Appunti sugli Istituti di credito Italiani. Negli ultimi anni il dibattito economico si è quasi del tutto focalizzato attorno al nodo produttività – competitività. Più produttivi al fine di essere più competitivi nel mercato globale. A questo valore, più o meno giustamente tutto doveva è deve essere tutt'ora subordinato. Le stesse riforme, strutturali o meno sono state suggerite, richieste od imposte per avere efficienza più che efficacia.

Altri obiettivi, quali ad esempio una più equilibrata distribuzione del reddito tesa ad una maggior eguaglianza sociale, sono stati con il tempo passati in secondo piano, fino a vanificarsi e  ad annullarsi nel dibattito politico e nelle scelte economico – sociali.

Un settore, però non è stato colpito che marginalmente da questa frenesia produttivistica e dalla ricerca di competitività nel mercato globale, il sistema bancario italiano.I nostri Istituti di credito hanno sempre confermato una loro vocazione nazionale, favorita anche dal giudizio negativo che si è formato nell' opinione pubblica a causa della crisi finanziaria del 2008. Molteplici cause hanno contribuito ad avere istituti di credito non competitivi provocando pesanti ripercussioni sulla nostra economia.

Si è dato vita infatti ad un sistema a vocazione nazionale, poco flessibile, non atto a compensare con profitti più elevati in alcune realtà quelli inferiori in altre. Conseguentemente, da un lato, si è lavorato ad avere poca concorrenza nel mercato italiano unendola ad una profonda avversione ad assumere rischi, anche se, in prospettiva, adeguatamente ricompensati, mentre dall'altro in coerenza con questa impostazione riduttiva è minimalista, sono state erette delle barriere all'ingresso di istituti stranieri in Italia.

Questo processo, inoltre, nel passato è stato sempre favorito dal regolatore teso più al mantenimento del sistema per poterne esercitare il controllo che all'efficienza del medesimo. Tali politiche finanziarie hanno avuto, incomprensibilmente, anche il consenso dell’insieme delle forze politiche e sociali paralizzate dalla paura dell'assunzione di rischi contribuendo così a determinare nel tempo nel nostro sistema creditizio una classe dirigente sempre più disabituata e, forse anche incapace ad affrontare mercati sempre più competitivi.

L'esito di questa politica ci ha condotto lentamente, ma inevitabilmente ad un sistema finanziario chiuso e, sul piano economico, prociclico atto ad accentuare la recessione in tempo di crisi e a favorire la crescita nelle sua fase di sviluppo.

Alla fine però per le imprese i costi dell'erogazione del credito sono sempre più alti da parte degli Istituti di credito perché l'avversione al rischio non è soltanto frutto di una legittima e giustificata natura prudenziale, ma perché il nostro sistema creditizio privilegia costruire redditività e profitto con i cosiddetti prodotti ancillari.

La fantasia su questo terreno non conosce limiti.

A titolo di esempio si indicano: il costo dei bonifici che in altri paesi in molti casi sono istantanei e gratuiti, gli assegni circolari che, pur essendo garantiti dall'emittente, da noi sono disponibili dopo alcuni giorni, il pagamento di commissioni per la semplice concessione di un fido, indipendentemente dal suo utilizzo ed infine i costi del conto corrente e di tutti i servizi ad esso collegati.

Anche se triste, è molto probabile che ci si trovi di fronte a posizioni di cartello finalizzate a trarre profitto dai clienti più deboli.

Antonio Buzzigoli

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