Africa, guerre fuori campo
La Stanza del Pensiero critico Africa, sofferenze fuori campo
di Savino Pezzotta
Mentre l’aggressione degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran assume contorni sempre più drammatici e scuote gli equilibri del pianeta, mentre ogni giorno si accumulano morti, feriti, famiglie in fuga e città che si svuotano, le potenze più ricche della terra continuano a guardare il mondo attraverso il riflesso oleoso del petrolio. È come se la sofferenza avesse un peso specifico diverso a seconda di dove cade: il prezzo del greggio sale e scende, rimbalza, si aggiorna in tempo reale; i corpi no, quelli restano a terra, invisibili, fuori campo. E in questo frastuono di ultimatum, conferenze stampa e mappe che cambiano colore a ogni ora, un intero continente è scivolato fuori dalla nostra scena quotidiana: l’Africa.
Un continente sullo sfondo…
Non è sparita perché è in pace, ma perché non rientra più nel palinsesto emotivo dell’Occidente. È come se qualcuno avesse cambiato canale mentre noi eravamo distratti, e ora ci ritroviamo davanti a un mondo che parla solo delle guerre che minacciano i nostri rifornimenti, le nostre rotte commerciali, i nostri equilibri energetici. L’Africa, invece, resta sullo sfondo, come un set abbandonato, un luogo dove la violenza non fa notizia perché non è nuova, non è spettacolare, non è utile. Eppure, mentre i riflettori globali inseguono i fronti più “redditizi”, dal Sahel al Corno d’Africa, dal Congo al Sudan, si combattono decine di conflitti che continuano a ridisegnare territori, spezzare comunità, cancellare generazioni. Sono guerre che non hanno hashtag, non hanno inviati speciali, non hanno breaking news. Guerre che non performano abbastanza per il nostro immaginario occidentale, abituato a riconoscere solo ciò che minaccia direttamente il nostro stile di vita.
Raccontare l’Africa significa rimemorare la cattiva coscienza occidentale
La verità è che raccontare l’Africa significherebbe parlare di colonialismo, di estrattivismo, di responsabilità europee, di economie costruite sulla sottrazione e sulla dipendenza. Significherebbe ammettere che la violenza non è un incidente della storia, ma un modello economico che abbiamo contribuito a costruire e che continuiamo a tollerare. E allora è più semplice rimuovere, spostare lo sguardo, lasciare che il continente scivoli fuori dal frame. La rimozione non è un errore editoriale: è una politica. È il modo in cui l’Occidente si assolve. Se non guardiamo, non siamo complici. Se non sappiamo, non dobbiamo rispondere. Così, mentre i governi discutono di corridoi energetici, missioni militari, accordi commerciali, milioni di persone vengono spinte fuori dalla mappa, come se la loro sofferenza fosse un rumore di fondo, un’interferenza da eliminare.
Non esistono guerre “lontane”
Eppure, basta fermarsi un momento per accorgersi che questa assenza pesa. Pesa nei silenzi dei media, nelle omissioni dei dibattiti pubblici, nelle narrazioni che ci raccontano un mondo diviso tra zone che contano e zone sacrificabili. Pesa nel modo in cui parliamo di sicurezza, di migrazioni, di sviluppo, come se tutto ciò che accade in Africa fosse un fenomeno naturale, una fatalità geografica, e non il risultato di scelte politiche, economiche, militari. Pesa perché ogni volta che un continente viene espulso dal nostro immaginario, perdiamo un pezzo della nostra capacità di comprendere il mondo, di riconoscere le connessioni, di assumere responsabilità.
Rimettere l’Africa al centro non significa aggiungere un capitolo a un manuale di geopolitica. Significa rompere la narrazione che divide il pianeta in aree di interesse e aree sacrificabili. Significa ricordare che non esistono guerre “lontane” quando le loro cause sono così vicine alle nostre economie, ai nostri consumi, alle nostre scelte politiche. Significa restituire visibilità a chi è stato spinto fuori campo, non per pietismo, ma per giustizia. Significa riconoscere che la storia non è un flusso neutrale, ma un campo di forze in cui decidiamo ogni giorno cosa vedere e cosa ignorare.
E allora forse il primo gesto politico, oggi, è proprio questo: riaprire lo sguardo. Rimettere a fuoco ciò che è stato espulso. Ricordare che un continente intero non può essere trattato come un’interferenza. Che le guerre non diventano meno reali solo perché non le guardiamo. Che la vita non vale meno solo perché non incide sul prezzo del petrolio. E che ogni volta che un conflitto scompare dal nostro orizzonte, non è il mondo a diventare più semplice: siamo noi a diventare più ciechi.
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