Lavorare meno, lavorare tutti. Era lo slogan, un tempo, dell’ala marciante della Cisl. Ora è il titolo di un articolo di Gloria Riva su l’Espresso, con molti dati a sostegno. Gli italiani che risultano occupati oggi sono tornati a livelli precedenti la crisi iniziata nel 2007, mentre risultano inferiori le ore lavorate rispetto  quel periodo. Distribuire i posti riducendo gli orari. Di fronte ai cambiamenti tecnologici è l’unica strada. Ma l’Italia fa il contrario.

Così inizia. «Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo»: è il 1930, John Maynard Keynes si trovava a Madrid per esporre il suo trattato sulle “Prospettive economiche per i nostri nipoti”. I nipoti in questione oggi sono i giovani che entreranno nel mercato del lavoro tra dodici anni, cioè nel 2030, e il problema fonda-mentale è la disoccupazione, che con l’aumento della tecnologia sta contribuendo a ridurre drasticamente la richiesta di forza lavoro, già massacrata dalle crisi del 2008 e 2013. Basterà una redistribuzione dell’orario per riconquistare l’eden della piena occupazione? Intorno a questo interrogativo ruota l’interesse oggi di molti studiosi. Tra loro anche il sociologo Domenico De Masi, che il 5 giugno esce nelle librerie con “Il lavoro nel XXI secolo”, edito da Giulio Einaudi: un tomo gigantesco e riassuntivo di tutto il pensiero critico dell’ottantenne professore. Ripercorre il significato e il valore del Lavoro da Adamo ai giorni nostri e conclude con una proiezione – non troppo catastrofica – sul futuro. (…) per proseguire aprire l’allegato

In un box dal titolo Ma le chiavi sono all’estero si legge –  Secondo Matteo Richiardi, direttore del centro di ricerca inglese Euromod e professore di Economia all'Università di Essex, la vera problematica dell’Italia «è la carenza di domanda di lavoro aggregata e la scarsa crescita economica, dovuta alle difficoltà delle imprese, che poi si riflette in una crescita asfittica dei redditi. E la mancata crescita deriva in buona parte dai vincoli europei, a partire dai trattati che impediscono una politica economica più fortemente anti-ciclica per arrivare alle conseguenze dell'appartenenza a una unione monetaria, in cui il contenimento dei redditi diventa il meccanismo principale per riequilibrare i conti con l’estero». Dunque le chiavi del motore economico del paese restano in mano all’Unione Europea e «le riforme strutturali che l’Italia può compiere c’entrano poco, come dimostrano dieci anni di modifiche del mercato del lavoro.

 

Allegato:
lavorare_meno_e_tutti_riva_esp.pdf

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