Elena Cattaneo, docente alla Statale di Milano e senatrice a vita, pubblica su La Stampa la coraggiosa iniziativa della comunità di studiosi, scienziati e ricercatori russi che si è mobilita contro la guerra alla Ukraina decisa da Putin. L’appello è stato sottoscritto il 24 febbraio da 600 e in pochi giorni ha raccolto l’adesione di oltre 4.000 esponenti di quel mondo della ricerca.

  • Diventeremo un paese-paria e non potremo più fare il nostro lavoro”.
  • E’ una guerra priva di senso e fondamento. Con Kiev abbiamo combattuto il nazismo.
  • La scienza torni ad essere uno dei fattori di riappacificazione del mondo

La lettera aperta è stata rilanciata da tutte le associazioni scientifiche europee

«Noi, studiosi, scienziati ed esponenti del giornalismo scientifico russi, esprimiamo una decisa protesta contro le azioni di guerra intraprese dalle forze armate del nostro Paese contro i territori dell’Ucraina. Questo passo fatale comporta innumerevoli vite umane e mina le basi del sistema consolidato della sicurezza internazionale».

Così inizia l’appello pubblicato sul sito Troickij variant lo scorso 24 febbraio e, a oggi, sottoscritto da oltre 4 mila scienziati e divulgatori scientifici russi (qui il link al testo tradotto in italiano: http://www.cattaneoinsenato.it/appello-degli-studiosi-russi-contro-la-guerra-in-ucraina/).

Queste sono le parole nette e inequivocabili su cui un gruppo di uomini e donne di scienza ha deciso di mettere nome e faccia per divulgarle al mondo, rischiando ritorsioni e limitazioni della libertà. Oltre seimila, riferiscono fonti di stampa, sono infatti le persone fermate negli ultimi giorni in Russia per aver partecipato a manifestazioni pacifiche di dissenso contro la guerra di aggressione all’Ucraina.

«La responsabilità dell’avere scatenato una nuova guerra in Europa – proseguono gli studiosi nell’appello – è tutta della Russia. Per questa guerra non ci sono giustificazioni. I tentativi di sfruttare la situazione del Donbass come occasione per aprire un teatro di guerra non sono per niente credibili. È del tutto evidente che l’Ucraina non rappresenta una minaccia per la sicurezza del nostro Paese. La guerra contro di essa è ingiusta e manifestamente priva di senso».

Da persona che, a sua volta, ha fatto della scienza e della ricerca la propria vita, non posso che essere colpita dalla chiarezza delle parole di questi studiosi che non esitano a mettere a repentaglio la propria libertà pur di rimanere aderenti alla realtà, in aperto contrasto con il potere politico cui sono soggetti.

«L’Ucraina – ricordano – è stata e continua ad essere un Paese a noi vicino. Molti di noi hanno parenti, amici e colleghi che condividono le nostre ricerche scientifiche. I nostri padri, nonni e bisnonni hanno combattuto assieme contro il nazismo. L’atto di scatenare una guerra per le ambizioni geopolitiche del governo della Federazione Russa – mosso da dubbie fantasie storiche – rappresenta un cinico tradimento perpetrato alla loro memoria. Noi rispettiamo l’autonomia statale dell’Ucraina che si regge su valide istituzioni democratiche. Capiamo la scelta europea dei nostri vicini. Siamo convinti che tutti i problemi che riguardano i nostri due Paesi possono essere risolti pacificamente».

La Federazione delle Accademie scientifiche e umanistiche europee (Allea) ha rilanciato questo appello, accompagnandolo con una dichiarazione in cui auspica il rispetto delle convenzioni internazionali sulla protezione dei civili e dei beni culturali ed esprime preoccupazione per la sicurezza dei colleghi accademici in Ucraina.

In Italia, l’Accademia dei Lincei riprende l’appello degli studiosi russi e aderisce allo statement di Allea, pronta a «favorire ogni iniziativa volta al ripristino della pace e delle possibilità di studio e ricerca per gli amici, le amiche e i colleghi e colleghe ucraini».

Il governo ha stanziato 500 mila euro per finanziare misure di sostegno per studenti, ricercatori e docenti ucraini. La ministra dell’Università Cristina Messa, come già in occasione della recente crisi in Afghanistan, ha annunciato l’apertura di corridoi umanitari per studenti universitari ucraini: iniziativa necessaria, che meriterebbe di essere uno strumento da mettere in campo stabilmente nelle crisi umanitarie del nostro tempo.

«Scatenando questa guerra – constatano gli studiosi – la Russia si è autocondannata a un isolamento internazionale, allo status di Paese-paria. Questo significa che noi, studiosi e scienziati, non potremo più svolgere il nostro lavoro come abbiamo fatto finora in quanto la ricerca scientifica è impensabile senza la collaborazione con colleghi stranieri. L’isolamento della Russia dal mondo comporta un ulteriore degrado, culturale e tecnologico, del nostro Paese e una totale mancanza di prospettive positive. La guerra con l’Ucraina è un salto nel buio».

Più volte, nel tempo, ho sottolineato come la scienza sia stata uno dei fattori propulsivi per la conquista delle libertà civili nelle nostre società e come la necessaria collaborazione nella ricerca riesca ad abbattere confini e frontiere, mettendo da parte le diverse appartenenze politiche, civili, religiose in nome di un obiettivo conoscitivo comune. Mai, tuttavia, avrei immaginato di ribadirlo mentre carri armati e missili si muovono in scenari di guerra che, a torto, ritenevamo accantonati per sempre alle nostre latitudini. Per questo ho scelto di rilanciare l’appello dei colleghi russi, ed è alle loro parole – di cui condivido forma e sostanza – che lascio la conclusione.

«Fa male riconoscere che il nostro Paese, che ha portato un contributo fondamentale alla vittoria sul nazismo, è ora diventato la miccia di una nuova guerra nel continente europeo. Chiediamo l’immediata sospensione di tutte le azioni militari condotte contro l’Ucraina. Chiediamo il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dello stato ucraino. Facciamo scienza, non la guerra!».

Editoriale del direttore di Novaja Gazeta contro la guerra in Ukraina

DimitrijMuratov, giornalista russo, è il direttore della “Novaja Gazeta”, giornale oggetto di numerose minacce e persecuzioni. Ben sei dei suoi giornalisti sono stati uccisi, tra cui AnnaPolitkovskaja, assassinata a Mosca il 7 ottobre del 2006. Muratov ha vinto il Nobel per la pace nel 2021 insieme alla filippina Maria Ressa.

Questo uno stralcio del suo editoriale uscito venerdì 25 febbraio su “NG”.

La guerra è un crimine. L’Ucraina non è il nemico. La Russia pagherà un prezzo enorme per la scelta fatta da Putin. Mentre le bombe cadevano sull’Ucraina nelle prime ore del 24 febbraio, nella metropolitana di Mosca la gente andava al lavoro particolarmente cupa in volto. Non esultava per la guerra improvvisa. La guerra con l’Ucraina è impensabile. Il Paese uscirà con perdite enormi dalla realtà surreale che ci ha offerto Putin. L’odio reciproco avvelenerà le relazioni della Russia con tutti i suoi vicini, dividerà le famiglie, distruggerà le amicizie e la porterà sull’orlo della guerra civile. Il sangue dei civili inermi finirà sulle mani dell’aggressore. I cittadini di un Paese sono sempre responsabili delle azioni del loro governo, perché questo Paese è della nostra gente, non il loro, dei funzionari.

Ma come è stato possibile fare la guerra? Non ne abbiamo ancora una chiara comprensione. Condivido un’ipotesi: gli occupanti del Cremlino si sono nutriti della loro stessa propaganda per troppo tempo. Del culto della violenza, sbattendo tamburi di latta e lanciando slogan ripetitivi, ostentando una diplomazia immatura. A differenza delle precedenti campagne ibride, nessuno ha nascosto i preparativi per la guerra. Già a dicembre e gennaio i media e i governi occidentali fornivano precisi scenari di attacco. Gli scettici consideravano tali rapporti allarmistici — anche noi abbiamo fatto del nostro meglio per evitare il panico.

Alla fine, per la guerra, non era necessaria alcuna giustificazione. Secondo i sociologi del Centro di ricerca statale sull’opinione pubblica russa (Vciom), il 73% dei cittadini russi ha sostenuto il riconoscimento dell’indipendenza del «Ldpr» (la Repubblica popolare di Doneck e Lugansk), mentre le stime dei ricercatori indipendenti indicano che queste cifre sono notevolmente più modeste. Ma nessuno ha fatto un sondaggio per sapere se i russi vogliono la guerra. E mi rifiuto di credere che i russi possano accogliere in massa i bombardamenti su Kiev. Dopo tutto, anche se crediamo al Vciom, circa 39 milioni di cittadini russi non volevano alcuna annessione. Mentre veniva presa la «decisione fatidica» questi cittadini non erano rappresentati da un solo deputato della Duma o da un solo funzionario. Nessuno di loro ha osato opporsi al presidente Putin o ha chiesto se vogliamo vivere in un Paese in guerra.

Di fatto, non siamo considerati cittadini nel nostro stesso Paese, né siamo persone che hanno diritto alla normale dignità umana. Bancarotta economica, isolamento del Paese in stile iraniano e colpa morale sono inclusi. Se la propaganda ha creato una guerra, i fatti potranno opporsi ad essa. Noi giornalisti non siamo soldati, siamo disarmati, ma lavoreremo sul campo affinché la società ricordi che la guerra è terribile.

Non nasconderemo nulla. Probabilmente ci toccherà fare il nostro lavoro sotto censura militare. Nessuno proteggerà l’Ucraina, solo gli ucraini potranno farlo. Nessuno potrà fermare la nostra catastrofe nazionale, tranne i russi che hanno detto «No alla guerra». La redazione della Novaja Gazeta è contro la guerra. Noi abbiamo fatto questa scelta. Fatela anche voi, per quanto difficile possa essere”.

“La pezza peggio del buco” dopo la “stecca” della Bicocca sul corso su Dostoevskij

Il corso su Dostoevskij si farà come previsto da programma! In poche ore si è riemediato con opportuni e tempestivi interventi politici alla clamorosa stecca dell’Università La Bicocca che ha rimandato l’avvio del corso su Dostoevskij dello scrittore Paolo Nori motivando la decisione con questo messaggio: “Caro professore, stamattina il prorettore alla didattica mi ha comunicato la decisione presa con la rettrice dì rimandare il percorso su Dostoevskij. Lo scopo è quello dì evitare ogni forma dì polemica soprattutto interna in quanto momento dì forte tensione”. È il contenuto inviato dall’Università Bicocca di Milano allo scrittore Paolo Nori, il quale il 20 marzo avrebbe dovuto tenere un ciclo di quatto lezioni dedicato a Dostoevskij dal titolo “La grande Russia portatile. Viaggio sentimentale nel paese degli zar, dei soviet, dei nuovi ricchi e nella più bella letteratura del mondo”.

A leggere la lettera e a dare notizia dell’annullamento è stato lui stesso in una diretta Instagram, in cui è apparso quasi in lacrime. “Non solo essere un russo vivente è una colpa oggi in Italia, ma anche essere un russo morto. Un russo che quando era vivo, nel 1849, è stato condannato a morte perché aveva letto una cosa proibita – ha spiegato, dicendosi incredulo – Quello che sta succedendo in Ucraina sia una cosa orribile e mi viene da piangere solo a pensarci. Ma quello che sta succedendo in Italia oggi, queste cose sono ridicole: un’università italiana che proibisce un corso è incredibile. Anzi, in questi giorni bisognerebbe parlare di più di Dostoevskij”La denuncia dello scrittore Paolo Nori: “La Bicocca ha rimandato il mio corso su Dostoevskij dicendo di voler evitare polemiche. Ridicolo”di F. Q. | 2 Marzo 2022

Alla fine lo scrittore Paolo Nori ha sciolto la riserva: non andrà a fare il corso su Fëdor M. Dostoevskij all’università Bicocca di Milano che sarebbe dovuto cominciare «gratuito e aperto a tutti» il prossimo mercoledì 9 marzo. Lo ha annunciato con un post sul suo blog e, subito dopo, twittato: «Il prorettore di Bicocca Casiraghi – ha scritto l’autore di “Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij” – racconta i motivi per cui hanno sospeso il mio corso. Per “ristrutturare il corso e ampliare il messaggio per aprire la mente degli studenti. Aggiungendo a Dostoevskij alcuni autori ucraini”. Non condivido questa idea che se parli di un autore russo devi parlare anche di un autore ucraino, ma ognuno ha le proprie idee. Se la pensano così, fanno bene». E ha aggiunto: «Io purtroppo non conosco autori ucraini, per cui li libero dall’impegno che hanno preso e il corso che avrei dovuto fare in Bicocca lo farò altrove (ringrazio tutti quelli che si sono offerti, rispondo nel giro di pochi giorni)».

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