Mario Dellacqua chiude la sua recensione sul libro “Mondi operai, culture del lavoro e identità sindacali” di P.Causarano, L.Falossi e P.Giovannini chiamando in causa il compianto Renato Lattes che descriveva le “tribù operaie” quando “frullavano” diverse culture di provenienza creando un nuovo melting pot. L’ultima tribù era giovane e scolarizzata, aveva uno sguardo cinico verso professionalità e etica del lavoro, sentiva la musica con le cuffie e anche i maschi portavano orecchino e collana. Durò poco, nota Lattes. Avrebbero potuto “dare un contributo importante di rinnovamento”. Ma non ci fu tempo e volontà per ascoltarli ed essere ascoltati. La stagione sanguinosa del terrorismo fece parlare le armi e tolse la parola agli operai.

Le tribù operaie hanno preso molte batoste al limite dello sbeffeggiamento. Però hanno conservato nel tempo una certa autostima, nonostante il puntuale insuccesso di tutti i loro capi indiani, i Tex Willer, i Kit Carson e i Mefisto che gli giravano intorno. Qualche buona ragione ci deve pur essere. Interessante è il finale ma altrettanto la parte iniziale. Leggete l’allegato

 

Allegato:
Le tribù operaie_Dellacqua.doc

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