Tre articoli sulla fase politica del nuovo Governo Conte. In Oltre la demagogia delle poltrone Riccardo Maccioni, L'Avvenire, scrive (…) la cultura di un popolo parte dalle parole con cui la racconti, dai contenuti che la abitano. Perché il sole è sole dappertutto, ma quello del deserto scalda di più, e l’idea di futuro in un Paese appena uscito dalla guerra è diversa dal dibattito sulla crescita economica in una democrazia stabile. Il ragionamento vale anche per il concetto di politica . Che può vuol dire etica della responsabilità, impegno per il bene comune, visione di insieme al servizio della comunità. O viceversa utilizzo privato del patrimonio collettivo, puro esercizio di potere, disprezzo delle regole o loro manipolazione in nome di una quantomeno curiosa per non dire infìda idea di popolo. In Italia, forse da sempre, ma particolarmente dopo Mani Pulite, per tanti "Parlamento" è diventato sinonimo di sporcizia, di corruzione, di "mangiatoia". Così gli accordi tra i partiti, su cui si fonda l’esercizio della democrazia, vengono relegati a "inciuci", i cambi di maggioranza diventano "golpe", i seggi, gli scranni parlamentari e governativi sono "poltrone". (…)

Sul “Corriere della sera” il politologo Ernesto Galli Della Loggia ha pubblicato La natura del PD e il trasformismo, una analisi originale sulla situazione politica odierna che ha suscitato commenti molto diversi, divaricati. Scrive in conclusione (…) E così dopo poco più di un anno l’establishment italiano ha riportato la vittoria sulla dabbenaggine e sulla pochezza politica della coalizione giallo-verde, sul fare inutilmente smargiasso del capo della Lega e le velleità inconcludenti dei 5Stelle. Ma è una vittoria che non contiene la promessa di niente. Che inalbera un programma per il futuro che è un patetico libro dei sogni dove è elencato di tutto tranne i modi e i mezzi per fare qualsiasi cosa, e che è facile prevedere che non farà nulla. In un sistema politico paralizzato dal trasformismo e di cui l’establishment non cessa di tenere ben salde le redini, il segno distintivo diventa sempre di più l’immobilismo. Quell’immobilismo di cui il Paese sta lentamente morendo.

Nell’ultima  newsletter de Il diario del lavoro.it  Massimo Mascini così conclude la sua analisi sul ruolo del sindacato. (…) Adesso, di nuovo, le confederazioni sembrano un po’ nell’angolo, mentre crescono di importanza le categorie, sempre più protagoniste in quanto negoziano i rinnovi contrattuali, e ancora di più i territori, hanno un’interlocuzione politica e difendono interessi precisi, quelli appunto del territorio che presiedono.Ambedue le formazioni confederali, dei lavoratori e degli imprenditori, insomma, appaiono un po’ in crisi. E non potrebbe non essere così, considerando che sono le une specchio delle altre, condividendo gloria e dolori (adesso più questi ultimi). Ne è controprova l’ultimo grande accordo che Confindustria e Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto nel marzo del 2018, il Patto della fabbrica.

Un ottimo accordo, molto importante e pieno di indicazioni interessanti, spesso anche molto innovative, a testimonianza della complessità e serietà dell’elaborazione culturale in corso. Peccato che quell’accordo non sia mai stato attuato, almeno non nelle parti più importanti. Come del resto il Testo unico del gennaio 2014, che doveva cambiare radicalmente le relazioni industriali, e lo avrebbe potuto fare, se non fosse che è rimasto lettera morta, senza essere mai attuato. Doveva finire il Far West, ma è ancora in scena.

Tutto ciò non nasce per caso, ma è il frutto avvelenato della disintermediazione. Essere stati messi da parte dalla politica ha portato i sistemi confederali a una minore presenza sulla scena politica stessa, che a sua volta ha portato un appannamento sociale che si riscontra nei fatti. Matteo Renzi voleva sbarazzarsi dei sindacati e ci è riuscito: che poi questo non gli abbia portato fortuna, che proprio dopo lo strappo con il mondo del lavoro siano cominciati i suoi guai, è un altro affare. Importante è che lì è iniziata una parabola discendente.

E non c’è stato alcun rapporto nemmeno con il governo gialloverde: non deve illudere il rincorrersi di incontri, tra Palazzo Chigi e il Viminale, degli ultimi tre mesi, alimentati solo dalla determinazione dei due partiti della maggioranza, Lega e Cinque stelle, di farsi la guerra anche su questo piano. In realtà con quel governo non c’è stato alcun dialogo. (…)

Come si diceva all’inizio, questo è probabilmente solo un ennesimo movimento di quel pendolo che caratterizza tutta la storia delle relazioni industriali: è il momento di stanca per le confederazioni, magari, anche presto, la situazione si ribalterà diametralmente. C’è da dire che questo non è comunque un passaggio felice, da affrontare serenamente, perché le confederazioni, quelle dei lavoratori come quelle degli imprenditori, hanno un ruolo sociale e politico importante, sanno quali sono gli interessi generali e non rincorrono quelli di parte, che siano propri di una categoria o di un territorio; e quindi, per definizione, guardano alla tenuta economica, sociale e politica del paese.

Quindi non è indifferente se le centrali confederali siano in crisi o meno. Anche alla luce di ciò sarebbe bene si calibrassero razionalmente le prossime mosse di questo nuovo governo con il quale dobbiamo abituarci a convivere.

Dal sito www.il9marzo.it  leggiamo l'articolo "Rieccolo" che riguarda direttamente la Cisl e il rapporto con il nuovo governo, ovvero la nomina di sottosegretari…  (vedi allegato)

 

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Allegato:
oltre_la_demagogia_delle_poltrone_maccioni_ass_popolari.doc
la_natura_del_pd_e_il_trasformismo_della_loggia_ass.popolari.doc
diario_del_lavoro_newsletter_mascini.doc
rieccolo_pier_paolo_baretta.doc

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