Assedio economico a Cuba
Senza farmaci ed elettricità la sanità cubana è in pezzi. Mariangela Paone pubblica, su Doamani del 29-4-26, un reportage sulla drammatica situazione di Cuba. I blackout che ritardano gli interventi, medicine disponibili solo sul mercato nero, mortalità in crescita. Il sistema sanitario di Cuba era un simbolo. L’assedio economico di Trump gli sta dando il colpo di grazia. Cuba ha offerto assistenz asanitaria qualificata in molte parrti del mondo, anche in Italia al tempo del Covid, anche per il sostegno alla Sanità in regioni del Sud. L’assedio economico di Trump determina violazione dei diritti umani che vanno condannati con fermezza e chiare parole. Di seguito il testo.
<< L’Avana. C’è un momento in cui la voce ferma della dottoressa Migdalia Pérez si incrina. Lavora da quasi trent’anni all’Istituto nazionale di Oncologia dell’Avana, di cui dirige il servizio di Oncologia pediatrica, e ricorda ancora quando, da specializzanda, si sorprendeva per l’efficacia del sistema sanitario nel dare priorità alle cure per i bambini. «Non mancava mai uno strumento diagnostico, tutto si risolveva più facilmente. E i risultati che avevamo erano migliori di adesso», dice. Da tempo non è più così. Negli ultimi anni, la stretta dell’embargo economico approvata dalla prima amministrazione Trump , il Covid e ora, da gennaio, l’asfissia energetica quasi totale imposta dagli Stati Uniti hanno messo in crisi un sistema che, per decenni, è stato un modello e uno strumento di soft power per il governo cubano. La quotidianità è fatta di farmaci che scarseggiano, di macchinari che non funzionano e non si possono riparare o sostituire, di medici e pazienti che fanno fatica a raggiungere i centri ospedalieri. Il trasporto pubblico è ridotto al minimo e quello privato va avanti col contagocce. Il poco carburante che si trova si vende a 5000 pesos al litro, più della metà dello stipendio mensile medio di un medico, 8000 pesos, meno di 15 euro.

Agli ospedali cubani mancano materiali e farmaci, poi c’è il razionamento dell’energia
«Quando dobbiamo applicare un trattamento o un protocollo stabilito per una determinata diagnosi, alle volte ci manca il farmaco di prima linea che serve e siamo costretti a utilizzarne un altro, che evidentemente non ha la stessa efficacia», spiega la dottoressa. Alle sue spalle, c’è il corridoio che dà accesso alle stanze dei piccoli pazienti. «Lavorare con i bambini comporta tante cose. Ma la cosa più difficile è lavorare con la famiglia, soprattutto quando dobbiamo comunicare questa cosa qui. È qualcosa che ci fa star male», aggiunge. Nella pratica questo significa che, per esempio, nel trattamento di un osteosarcoma, il tumore maligno delle ossa più frequente nei bambini, non possono usare il metatrexato, il farmaco indicato, perché non hanno l’acido folinico, che ne aiuta a bilanciare gli effetti, a diminuirne la tossicità.
Osteosarcoma è la malattia di Diego, un ragazzo di 15 anni, ricoverato in questi giorni nell’ospedale. Per garantire il suo ciclo di trattamento, spiega Pérez, devono pianificare la richiesta del farmaco al servizio nazionale con almeno una settimana di anticipo: «Ma ci sono casi in cui abbiamo dovuto comprare da un paese terzo un trattamento, e ci vogliono settimane. Nel frattempo usiamo alternative, non possiamo rimanere con le braccia incrociate. Facciamo il possibile. È uno sforzo doppio, triplo ed è estenuante».
Una crisi profonda
Le strettezze e la crisi accumulata negli anni hanno già causato effetti importanti. «Qui eravamo arrivati a un livello di sopravvivenza del tumore infantile dell’80 per cento. Ma come conseguenza delle limitazioni ai farmaci di prima linea per i bambini con cancro, il livello è sceso al 65 per cento», spiegava qualche giorno fa in una conferenza all’Avana Carlos Alberto Martinez Bianco, capo dipartimento dell’Unità dei tumori del ministero della Salute Pubblica. Martinez parlava anche della frustrazione dei medici cubani di lavorare in queste condizioni: «Per noi è un’offesa, e l’assedio che stiamo vivendo è criminale».
Alla mancanza dei materiali, si aggiunge il razionamento dell’energia, perché anche se gli ospedali sono tra le prime infrastrutture a riavere l’elettricità dopo i blackout, possono passare ore prima che il servizio venga riannodato. Il sistema si regge sui generatori e, da qualche tempo, per i centri più piccoli, su pannelli fotovoltaici regalati e importati dalla Cina . «L’esercito dei camici bianchi non deluderà il popolo cubano, nonostante le difficili circostanze che stiamo affrontando», ha dichiarato la scorsa settimana in una conferenza stampa Tania Margarita Cruz, viceministra della Sanità pubblica. I dati, forniti dallo stesso ministero, parlano di una crisi profonda. In un paese di 10 milioni di abitanti, 96mila cubani, di cui limila bambini, sono in lista d’attesa per un intervento. La previsione è che, se la situazione non cambia, la lista potrebbe allungarsi fino a 160mila pazienti entro la fine dell’anno. Oltre 300 interventi chirurgici pediatrici a settimana soffrono la carenza di farmaci, ossigeno, anestesia e altre forniture necessarie.
Il mercato parallelo
Rosita Gàmez sa bene che cosa c’è dietro a queste cifre. Al suo compagno è stato diagnosticato un cancro alla laringe, e per la prima operazione a cui è stato sottoposto nove mesi fa, una tracheotomia, ha dovuto portare in ospedale perfino il filo di sutura. «La cannula che vedi me l’ha fatta arrivare mia sorella dalla Spagna, insieme a tutto il resto, filo, garze… qui non c’era nulla, non c’è nulla», dice.
Il suo compagno, Ernesto, seduto al suo fianco nella cucina del modesto appartamento in cui vivono insieme in una zona centrale della capitale alza una piccola benda di tessuto per mostrare l’orifizio aperto sul suo collo e che gli permette di respirare. Per l’operazione di rimozione del tumore, tre mesi dopo la prima, hanno dovuto aspettare di ricevere di nuovo dall’estero tutto quello che era necessario.
Gàmez era fino a poco tempo fa infermiera in un policlinico della capitale. E questo l’ha aiutata a trovare soluzioni quando non c’erano alternative: prima le conoscenze personali, per avere acceso a un tac; poi i mezzi per spostarsi fino alla provincia vicina di Matanzas, dove il suo compagno ha fatto la radioterapia. E poi gli insegnamenti di base: per pulire e sterilizzare la cannula d’acciaio che Ernesto ha inserita nel collo, usa l’aceto al posto dell’acido acetico che servirebbe.
Da infermiera Gàmez guadagnava 3.000 pesos. Oggi, impiegata come badante per anziani o assistenza per persone non autosufficienti, ne guadagna attraverso una agenzia privata 1.000 per giorno lavorato, circa 100 euro al mese. Il compagno, che prima dell’operazione faceva il tassista, potrebbe tornare a lavorare. «Ma il padrone della macchina che lui guidava la tiene in garage, perché con quel che costa la benzina è impossibile», dice Gàmez. Quello che entra a casa non basterebbe comunque, se non fosse per l’aiuto che mandano i parenti che vivono fuori, in Europa o negli Stati Uniti.
Dall’estero arrivano anche le medicine.
Nei banconi di quelle statali, a cui solo possono accedere i cubani con ricetta, mancano farmaci banali come il paracetamolo. Ma chiedendo per strada, non è difficile avere indicazioni per acquistare in una casa o un garage quello che manca sugli scaffali. In questo mercato parallelo un blister di paracetamolo si compra per 400 o 500 pesos, nei giorni buoni anche per 100 o 200. Troppo per le tasche di molti. Poco, se si pensa che un cartone da 30 uova, ne costa qui quasi 3000.>>

Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!