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CARNITI: SENZA TRATTATIVA NON SI FIRMA – intervista a “Il Manifesto” – 19-/6/10

Pierre Carniti ha rilasciato a Loris Campetti il suo punto di vista, le sue valutazioni sull’accordo separato di Pomigliano, sul valore del contratto nazionale e su come si sarebbe comportato di fronte a Marchionne ed al suo diktat. E’ una valutazione ed una  proposta inedita nel gran dibattito attuale. A seguire il testo completo dell’articolo apparso su Il Manifesto del 19/6/10 

Tutti commentano le vicende di Pomiglia­no e lanciano anatemi contro gli operai fannulloni. «Gente che non ha mai visto una fabbrica, o se l’ha vista, magari perché è di sua proprietà, non sa come lavora un operaio alla linea di montaggio. Io li manderei un anno a Pomigliano, alla catena». Sarebbe una bella rieducazione. Pierre Carniti non fa nomi, ma dalle tipologie che descrive ci permettiamo di interpretare il suo pensiero, assumendoci la re­sponsabilità di eventuali errori: Veltroni, Sacco­ni, Marcegaglia… Questa non è un’intervista al prestigioso ex segretario della Cisl ma un collo­quio, per noi un aiuto a leggere meglio nella for­zatura messa in atto dall’Ad della Fiat, Sergio Marchionne.

Carniti non giudica chi ha preso il suo posto, né chi di­rige i sindacati in un mo­mento difficile come questo. E’ un fatto di stile. Dice però con franchez­za quel che pensa. E alla domanda che gli rivolgiamo al termine del col­loquio: tu avresti firmato quel testo scritto dalla Fiat?, risponde che «non è un accordo, né un contratto, semmai un protocollo imposto dal­l’azienda, prendere in toto o lascia­re. Nessun sindacalista avrebbe do­vuto firmano. Semmai avrei detto al­la Fiat di chiedere direttamente ai la­voratori. Magari dicendo loro che la situazione è straordinaria, servono sacrifici, e ascoltare le loro risposte. Ma niente firma sindacale, né come sindacato avrei detto ai lavoratori cosa votare. In tanti anni di lavoro sindacale mi è capitato di fare accor­di buoni e anche cattivi. Nel 1966, per esempio, firmai un contratto na­zionale dei metalmeccanici che sembrava quello precedente, nean­che il totale recupero dell’inflazio­ne riuscimmo a strappare. La situa­zione era quel che era, ma almeno

si contrattava. La procedura impo­sta oggi dalla Fiat per lo stabilimen­to di Pomigliano è veramente singo­lare, senza precedenti nel dopo­guerra. Certo nel Ventennio succe­deva anche di peggio».

Il punto di partenza di Carniti è che la decisione di Marchionne di investire un pòdi soldi a Pomiglia­no è importante ma anche dovuta, perché «dopo aver annunciato la morte dl Termini Imerese non pote­va certo dire chiudo anche Pomi­gliano», con tutti i soldi presi dallo stato con la rottamazione. La Fiat si internazionalizza, il cuore produtti­vo si sposta altrove, «ma se abbatte la produzione in Italia se lo sogna il 30% di mercato casalingo». Seguen­do la fiosofla prevalente, Marchion­ne approfitta della crisi per liberar­si dei contratti nazionali, il primo passo in questa direzione l’ha fatto il governo, «incoraggiando le impre­se a regolare i rapporti di lavoro in sede aziendale», defiscalizzando gli aumenti contrattuali di secondo li­vello. Così si svuota il contratto na­zionale. Mi sarei aspettato una rea­zione sindacale forte».

Si può discutere tutto, anche della validità, oggi, del contratto naziona­le di lavoro. «Io vorrei che qualcuno mi convincesse che esistono alterna­tive per difendere con altri sistemi coesione, solidarietà generale, egua­glianza di diritti. Io non le vedo, for­se sono troppo vecchio e mi torna in mente una frasi del Manzoni: non sempre quel che viene dopo è pro­gresso. Su questo – aggiunge Carniti – dovrebbero confrontarsi anche i sindacati, invece di beccarsi in con­correnza tra loro su chi è più realista e chi più radicale». Invece, ogni deci­sione o cambiamento del sistema di regole avviene altrove, con un gover­no segnato «dai leghisti che sognano le gabbie salariali. Ricordo che in pa­esi importanti e che crescono più cli noi, come la Germania, il contratto nazionale ha un ruolo importantissi­mo».

Il punto, dunque, non è se Pomi­gliano debba chiudere o no, «la Fiat che per decenni ha vissuto con i fi­nanziamenti pubblici non può per­metterselo ». La Fiat strumentalizza per giustificare «un cammino eccen­trico. Usa esempi singolari, si lamen­ta perché dei lavoratori si mettono in malattia durante gli scioperi quando quei compartamenti fanno il gioco della Fiat che può così nega­re la riuscita degli scioperi. Dica la verità, il Lingotto, riconosca gli scio­peri invece di tirare sui numeri. op­pure protesta perché in troppi, a ogni elezione, si assentano per fare i rappresentanti di lista. Ma che c’en­trano i sindacati e i lavoratori? Esi­ste una legge dello stato, semmai chiedano alla politica di modificar­la».

Sulla presunta incostituzionalità di alcune norme contenute nel dik­tat Fiat Carniti non si pronuncia, «non conosco abbastanza il testo ma quel che più mi preoccupa non è questo: se ci sono elementi che vio­lano la Costituzione si individueran­no le sedi opportune per invalidar­le. E comunque Marchionne si illu­de, perché un sì dei lavoratori -. per­sino un impegno a non ricorrere allo sciopero, o a non dire ahi prima di tre giorni quando ti schiacci un di­to con il martello – estorto con il ri­catto, è una vittoria di Pirro. Se si so­praffa l’interlocutore questo prima o poi esplode, non si governa con le sopraffazioni. Non c’è stata alcuna contrattazione sul testo, la Fiat ha portato un pacco non negoziabile, perciò non ha senso apporvi una fir­ma sindacale». Meglio un confron­to, anche conflittuale, le imposizio­ni producono solo rivolte. «Dovreb­be sapere Marchionne, abituato a trattare con i sindacati americani, che negli Usa, negli anni sindacal­mente difficili, gli operai dell’auto mettevano i bulloni nei motori».

Alla domanda «ti aspettavi qualco­sa di meglio da Marchionne?», Carniti precisa che il dirigente Fiat opera in condizioni difficili, con l’auto che batte in testa in tutto il mondo, una competizione dura e una capacità produttiva superiore alla domanda. Poi, aggiunge, è abituato negli Usa dove il sindacato dell’auto è uno e non sei o sette. «Immagino che ab­bia dato ascolto a dei consigliori che spiegano come la strada sia quella della rieducazione forzata dei lavoratori per battere l’anarchi­smo. Avrà ascoltato un pò di colle­ghi confindustriali che pretendono la cancellazione di qualsiasi forma di contrattazione collettiva», come la capa dei giovani imprenditori, «i figli dei papà confindustriali». Così Marchionne, incoraggiato dal conte­sto, si è gettato lancia in resta con­tro il contratto nazionale. Ma al suo posto, lo ripeto, non starei tranquil­lo del risultato».
19/06/2010/0 Commenti/da
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