Lunedì pomeriggio 25 luglio compagni ed amici si sono ritrovati davanti alla sede della Cgil Torinese per aspettare il feretro ed accompagnare al Cimitero Monumentale il compagno di tante battaglie politiche e sindacali, Bepi Muraro un sindacalista socialista d’altri tempi. Aveva 89 anni. Era un uomo gentile, ricercava l’unità ed era capace di posizioni radicali. Vittorio Rieser ne trattegia la figura traendo dai suoi ricordi alcuni significativi episodi.

Ho conosciuto Giuseppe Muraro (“Bepi” per gli amici) più di 50 anni fa, quando da studente facevo il mio “apprendistato di lotta di classe” con la Cgil torinese. L’ho conosciuto insieme agli altri compagni che costituivano lo straordinario gruppo dirigente della Cgil torinese (e delle sue categorie) in quegli anni: Garavini, Alasia, Fernex, Pugno, Alfio Basaglia, Gasparini, Demi e tanti altri. Di quel gruppo Bepi faceva parte a pieno titolo: era uno di quei socialisti che non aveva ceduto alle tentazioni del “sindacato dei socialisti”.

Era, anche, uno dei pochi dirigenti che non fosse di origine operaia (credo fosse laureato in lettere e filosofia). Politicamente, era (agli occhi di noi “giovani estremisti”) un moderato: in realtà, da bravo lombardiano, era un misto di riformismo (di quello “vecchio stile”, cioè comunque di sinistra!) e di radicalismo. Quindi, al momento della nascita del PSIUP nel 1964, non uscì dal PSI, anzi divenne segretario della Federazione torinese (tradizionalmente di sinistra, che aveva quindi bisogno di darsi una “veste di sinistra” dopo la scissione). Quindi lasciò il ruolo di dirigente della Fiom-Cgil.

 

Ma, dopo non molto, si disgustò della “deriva di destra” del Psi (quella nenniana! nulla che fare con Craxi…), si dimise – e andò a fare l’insegnante per qualche anno. Dopodichè rientrò in Cgil, e lavorò prima con Pugno e poi con Bertinotti alla segreteria regionale, come loro “aggiunto” (secondo la prassi allora abituale della divisione dei posti tra le due maggiori componenti). Non mi risulta che si scontrasse mai con la linea, fortemente orientata a sinistra, di questi compagni. Del resto, Muraro – malgrado fosse un “riformista” e malgrado un certo distacco ironico che manteneva verso le posizioni “più rivoluzionarie” – era capace di posizioni inaspettate.

 

Ricordo in proposito alcuni episodi. Nell’agosto 1961, ci fu uno sciopero semi-spontaneo dei manutentori alla Fiat Ferriere. Alcuni compagni dei Quaderni rossi, che intervenivano con la Fiom presso quello stabilimento, fecero un volantino in appoggio alla lotta, dove si propugnavano forme autonome di organizzazione operaia “dal basso”. Era, si noti, un volantino firmato Fiom, e come tale fu sottoposto a Muraro (unico dei segretari Fiom presente in quel periodo feriale), che lo avallò. Infatti, quando poi – dopo un secondo volantino “più estremista”, firmato “un gruppo di operai” – ci fu un duro scontro con la Fiom (i cui dirigenti erano nel frattempo rientrati), scontro che portò infine a una rottura, il primo volantino “non ci venne imputato”: il segretario Muraro l’aveva avallato, e quindi non era oggetto del contendere.

 

Un altro episodio risale ai fatti di piazza Statuto, nel luglio 1962. Quella sera di sabato in piazza Statuto c’eravamo tutti – chi era arrivato prima, chi (come noi dei Quaderni rossi) più tardi perchè l’aveva saputo in ritardo! – ed eravamo tutti “spiazzati” da quell’evento inaspettato. Ne nascevano roventi discussioni, spesso centrate sul tema delle “provocazioni” e su chi le avrebbe organizzate. Anche noi dei Quaderni rossi eravamo incerti, e non escludevamo l’ipotesi della provocazione. In quel casino, tra una carica della polizia e l’altra, incontrai Muraro, che osservava con calma ed attenzione la situazione, e che mi disse (in piemontese, lui che era di Asiago): “a mi ste robe si am piasu”, a me queste cose mi piacciono. Con il suo “distacco analitico” aveva visto più giusto e più lontano di noi – e di tanti suoi compagni del sindacato.

 

Un ultimo episodio non l’ho vissuto direttamente – per ovvie ragioni. Nel 1976 ci fu a Torino uno “storico” congresso del PSI, in cui Riccardo Lombardi ebbe il suo massimo consenso dalla base – e fu al tempo stesso definitivamente sconfitto da Craxi. Fu lì che venne deciso il mutamento del simbolo del PSI, dalla falce e martello al garofano. In quel congresso Muraro si piazzò in prima fila, portando insieme ad altri compagni un enorme “vecchio simbolo” in legno, recuperato in qualche sezione, ed assistendo così alla relazione di Craxi.

 

Sono aneddoti, ma servono a far capire che Muraro non era solo il “compagno gentile”, che ricercava sempre l’unità – qual è stato descritto in certe commemorazioni. Bepi, certo, era gentile, e ricercava l’unità (non solo all’interno della Cgil, ma tra tutti i sindacati); ma era capace anche di posizioni radicali, non per un innato “radicalismo” ma per la sua autonomia di pensiero. Questa sua radicalità, il suo fermo schierarsi a sinistra, tendeva spesso a “mascherarli” sotto una veste di distacco ironico, e ad attenuarli con una certa qual “pigrizia”. Era l’atteggiamento per cui – non solo negli ultimi anni, quand’era ormai lontano dall’impegno diretto, ma anche quando era fortemente impegnato nella lotta sindacale – quando lo incontravi preferiva parlare di musica: musica “classica”, di cui era un appassionato e raffinato cultore (la sua conoscenza delle musiche dal Cinquecento al Settecento era vasta e profonda).

 

Anche per questo, il mio primo rimpianto, alla notizia della sua scomparsa, è stato “non potrò più parlare di musica con Bepi”. Non sembra un “epitaffio” tipico per un sindacalista, ma potrei dire che “lui se l’è voluta”….

 

Ciao Bepi: queste mie note potrebbero essere intitolate – in un linguaggio bachiano un po’ esoterico, ma noi ci capiamo – “capriccio sopra la lontananza di un compagno dilettissimo”.

 

Vittorio Rieser
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