TROPPO CEMENTO – G.Baratta – casa & territorio 22/11/11

I disastri delle Cinque Terre, l’alluvione di Genova, un fiume di fango, morti e polemiche. Si potevano evitare? Gli esperti si dividono. Ma tra rabbia e dolore, indietro non si torna più. E quel che è certo è che nel nostro Paese, devastato dall’edificazione selvaggia e dall’incuria nella cura dei fiumi, sopporta molto peggio di altri le catastrofi climatiche.

Anche per colpa delle conseguenze del (troppo) cemento. In questi anni, milioni di metri quadri di territorio vergine sono stati consumati per costruire edifici. C’era l’illusione di dare impulso allo sviluppo. Un miraggio, visto che tra un po’ ci saranno più case che abitanti.

Contro questa tendenza pericolosa per lo stato di salute delle nostre terre, la Provincia di Torino, unica in Italia, ha deciso di reagire. Cercando la sua strategia per una regolamentazione dei programmi di costruzione. E’ nato così un Piano Territoriale provinciale di Coordinamento, diventato legge regionale lo scorso luglio. Il provvedimento mette un freno al consumo di terreno, stabilendo che nelle aree libere – cioè in quelle non ancora intaccate dal cemento – non si potrà più costruire.

 

Si tratta di una buona notizia, un primo segno concreto di una consapevolezza che è maturata anche nelle istituzioni, almeno in quella provinciale. Mentre al comune di Torino continuano a progettarsi interventi urbanistici inutili e insensati, (vedi l’articolo di Guccione sull’area Michelin), che come abbiamo già scritto più volte, nemmeno risolvono il problema abitativo delle famiglie a basso reddito.

 

“Le vicende di questi giorni dimostrano che è indispensabile fermarsi. Non possiamo continuare a governare il territorio con le vecchie regole o peggio con la negligenza”, spiega il presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta, ribadendo il punto di vista esposto lunedì, al convegno “Maneggiare con cura”, a cui hanno partecipato, tra gli altri, il direttore di Cinemambiente Gaetano Capizzi, Carlo Petrini di Slow food, Costanza Pratesi (Fai) e il giornalista Mario Tozzi.

“D’ora in avanti i comuni, nel modificare i piani regolatori, dovranno adeguarli a regole precise”. Con questa nuova misura, viene infatti “stabilito un principio sicuramente forte, anche se saranno gli enti territoriali a decidere quali sono le aree libere". I dati del consumo di suolo sono allarmanti: “Dal 1990 al 2006, la popolazione in provincia è rimasta praticamente immutata, ma sono stati consumati 7.479 ettari (una quantità pari a tre nuove città delle dimensioni di Rivoli, Ivrea, Grugliasco)”.

 

“Emerge un Paese divorato da una bulimia costruttiva – aggiunge Mario Tozzi –. Da nord a sud, più che in ogni altra realtà d’Europa: 200 mila ettari all’anno spariscono in Italia sotto il peso del cemento. Un’enormità se paragonati ai 10 mila del Regno Unito (che da solo edifica quanto la Sicilia) e i 30 mila della Germania”.

 

Certo, si può intervenire sul futuro. Quasi impossibile abbattere il già costruito. Ma quel che conta, in principio, è la volontà politica: "Conosco la disperazione delle amministrazioni comunali per far quadrare i bilanci, ho fatto anch’io il sindaco – ha continuato Saitta –. Dobbiamo garantire lo sviluppo edilizio, ma non sulle aree libere. Gli oneri di urbanizzazione non devono essere utilizzati per finanziare mense scolastiche o illuminazione. E’ ora che cominciamo a introdurre qualche elemento di qualità dal punto di vista territoriale".

L’obiettivo da raggiungere ed estendere alle altre province italiane è quello di un’etica del territorio.

 

Giovanni Baratta

Segretario Generale Sicet Piemonte

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