Un record di fantasia…

I media hanno titolato con grande evidenza i dati Istat (ottobre 2022) che certificano il record per il tasso degli occupati che ha raggiunto il 60,5% il più alto dal 1997, primo anno della serie storica Istat. E’ un dato reale? Oppure, come mettono in guardia attenti commentatori, tra questi Francesco Seghezzi e Dario Di Vico, può essere solo un dato virtuale, un record auspicato e immaginario, di fantasia,  conseguente all’utilizzo ai nuovi criteri statistici di conteggiare come inattivi i lavoratori in Cig da oltre tre mesi a zero ore,  e considerare come nuovi occupati a tempo indeterminato quei lavoratori che rientrano dalla Cig a zero ore, pur lavorando poche ore.   

Sul quotidiano on line Conquiste del Lavoro, del 6 novembre, è pubblicato un commento che così inizia. ISTAT: Tasso di occupazione al 60,5% È il valore più alto di sempre –  Il mercato del lavoro tiene, nonostante la frenata dell’economia. La crescita dell’occupazione, pur in rallentamento negli ultimi mesi, fa segnare un nuovo record per il tasso di occupati, che a ottobre è salito al 60,5%. Si tratta del livello più alto di sempre; formalmente dal 1977, primo anno della serie storica dell’Istat.A ottobre 2022, rileva l’Istituto di statistica, gli occupati in Italia crescono di 82mila unità su settembre e di 496mila su ottobre 2021. In totale gli italiani occupati sono 23.231.000.La crescita dell’occupazione è stata trainata dall’aumento dei dipendenti a tempo indeterminato che sono risultati 117mila in più su settembre e 502mila in più su ottobre 2021. (…) Per più notizie un clic qui https://www.bollettinoadapt.it/andamento-delleconomia-italiana-ottobre-2022/

Statistiche e bugie… succede da tempo!

Su Conquiste del Lavoro non abbiamo trovato – per ora – altri commenti, neppure del Segretario generale della Cisl Luigi Sbarra, per scelta filogovernativo a prescindere, che correggano questa fantasioso ottimismo!!!

In allegato gli articoli di Francesco Seghezzi e di Dario Di Vico in cui trovate le valutazioni che potete più avanti leggere, del tutto assenti nel comunicato Istat di ottobre 2022.

Francesco Seghezzi, presidente di Fondazione Adapt, nell’intervista rilasciata a Giuliano Balestreri, su La Stampa del 2 dicembre, vede il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, sottolinea:< «Sarebbe utile che l’Istat ci dicesse da dove arrivano i nuovi occupati».

Perché? «La forte crescita di occupati a tempo indeterminato over 50, mi lascia pensare che sia dovuta al venire meno della cassa integrazione che porta molti inattivi ad essere calcolati come occupati. L’Istat considera – dopo l’innovazione statistica di Eurostat –  inattivi i lavoratori in cassa integrazione a zero ore per almeno tre mesi, ma con poche ore di lavoro si viene conteggiati tra i dipendenti a tempo indeterminato».

E non è una buona notizia? «Sì, perché se le imprese rinunciano alla cassa integrazione, vuole dire che l’industria sta ripartendo, ma sarebbe utile capire quanto questo rientro dalla cassa integrazione possa durare. E poi per sapere se le ore di lavoro sono sufficienti per far fronte all’inflazione. Il rischio è che la ripresa sia più debole di quello che sembra. Se dovessi fare una stima, direi che il 70% dei 117mila nuovi assunti a tempo indeterminato è uscito dalla cassa integrazione. Certo, tornare al lavoro dà respiro anche ai consumi, ma dobbiamo capire lo stato di salute reale del Paese e i dati sulla cassa integrazione si fermano ad agosto»…>

Dario Di Vico in “La sorpresa dei posti fissi”, su Corsera del 2 dicembre scrive: <..Una conferma della tesi della stabilizzazione viene dall’esperienza delle agenzie del lavoro, la cosiddetta somministrazione, che ha raggiunto nella prima parte del 2022 i livelli più alti di attività portando in azienda quelli che ora vengono assunti sine die.

La metafora riassuntiva è, dunque, quella di una pipeline che vede affluire a monte competenze che vengono messe sotto contratto con una certa premura. Ma a valle si verifica un fenomeno opposto: i contratti a tempo determinato ora calano (a ottobre di 18 mila unità, a settembre di 20 mila) e, siccome sono diventati di fatto il primo step d’accesso alla cittadella del lavoro, questo dato genera più di qualche preoccupazione sui flussi a venire.

Per farla breve i lavoratori che sono dentro la pipeline si muovono verso la stabilizzazione ma nel frattempo non vengono rimpiazzati perché le imprese vedono davanti a sé mesi difficili o comunque caratterizzati da troppe incertezze in materia di tendenze dei mercati, costi energetici, livelli di inflazione.

Se questa è l’interpretazione che va per la maggiore c’è il dubbio – e ad avanzarlo è stato Francesco Seghezzi di Adapt – che a condizionare i generosi numeri di cui sopra (i 117 mila posti fissi in più) possano essere i movimenti della cassa integrazione. Che non viene segnalata in crescita, come pure si era vaticinato, ma anzi sta calando riportando dentro le statistiche dei permanenti quelle migliaia di lavoratori over 50 maschi e femmine che, in ossequio alle regole Eurostat, erano parcheggiati tra gli inattivi…>.

Lavoro, l’allarme della Cgia: nel 2023 63 mila disoccupati in più, a livello del 2011 – Per l’anno venturo le previsioni economiche non sono particolarmente rosee; rispetto al 2022 la crescita del Pil e dei consumi delle famiglie è destinata ad azzerarsi e ciò contribuirà a incrementare il numero dei disoccupati, almeno di 63 mila unità. Il numero complessivo dei senza lavoro, infatti, nel 2023 sfiorerà la quota di 2.118.000.

Ricordando che “La statistica e’ un metodo logico e preciso di dire imprecisamente mezze verita’. (Legge di Griffin) vi consigliamo per un’informazione più ampia ad aprire gli allegati e utilizzare i link. Vi invitiamo a rilasciare un vostro commento nella sottostante finestra.

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