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CON IL SINDACALISTA GIRAMONDO – M.Dellacqua – sindacato & cultura – 11/7/10

Con Alberto Tridente, un sindacalista giramanodo, ci siamo ritrovati in 25 al Seminario di giovedì 8 luglio per discutere sulla sua autobiografia. Mario Dellacqua ha introdotto la discussione ed a lui ci siamo rivolti per la sintesi dell’interessante  appuntamento a Palazzo Nuovo che potete qui leggere.

Ecco il profilo di un sindacalista, questo sconosciuto, proprio mentre i più degradanti stereotipi circondano la sua figura e la demoliscono. Ormai è come dire buon giorno e buonasera o, come nota un mio amico artigiano, è come affondare la motosega nella ferita. Il sindacalista è il conduttore insano di tutte le rivendicazioni facili e impossibili, il raccoglitore di tutti gli scontenti pur di ricavarsi un ruolo di protagonismo utile alla propria visibilità e promozione, il potenziale scialacquatore di rigore e veicolo di assistenzialismo, il nemico dell’efficienza aziendale, il massimalista e l’ideologo, il cultore dei diritti a scapito dei doveri che è all’origine, con il ’68, delle degenerazioni che corrompono la gioventù, il nemico segreto ma neanche troppo del lavoro manuale però inguaribilmente attratto dal fascino di quella malattia che lo porta a guidare e a comandare sugli operai senza dover bollare la cartolina. E via aprendo porte sfondate.

L’autobiografia di Alberto Tridente è una smentita sorprendente e serena della vulgata in circolazione e ci parla di entusiasmi faticosi e solitari, di lunghe fasi di costruzione avara di risultati e ricca di incomprensioni, di generose fiammate e di improvvisi incenerimenti. Discese ardite e risalite, direbbe Lucio Battisti. Isolamento? No, insiste Adriano Serafino: è capacità di stare in minoranza e di tenere in mano la brace calda anche quando i lavoratori non ce la fanno a seguire le tue indicazioni o a concretizzare valori di cui sei portatore e nei quali si indentificano. Era il coraggio di sostenere una linea politica che aveva un futuro, dice Giangiacomo Migone. E’ la virtù che ti porta ad interpretare come provvisori i momenti di riflusso reagendo con la scelta dell’apertura e del dialogo incessante, non con l’acidità aristocratica dei comportamenti elitari. E a questo punto Alberto Tridente si trova tra vecchi amici, non deve vendere alcun prodotto e pertanto lo può dire senza spocchia propagandistica: “avevamo ragione noi” nell’essenziale, anche se qualche balordo spediva in giro lettere anonime per denigrare la sua opera di animatore sindacale, le sue lavatacce per volantinaggi diuturni, i suoi picchettaggi che tenevano fuori tutti fino a cinque minuti prima e poi “ ma quello è entrato” e i lavoratori diventavano un’ondata che ti travolgeva. Scritte sui muri, chiodi sull’asfalto, cemento pronto tra i binari del tram. Vittorio Rieser racconta di lavoratori che accoglievano il volantino chiedendo se per caso erano soldi: poi tiravano dritto rifiutandolo o prendendolo per compassione prima di lasciarlo cadere. Ma poi, quando a Leumann l’occhio cadeva in fondo a scovare la comparsa delle prime firme unitarie, la reazione era: vi siete finalmente messi d’accordo? Uno spiraglio, un respiro più sicuro, un passo più deciso che preparava l’imporsi delle sperimentazioni unitarie e le rendeva convincenti e ineludibili anche a chi le avrebbe sempre osteggiate come un tradimento delle sacre tavole. “Ma io devo tutto a maestri come Vincenzo Saba”, dice Alberto perchè da essi ha avuto l’insegnamento dell’autonomia del pensiero e il riconoscimento della libertà nella parola e nell’iniziativa. (Anche Macario – mi viene da ricordare oggi – seppe riconoscere che Storti rispettava il suo diritto di proporsi in sua alternativa, proprio mentre gli dichiarava la sua intenzione di non voler mollare e di non voler rinunciare alle sue buone ragioni).

Lasciamo stare le narrazioni con i toni della leggenda, i colori dell’eroismo e i sapori complici della nostalgia. Ma, scavando a fondo dentro all’interrogativo proposto da Stefano Musso, chiediamoci piuttosto perchè quel mondo ghiacciato di contrastanti certezze e di rivali antropologie si sia scongelato. Capovolgiamo la domanda: non chiediamoci perchè sia finito tutto ingloriosamente dalle parti di Bonanni. Chiediamo perchè è incominciato il bruciante tragitto che ha portato il movimento sindacale dall’incubazione dell’unità d’azione verso il ribollire di fermenti unitari che coltivavano l’ambizione di contagiare anche il mondo degli schieramenti politici e acquisivano una sprovincializzazione del pensiero che rifiutava interpretazioni celebrative e liturgiche dell’internazionalismo, proponendo con scomodo anticipo ai lavoratori prima che ai ministeri il tema del gap dei diritti oggi così attuale nelle vicende di Pomigliano, cioè polacche, cioè europee.

La ricostruzione dell’avventura umana, sindacale e politica di Alberto Tridente è carica di un’altra originalità: la sua vocazione all’impegno nasce (“per caso” ha curiosamente osservato Stefano Musso sollevando grappoli di conferme divertite) nel microcosmo di una città operaia come Venaria Reale, con la descrizione suggestiva di una poco esplorata miscela sociale, fatta degli odori e dei sapori della Snia Viscosa, della babele di dialetti veneti, piemontesi e meridionali nei cortili e sui ballatoi, con i loro cicalecci, i loro odi spinti fino alla rissa e alla violenza su donne e bambini, con i loro amori e le loro grappe. Sul terreno di una dura e povera condizione di vita, l’antifascismo di Alberto nasce prendendo le prime botte come garzone di una cascina da cui scappa per affrontare i giorni dell’armistizio prima protetto in una caserma zeppa di repubblichini, poi, a guerra finita, sempre più forzatamente autonomo e libero nella scelta del lavoro (saldatore) e dell’ambiente cattolico che lo avvia alla passione per la montagna e per il sindacalismo.

Quando decolla la sua esperienza sindacale con l’intensità travolgente delle sue asprezze e dei suoi agonismi, Alberto è accompagnato da una consapevolezza via via più lucida: nasce un’insormontabile sofferenza dalla dialettica fra il primato dell’organizzazione (depositaria delle supreme e ultime finalità dell’emancipazione collettiva       ) e i diritti e i sentimenti dei suoi uomini e delle sue donne nella loro famiglia. Alberto avverte la contraddizione lancinante, la esplora ma non la scioglie e ce la riconsegna intatta: il sacrificio della famiglia è necessario all’impegno sociale? Non c’è in questo imperativo qualcosa di disumano e di crudele? E’ proprio necessario chiedere ai propri militanti di lasciare le proprie reti e le proprie case per seguire la propria vocazione? In questo, la tradizione comunista e quella cattolica sono tragicamente simili. “Per andare a cercare delle famiglie sfasciate non è necessario rovistare nella vita privata dei sindacalisti. D’altra parte – si ribella Adriano Serafino – era la Fiat a chiamarci rovina famiglie quando proponevamo ai lavoratori di uscire dall’apatia per aprirsi alla responsabilità dell’impegno come scrutatore o come candidato. Riproporre la retorica della famiglia è oggi un modo per consigliare la preferenza della mediazione quando non della connivenza”. L’obiezione è robusta. Ma questa visione dell’impegno totalizzante accomuna tragicamente la tradizione comunista e quella cattolica e mi sento di dire che La rigidità di quei modelli così simili ha mietuto molte vittime, distrutto molte energie, forgiato molti caratteri, sia nella versione del rivoluzionario di professione (il partito come un esercito con le sue gerarchie, le sue gerarchie e le sue caserme), sia nella versione del convento laico (il sindacato come luogo di rigorosa e coerente sperimentazione nell’egualitarismo della propria missione), sia nella versione comunitaria (il pratico superamento quotidiano della famiglia mononucleare come luogo di sperimentazione del superamento di ogni separazione fra personale e politico).

Entrata nel vivo, la discussione si è conclusa. Antonio Buzzigoli, che non ha preso la parola ma ha dovuto lasciare anzitempo, se n’è andato dicendo sull’uscio che la vita del sindacalista invece è stata soprattutto bella.

Mario Dellacqua 

 
11/07/2010/0 Commenti/da
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