando i riduzionismi in cui cade la scienza economica mainstream. (…)

Nel secondo capitolo identifica alcuni processi fondamentali di lungo periodo (a livello economico, ecologico, sociale e culturale), che caratterizzano l’età della crescita,  la cui analisi ci consente di capire meglio la crisi di sistema che stiamo attraversando. (…)

Nel terzo capitolo, avvalendosi delle puntualizzazioni oggetto dei primi 2 capitoli, Bonaiuti sviluppa la tesi centrale del testo,  proponendo argomentazioni e molteplici evidenze volte a sostenere l’ipotesi che le società capitalistiche avanzate sono entrate in una fase non reversibile di DMR (rendimenti decrescenti). I rendimenti decrescenti non sono un fenomeno di natura prettamente economica, ed hanno a che vedere con almeno tre fenomeni indotti dalla crescita quantitativa di ciascun sistema: le esternalità negative, la «controproduttività»  e la crescita di complessità, e di conseguenza dei costi, da sopportare per il  funzionamento dei sistemi. Vale la pena di cercare di chiarire meglio.

Le esternalità negative sono quei costi sociali che NON sono compresi nel costo monetario di un prodotto. Ad esempio l’inquinamento, i danni alla salute dei lavoratori e della popolazione indotti da certe lavorazioni (ad esempio ILVA di Taranto, ecc.), la distruzione di fondamentali equilibri ecologici, ecc. Con l’aumentare della produzione e del consumo il livello delle esternalità negative raggiunge livelli sempre più alti. 

La controproduttività è una sorta di ‘indigestione’ che si manifesta quando si supera una certa soglia di produzione e consumo di determinati beni e servizi.  Quando mangiamo cose che ci piacciono in quantità eccessiva queste anziché darci benessere diventano causa di malessere. Allo stesso modo  sul piano più generale la ‘controproduttività’  si manifesta quando superando una certa soglia di produzione e consumo di determinati beni e servizi questi  non raggiungono più il fine per cui sono  stati creati, bensì si frappongono come ostacoli al suo raggiungimento. Ad esempio, oltre un certo grado d’intensità, la medicina produce malattia, sistemi di trasporto veloce che collegano centri residenziali e luoghi di lavoro rischiano, se prendono il sopravvento su altri sistemi, di trasformare gli abitanti delle città in viaggiatori forzati, di assorbire quote crescenti del loro reddito e/o dei bilanci pubblici a scapito di altri servizi, di favorire la riduzione in dormitori dei luoghi di residenza, ecc. (…)

Concludo queste note con breve uno sguardo sugli scenari e le prospettive di transizione su cui ragiona Bonaiuti nell’ultimo capitolo del suo libro chiedendosi quali sono le prevedibili conseguenze per gli attuali assetti capitalistici di una progressiva caduta del DMR. Bonaiuti ipotizza  a questo proposito tre scenari.

Scenario 1: collasso – per collasso si intendere una crisi relativamente rapida che blocca il funzionamento dapprima di alcune parti di un sistema e poi del sistema nel suo insieme. (…)

Scenario 2: nuova espansione – Una nuova espansione richiede due condizioni. La prima riguarda la presenza di mercati in grado di assorbire crescenti quantità di prodotti. (…)

Scenario 3: fortezza – il rischio di involuzioni autoritarie si presenta ogni  volta  che un sistema socio-economico si trova in una condizione di stallo o di gravissima crisi e quindi  nella pressante necessità di ridurre i costi della complessità sociale, divenuti insostenibili. (…)

Scenario 4: resilienza o ‘decrescita serena’ – L’idea di fondo che si realizza con questo scenario, che è quello auspicato da Bonaiuti,  è piuttosto semplice, per quanto radicale. Consiste nell’operare un sostanziale ribaltamento di prospettiva o di paradigma socio-economico: semplificare e decentrare anziché crescere e complessificare. (…)

Quale futuro ci attende? – E’ ovviamente impossibile dire sin da ora se il futuro che ci attende corrisponderà a uno dei 4 scenari ipotizzati da Bonaiuti o se prenderà forma un nuovo scenario mai verificatosi prima nella storia dell’umanità. (…)

In allegato il testo completo. Vi invitiamo a lasciare un breve o lungo commento

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12/10/2022/0 Commenti/da redazione
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