“Lotte operaie a Torino (1969-1977) L’esperienza dei Cub” è un’opera collettiva i cui autori non chiedono nemmeno che il loro nome sia riportato in copertina. Cesare Allara, Bruno Canu, Vincenzo Elafro, Liberato Norcia, Domenico Staglianò ed altri sono ancora vittime dell’insano principio in base al quale ciascuno di noi magari è anche in gamba, ma da soli non possiamo combinare gran che.

Ho letto l’opera d’un fiato, incuriosito e assillato dalla domanda inquietante che Cesare Allara ha inflitto al convegno organizzato il 21 novembre scorso per celebrare i primi 40 anni dopo il ‘69. “Ma perché sono finiti i Cub? E perché il movimento, di cui i Cub erano una delle tante proiezioni, si esaurì e fu sconfitto?”.

Interessante è, infatti, cercare come quella storia sia nata, rovistando in una sterpaglia che nasconde un po’ di orgoglio e lo intreccia con tanta nostalgia mal governata. Alle origini si trova la miscela di trasformazioni produttive, emigrazione, insofferenza libertaria e ludica per tutte le gerarchie, aspirazioni egualitarie che ha finito per convergere verso un’esplosiva stagione democratica di politicizzazione di massa. Alle origini del “secondo biennio rosso” si trova una grande ricchezza di relazioni umane, un grande pronunciamento di speranze collettive, la gioia dell’istruzione e della formazione continua come leva della propria emancipazione. E l’incrocio dei cibi, dei dialetti e di allegri campanilismi fu la via di una liberatoria socializzazione.

Ma indagare sul tramonto vuol dire incontrare all’appuntamento l’ombra dei vecchi vizi che si estende sui tormenti inesausti del presente. Corriamo il rischio di rappresentare alla rinfusa la visione del passato che abbiamo maturato nel presente. Affronto il rovello senza pretese, ma soprattutto senza autocensure.

Linea di massa, reclute, egemonie, influenze piccolo-borghesi, spontaneismi e revisionismi: parole che appartengono ad un linguaggio (addirittura un gergo) allora fabbricato per mettere in cattiva luce la concorrenza a cui si volevano rosicchiare quadri da portare da una ditta all’altra chiamando ogni trasferimento ristrutturazione o addirittura rifondazione della sinistra. Chi sceglieva di rimanere fuori dal giro era un cane sciolto, un settario o un intellettuale.

Un capitolo a parte meriterebbero le “rivendicazioni spicciole”: così venivano incasellate le rivendicazioni del sindacalismo che mossero i cortei e i delegati. Ritmi, pause, paghe, ferie, categorie, casa, scuola e salute erano tutta roba rispettabile per una “linea di massa”, ma “da sola” era considerata incapace di offrire una visione “politica”, cioè risolutiva del conflitto sociale. Poiché si affermava – e questo sarebbe un “leninismo non dogmatico” – la possibilità del proletariato di vincere e di acquisire coscienza di sé solo attingendo alla guida esterna del partito, si passavano tante buone serata a discutere se stare dentro o fuori il sindacato. Una volta – era il 1989 – Emilio Molinari si spazientì e venne a Torino per dire di finirla, perché persino le BR avevano capito che bisognava stare nel sindacato. Trovare una formula universalmente accettata fu sempre impresa ardua e ciascuno si aggiustava a modo suo.

Nel frattempo, le conquiste “spicciole” in fabbrica avevano raggiunto il loro tetto e la conquista di una rappresentanza istituzionale apparve lo sbocco politico delle lotte. Di lì cominciò una lunga dissipazione di risorse umane e materiali nella gara per acquisire spazi di visibilità in Parlamento, nelle Amministrazioni comunali, provinciali e regionali, nella televisione, nei sindacati. Quella lunga marcia è ancora in corso e ci ha portato dove oggi ci troviamo. Qualcuno si balocca ogni tanto con l’immagine biblica della traversata nel deserto, presupponendo che la terra promessa coincide con il rientro in Parlamento della premiata ditta. Lo spreco energetico continua e quando ce ne renderemo conto collettivamente sarà sempre tardi. Non c’è alcun bisogno di augurarsi un big bang dentro al quale già ci troviamo, anche se ci comportiamo come se nessuno avesse udito l’esplosione.

L’esaurimento di quella stagione si può spiegare con l’involuzione politico-sociale, con il terrorismo o con il compromesso storico. Certo. La mia attenzione, però, è stata attirata dalle testimonianze che parlano di “sfiancamento”. Gli avversari inflessibili del revisionismo, quelli che dietro le “rivendicazioni spicciole” vedevano un attentato del riformismo, ad un certo punto hanno cominciato a revisionare alla grande, seppur in privato. Hanno scoperto che “la famiglia ti lega alla sera davanti al televisore e la televisione ti lega alla famiglia”. Tenerne conto non significa arretrare, rinunciare o, peggio, predicare. Significa riconoscere che i nostri vent’anni non potevano durarne cento. Significa capire che le scorciatoie finiscono per allungare, giacchè “la critica al lavoro diventa critica di ogni tipo di militanza e a forme di organizzazione, come quelle del partito, che comportano sacrifici”. Insomma, non so più dove l’ho letto: proprio perché non dobbiamo avere fretta, non possiamo permetterci il lusso di perdere tempo.

Mario Dellacqua

 

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