Riders, vita da sfruttati
Sara Tirrito, sull’onda del clamore del controllo giudiziario predisposto dalla Procura di Milano per Glovo, pubblica un reportage sulla vita da sfruttati dei riders, su La Stampa del 16-2-26. Così inizia << Vivono anche in dieci in un bilocale. Due stanze in cui ogni rider fa tutto: doccia, pasti, sonno. Un solo bagno, una sola cucina, letti in cui la testa di uno riposa accanto ai piedi di un altro. Poco importa se alla fine di un giorno di lavoro, con 40 km in bici sulle gambe, si vorrebbe dormire qualche ora. Nel frattempo, il coinquilino ha bisogno di chiamare la moglie che non vede da tre anni, l’altro russa, l’altro ancora cerca di risolvere i problemi con il permesso di soggiorno (…)
Prosegue << A qualsiasi ora, e anche contemporaneamente, perché tutti hanno orari di lavoro dettati dalle piattaforme. A parte rari casi, si inizia alle 8 con la consegna dei caffè e si porta cibo fino alle 16. Poi si riprende alle 18 e si termina anche alle 4 di notte. L’indomani, si ricomincia. Una routine in cui la mancanza di privacy è l’ultimo dei problemi di chi lavora per il food delivery, e la paga per consegna – tra i 2 e i 4 euro lordi – è la punta dell’iceberg che si può certificare. Ma sono i primi esempi di una vita da sfruttati che ha portato più d’uno a entrare in cure psichiatriche, a perdere il lavoro, e a finire nel circolo dell’illegalità.

Innanzitutto sulla casa. «La povertà è diventata un’opportunità di business – spiega Enrico Francia, rider e funzionario Nidil Cgil con delega per la categoria –. I capi rider spesso offrono posti letto in nero a 250 euro con ricovero bici. Non è solidarietà, fanno affari e trasformano le case in dormitori polveriera». Come a Firenze, nella zona di Borgo San Frediano, dove una settimana fa due batterie lasciate in carica durante la notte hanno preso fuoco, svelando una palazzina in cui tre mini appartamenti vivevano decine di ciclofattorini. Alcuni di loro intossicati, non hanno riportato gravi ferite ma reso palese una situazione che è la normalità in tante città italiane.
Dai Bassi di Napoli all’hinterland di Milano ai quartieri di Torino. Qui si vive ammassati anche accanto al centro, in zona Aurora, dove il posto letto in un sottoscala condiviso in 8 persone ha un prezzo di 200 euro a notte. Tutto in nero. Quasi sempre si abita tra connazionali, in subaffitto da un capo che a volte è un rider, altre volte è un caporale. Nel capoluogo piemontese, un tempo a consegnare il cibo erano principalmente nordafricani, albanesi, oggi sono soprattutto pachistani e bengalesi. Come Pranay, pachistano di 30 anni, che divide l’appartamento con altri 7 connazionali: uno stanzone unico, un solo bagno e una cucina per tutti. «Ho una moglie e una bimba di 3 anni – racconta –, vorrei portarli qui ma senza un alloggio non posso fare richiesta di ricongiungimento».
Li vede una volta all’anno, quando riesce a tornare in Pakistan. Ma li sente tutti i giorni, con videochiamate che arrivano anche mentre lo incontriamo allo starting point. Ormai questa è la realtà anche per Milad, 43 anni, da 11 a Torino. Ha 4 figli, una moglie e due genitori da mantenere. È a lui che la convivenza forzata con 10 rider, protratta per anni e abbinata ai ritmi delle consegne, ha generato un crollo psicologico. «Il ghetto è sul pianerottolo ma nessuno vuole vederlo», dice Francia.
Quella degli appartamenti in cui si vive stipati a decine abusivamente non è l’unica violazione a cui sono esposti i rider. La più comune è che le biciclette su cui si muovono, il principale strumento di lavoro, spesso non omologate e che costano in media dai 700 e i 1000 euro, si rompono o vengono rubate. A Imram è accaduto 3 volte, a Pranay 4, a Mohammed 2. Succede a tutti, e ricomprarla costa un mese di lavoro. L’altra difficoltà è la sospensione delle piattaforme.
Avviene principalmente per due motivi: l’applicazione non riconosce il permesso di soggiorno, oppure per ragioni legate alla piattaforma, come la revisione della flotta in base al mercato. Solo così i sindacati riescono a intercettarli. «Si rivolgono a noi per sbloccare gli account. A volte ci riusciamo, altre volte avviamo un’azione legale per farlo – racconta Danilo Bonucci, segretario Nidil Cgil Torino – ma se non riescono a sbloccare la loro utenza o a riparare le bici molti rider escono dal mondo della legalità». Ed entrano in un mercato parallelo. Il primo caporalato a cui si espongono è proprio quello degli account: «Lo affittano da caporali che gli danno al massimo il 60% del guadagno, e che spesso gli affittano anche le case», raccontano i sindacati. «Dei tremila rider che girano su Torino sospettiamo che circa il 10% possa essere subordinato a un caporale», spiega Bonucci. Nella vita da sfruttati, i sindacati dicono che rientrano due situazioni limite abbastanza frequenti: «Abbiamo notizie di finti Caf che rilasciano documenti falsi da registrare nelle app – racconta la Nidil Cgil – e installano programmi sui telefoni dei fattorini per far sì che accettino più consegne».
Il problema di fondo resta il compenso: «Con questi salari – dice Francia – non possono condurre una vita dignitosa e si espongono a più forme di sfruttamento». Le violazioni sono palesi ma difficili da fotografare. E si rischia la vita anche solo per il fatto di vivere in subaffitto dal caporale. Il disagio è profondo, ma prevale la paura di denunciare e perdere tutto.
Torino è stata pioniera in Italia con il lancio di un progetto per la casa e l’assistenza ai rider e ha tenuto pochi giorni fa la prima assemblea per lavoratori migranti. La Nidil Cgil ha istituito un Cassa di mutua solidarietà e resistenza Mimmo Rinaldi, che offre fino a 200 euro all’anno per la riparazione delle bici in centri Arci convenzionati in cui i rider possono accedere anche a pasti a prezzi politici. In parallelo, Cgil ha messo in piedi un progetto sulla ricerca della casa con il comune di Torino e l’ufficio Locare. Finora hanno portato all’ottenimento di sei appartamenti a sei rider. Una goccia nel mare, ma che ha permesso ad alcuni migranti di chiedere finalmente il ricongiungimento con le loro famiglie. >>

I numeri
● Secondo il Rapporto Inapp-plus i rider delle varie piattaforme digitali di consegna di cibo a domicilio in Italia variano tra le 65 mila e le 80 mila unità
● Se consideriamo tutti i lavoratori su piattaforma (non solo rider) il 77,1% è di sesso maschile e l’età media è di circa 35 anni, un dato che smentisce l’idea che siano solo giovani e studenti
● La Commissione Ue stima che il food delivery occupi circa il 40% della forza lavoro delle piattaforme digitali, tra gli 11 e i 12 milioni nel 2025
● Il settore vede una crescita dei ricavi a quota 173,57 miliardi nel 2025 rispetto ai 156,75 miliardi del 2024, calcola Deliverect
La proposta di Legge Griseri-Prisco – Il testo partito da Torino per tutelare i ciclofattorini – È ferma, in attesa di essere calendarizzata, la proposta di legge Griseri-Prisco, nata dall’alluvione che il 20 ottobre 2024 colpì Bologna, quando un rider fu fotografato mentre attraversava la città allagata per effettuare consegne. Paolo Griseri, vicedirettore de La Stampa, scomparso pochi giorni dopo, dedicò a quella foto un articolo che aprì un dibattito sulle condizioni di lavoro estreme dei rider. La proposta è intitolata alla sua memoria e a quella di Antonio Prisco, rider e sindacalista della Nidil Cgil morto nel 2021 a 37 anni. Presentato dalla deputata Chiara Gribaudo oltre un anno fa, il testo prevede un fondo triennale da 10 milioni annui per i rider costretti a fermarsi per condizioni climatiche estreme. Garantirebbe il 50% del reddito medio dei tre mesi precedenti, fino a 50 euro al giorno. Lo scopo è estendere gli ammortizzatori sociali ai lavoratori autonomi più vulnerabili. —
Dario Di Vico in ” Perché i rider non sono solo un problema giudiziario” su Il Corriere della Sera commenta l’indagine della Procura di Milano, la decisione del Pm Paolo Storari di attivare il controllo giudiziario per regolarizzare le paghe dei riders di Glovo, ricorda i contratti stipulati comn Macdonald’s. S’interroga sull’inazione dell’Ispettarato del lavoro e sul poco delle Confederazioni sindacali. Conclude così << Per i sindacati confederali l’indagine Storari suona come uno schiaffo morale. Sappiamo benissimo che la base di rappresentanza di Cgil-Cisl-Uil si è circoscritta nel tempo alle grandi fabbriche, al pubblico impiego e ai pensionati e sappiamo anche che nel mondo del lavoro povero l’azione – e spesso anche l’attenzione – dei sindacati italiani è stata carente. È vero che non è facile costruire una rappresentanza degna di questo nome nell’universo dei rider ma a livello territoriale si poteva fare sicuramente di più. Meno scioperi ideologici e più aderenza ai problemi concreti. A novembre del 2025 c’è stato però un primissimo tavolo di incontro tra Cgil-Cisl-Uil e Assodelivery che rappresenta Glovo e Deliveroo: dopo le accuse della Procura di Milano ci sono tutti i presupposti per riconvocarlo e arrivare alla stesura di un accordo nazionale che tuteli l’occupazione dei rider e introduca un sistema di compensi e tutele dignitosi. La contrattazione collettiva non gode di buona stampa perché non ha saputo salvaguardare adeguatamente le retribuzioni dei lavoratori negli anni dell’inflazione dura ma non è stato inventato ancora un metodo migliore per gestire i conflitti tra datori di lavoro e dipendenti. La magistratura può anche mettere sotto controllo giudiziario un’azienda – come ha fatto Storari con Glovo – ma non può garantire i posti di lavoro né consegnare il cibo a casa.>>. Ha piena ragione Dario Di Vico. In allegato il testo completo

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