Prendi il fucile e vattene alla frontierainizia così un’antica canzone militare della prima guerra mondiale, quando il conflitto armato tra le nazioni si svolgeva prevalentemente ancora tra eserciti, presidiando in primo luogo le frontiere. In cent’anni tutto è cambiato con l’avvento dell’aviazione, dei bombardamenti a tappeto sulle città e poi – utilizzando a fini militari le grandi scoperte – le bombe e le testate nucleari, missili di ogni tipologia. I civili sono diventate le vittime prevalenti, i principali obiettivi da colpire per ingenerare terrore: il maggior prezzo è pagata dai bambini, dalle donne e dagli gli anziani. Si teme la guerra nucleare ma è probabile che la prossima sia invece quella cybernetica in grado di bloccare per ore o per giorni i servizi essenziali, sempre più gestiti da piattaforme e reti informatiche: ospedali, trasporti, luce, riscaldamento, sistemi di comunicazione. Qualcosa abbiamo già intuito con gli occasionali e brevi black out. Cosa determinerebbe un attacco cybernetico? Assenza per uno o più giorni delle comunicazioni, compresi i cellulari, dell’energia. Pensiamoci, non è solo fantascienza.

Michail Corbaciov nel 1990

Invasione dell’Ucraina. Vladimir Putin, vuole riportare la Russia all’antico ruolo della defunta Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (Urss). L’URSS si dissolse il 25 dicembre 1991 con le dimissioni di Michail Gorbaciov da Capo dello Stato e da ultimo segretario del Pcus, per le ostilità dei conservatori e dei nazionalisti che osteggiavo il rinnovamento (perestroyka) di quel regime autoritario, e anche  per le tensioni dei riformatori che sollecitavano più rapidità di quel processo. In quel contesto gli Usa spalleggiarono Boris Eltsin – il principale avversario di Gorbaciov – che divenne il primo Presidente della Russia rimanendo in carica fino al 2012, quando venne eletto Vladimir Putin, con un’esperienza pluriennale nel KGB, che ora motiva l’invasione militare dell’Ucraina per smilitarizzarla e denazificarla, ovvero decapitarla nelle istituzioni democraticamente elette e guidate dal giovane e coraggioso presidente Volodymyr Zelensky.

Per comprende di più la Russia dei nostri giorni troviamo un buon contributo leggendo L’eredità sovietica di   Hamit Bozarslan – Scritto da Alain Blum, Françoise Daucé, Marc Elie e Isabelle Ohayon, che offre una straordinaria sintesi della storia sovietica del XX  secolo. L’opera si sofferma in particolare sulla prima rivoluzione del 1905 e ne sottolinea le conseguenze sull’intera società russa. https://esprit.presse.fr/actualite-des-livres/hamit-bozarslan/le-legs-sovietique-43853

Putin, un fratello Caino per gli ucraini, ha compiuto oltre all’invasione altri atti illegali (province del Donbass, Crimea) che Sabino Cassese illustra punto per punto nell’editoriale “E’ tutto illegale” su Corsera (vedi allegato).

Negli ultimi trent’anni il quadro internazionale ha subito una pesante involuzione rispetto le speranze aperte con la caduta del muro di Berlino (1989), ricordiamo alcuni avvenimenti – oltre a quelli già citati per l’ex- Unione Sovietica – al fine di non disperdere la memoria e per comprendere un po’ di più quanto succede ora:   

  • l’Europa (sono 48 i paesi che delineano l’Europa come continente) non ha vissuto 70 anni di pacifica convivenza come invece è avvenuto tra i 28 (ora 27) paesi dell’Unione Europea (l’area Euro comprende 19 stati della EU). (vedi allegato). .
  • in Europa a metà degli anni 90 c’è stata la sanguinosa e fratricida guerra dei Balcani, con l’assedio di Sarajevo (dal5-3-92 al 29-2-96) che è stato il più lungo della storia bellica della fine del XX secolo; in quella guerra l’Europa è stata profondamente divisa e l’Onu si è coperta di vergogna per la passività della forza d’interposizione che si è resa complice del peggior massacro in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale, avvenuto venticinque anni fa, tra l’11 e il 19 luglio del 1995, quando le forze serbe di Bosnia trucidarono tra i settemila e gli ottomila, in prevalenza uomini e ragazzi musulmani nella città di Srebrenica.
  • in questi primi vent’anni del XXI secolo il processo d’integrazione tra gli stati dell’Unione Europea è stato costantemente frenato dall’Inghilterra che poi ha scelto con il referendum (2019) l’uscita dall’Unione;
  • di fronte all’epocale fenomeno dell’immigrazione (da paesi africani, del medio oriente, asiatici) i nazionalisti di molti paesi europei e in particolare quelli del gruppo Visegrad hanno “blindato” le frontiere (analogamente agli americani per quella messicana);

Solo quando si prospetta una tragedia anche per il proprio popolo, quando la paura del futuro inquieta il cuore, si risveglia il senso di solidarietà e si ricerca il ruolo dell’Unione Europa. E’ accaduto con la pandemia Covid quando non era stato ancora scoperto il vaccino, accade ora con l’orrore per la guerra di aggressione di Putin con il  popolo polacco che accoglie con grande generosità e protagonismo popolare i fratelli ucraini ma, ahinoi,  non quelli siriani, afghani, africani che pure anch’essi scappano dalle bombe.

Quanto sta avvenendo è il crollo di un mondo come lo si pensava con la convivenza pacifica tra le grandi potenze, una visione ben presente a metà degli anni ’60 quando prese campo quel grande movimento unitario intergenerazionale contro le armi nucleari, cantando di “mettere un fiore nei vostri cannoni..”, per dare un senso al cammino, al futuro dell’umanità.

Il quadro mondiale e europeo non è confortante, ma bisogna fare di necessità virtù per fermare nel più breve tempo la voce delle armi in Ucraina prima che si inneschi una guerra ancora più vasta nel cuore dell’Europa di valenza mondiale. Ciò può essere possibile ponendo sul tavolo alcuni punti sui quali costruire, con il negoziato, un accettabile compromesso politico, dando finalmente attuazione all’accordo di Mink 2 (vedi allegato) abbandonando l’idea di una lunga sanguinosa resistenza armata degli ucraini, ovvero fare dell’Ucraina una sorta di nuovo Afghanistan nel cuore dell’Europa. Solo un compromesso politico può trasformarsi in un punto d’appoggio per tutte le forze politiche e sociali che si propongono di frenare i venti di guerra che spingono l’Europa e il mondo alla rincorsa degli armamenti, al militarismo e al ripristino della leva militare obbligatoria. Un compromesso che richiami al tavolo negoziali le due grandi potenze (la Cina come mediatrice e la Russia) che una miope strategia di politica internazionale degli Usa (Trump e Bide non sono molto diversi in questo campo) ha operato per mettere all’angolo.

La Nato, l’Unione Europea, il Parlamento italiano hanno escluso di intervenire con propri eserciti e aerei sul territorio dell’Ucraina, ma non è ancora certo che in tutti questi protagonisti sia maturata la stessa volontà e determinazione per realizzare con rapidità un compromesso politico-diplomatico anzichè sostenere dall’esterno una lunga guerriglia di patriotti ucraini scontando la vittoria militare dei russi ormai alle porte delle principali città. E nonostante la loro lontananza geografica gli Stati Uniti sono determinanti per tale opzione. In questo contesto s’incrocia anche la drammatica scelta di chi vuole imbracciare il fucile per essere a fianco dell’esercito ucraino, di chi pensa di recarsi in Ucraina per tale fine, dei governi che intendono armare maggiormente chi sta già su quel campo militarizzato.

Qual’è la decisione, la strategia più giusta e più utile per favorire una rapida soluzione? Uno stop alla voce delle armi. Intensificare la resistenza o accelerare le scelte e i tempi per un compromesso-diplomatico? Sembra arduo gestire operativamente un mix delle due strategie. S’intrecciano valori etici, tensioni morali e razionalità delle azioni.

Il bombardamento dell’Ospedale della città di Mairupol di Mercoledì 9 marzo, un ospedale di maternità e pediatria, non solo è un atto tanto inaccettabile da richiedere il detto “grida vendetta” ma si configura come un classico crimine di guerra. La città è sotto assedio da molti giorni, sono stati distrutti quartieri, oltre 1.000 morti, senza alimentari, medicinali, luce e acqua. L’Europa e la Nato devono trovare il coraggio e la fermezza politica per imporre in quell’area, sui cielo di Mairupol la No fly zone! Un avvertimento a Putin a non oltrepassare il segno nella sua tragica avventura. Un clik per vedere le drammatiche immagini https://twitter.com/i/status/1501573868426874884 Vedi anche articoli correlati di Adriano Sofri pubblicati su Il Foglio https://www.ilfoglio.it/piccola-posta/2022/03/09/news/quei-gandhiani-o-presunti-realisti-che-si-augurano-la-resa-di-zelensky-3785766/ https://www.ilfoglio.it/autori/adriano-sofri/index.html

Fintanto si utilizzano metafore del tipo “se vedi un omone che bastona un altro, magari più piccolo, non vai in suo soccorso o perlomeno gli consegni un grosso bastone…” è semplice rispondere. Ma il caso ucraino è qualcosa che si allontana profondamente da tale metafora. Alleghiamo alcuni articoli per approfondire sia i pro e i contro all’invio di armi, sia altri aspetti  (Donatella Di Cesare, Massimo Cacciari, Domenico De Masi, Maurizio Belpietro, Marco Bentivogli, Sergio Cofferati)

Per evitare, seppure involontariamente, di trasformarci in “leoni da tastiera” o di “metterci  l’elmetto” stando però seduti davanti alla TV coinvolti in grandi emozioni e impulsi d’empatia verso un popolo tanto coraggio, poniamo alcune idee per definire inedite iniziative praticabile se esiste il necessario coraggio politico e possono influire quanto o più dell’invio di armi.

Ambasciate in teatro di guerra – Perché non riportare l’Ambasciata a Kiev? Con i soli funzionari di primo livello, inviando contemporaneamente a scopo di difesa e di dissuasione un paio di battaglioni della San Marco. Perché non proporlo ai principali governi dell’Europa (Francia, Germania, Inghilterra? Le Ambasciate sono territorio neutrale anche in tempo di guerra, in esse possono trovare rifugio esponenti di prestigio che gli invasori o i golpisti vorrebbero imprigionare. In Cile ai tempi del dittatore Pinochet l’Ambasciata italiana rimase aperta a Buenos Aires con il suo coraggioso console salvando così un migliaio di persone ricercate. Le Ambasciate sono anche un territorio neutrale per possibili incontri e  mediazioni.

Riportare la politica a Kiev – Promuovere un incontro di capi di governo europei, se non è possibile l’intero Consiglio europeo formato da tutti i capi di Stato europei, con lo scopo dichiarato pubblicamente a tutto il mondo di volere illustrare al governo ucraino una proposta con i punti preliminari per un compromesso politico, richiedendo un immediato cessate il fuoco consentendo l’afflusso di medicinali e aiuti umanitari. Si tratta di tirare fuori dai cassetti le proposte che Henry Kissenger già avanzava nel 2014 e le richieste scritte inviate da Vladimir  Putin nel dicembre 2021 (vedi allegati). Questa scelta come quella delle Ambasciate può valere come o forse di più dell’invio di 1000 moderni fucile che potrebbero anche finire nelle mani di patriotti oltranzisti non disponibili a nessun compromesso, rivoltando quelle armi contro i protagonisti di un auspicato compromesso. Su cruciale punto della proposta per avviare il negoziato scrive l’economista Emanuele Felice in “Il compromesso con la Russia che può ancora evitare il peggio”, su Domani del 6 marzo. (vedi allegato).

Agenzie giornalistiche – La decisione di far rientrare da Mosca i giornalisti è stata una reazione istintiva di reazione contro una nuova legge di censura? Rimuovere occhi liberi per vedere e orecchie attente per sentire è cosa utile in un paese che si trasforma da dittatura in sistema totalitario? Rimanere scrivendo notizie con puntini di sospensione ….. in sostituzione delle parole vietate dal governo potrebbe essere un modo di continuare a fare giornalismo pur sotto la spada di damocle della censura, oppure non scrivere articoli ma raccogliere notizie che altri cronisti lontani da Mosca potrebbero rielaborare e sottoscrivere. Delle tante ritorsioni decise contro Putin, questa del ritorno a casa dei giornalisti è forse quella che meno dispiace al dittatore russo.

L’attualità di Eschilo  – Come sempre si avvera il richiamo antico del drammaturgo greco Eschilo  “In guerra, la verità è la prima vittima”. Vale anche in parte anche per l’ Occidentale dove la libertà di stampa e l’espressione del pluralismo è un vivo caposaldo del sistema democratico. Le notizie in tempo di guerra non sono separabile dalla quota incorporata dalla “propaganda” per influenzare sia il nemico sia l’opinione pubblica.

Ad esempio: anche il Ministro degli Esteri Di Maio ha enfatizzato il voto dell’Assemblea Onu che ha condannato l’aggressione russa ( 141 Sì, 5 No, 35 astenuti, 12 assenti) che sul piano numerico (uno vale uno, ogni paese vale uno) rappresenta una alta maggioranza dei paesi chiamati ad esprimersi (circa i due terzi degli aventi diritto al voto) ma non è stato fatto notare che quel voto rappresenta all’incirca il 60% della popolazione del mondo (la Cina e l’India, astenute, rappresentano già circa 3 miliardi di abitanti). Altro esempio: poco è stato detto sui condizionamenti dei nazionalisti ucraini che hanno praticamente impedito al presidente Zelesky di dare attuazione all’accordo di Mink 2 che riguarda molti punti (dalla Crimea al Donbass) che necessariamente saranno presenti nel compromesso per un accordo che fermi le armi.

Ucraina … sorrisi per scordare la paura

Infine una considerazione sulle manifestazioni che invocano la pace e il disarmo, e su quella di Sabato 5 marzo a Roma con il clamoroso gesto del segretario generale della Cisl Luigi Sbarra che ha ritirato l’adesione della Cisl portando a motivazione, in particolare, le parole “neutralità attiva” contenuta nel testo di convocazione, un’espressione che a suo suonava ambigua configurando un’equidistanza tra aggressore e aggredito. Ma ciò non è assolutamente vero in quanto il testo contiene una chiara condanna dell’invasione russa. Sbarra ben avrebbe potuto richiedere di esplicitare il senso di quel concetto che, in genere, nella lunga storia del variegato movimento pacifista ha significato – per la sua stragrande maggioranza – la richiesta di un ruolo analogo a quello messo in atto dai “caschi blu” dell’Onu nei suoi interventi di interposizione di maggior successo, come ad esempio quarant’anni fu quello del contingente ONU al comando del generale Franco Angioni, per la durata di 18 mesi, a protezione dei profughi palestinesi scampati ai massacri di Sabra e Chatila (1982) .

La lettera di Luigi Sbarra (vedi allegato) e le circolari di richiamo all’ordine alle strutture della Cisl suonano come ignoranza della memoria storica, se non qualcosa ancora più grave, del grande patrimonio etico lasciato da chi è stato “un maestro” per una moltitudine di cislini: ricordiamo per tutti, il Sindaco di Firenze Giorgio La Pira, i parroci “controcorrente” Don Primo Mazzolari e Don Lorenzo Milani, per non citare per i nostri giorni le tante omelie e appelli di Papa Francesco che, pochi giorni prima della manifestazione disertata dalla Cisl, sulla questione delle armi ha manifestato la sua indignazione. Luigi Sbarra si è fatto conoscere molto per il suo interessamento a conoscere e controllare gli organigramma della Cisl, mettendo “in riga” ciò che gli pareva non affidabile, ben poco si conosce del suo interessamento e della sua conoscenza del pluralismo che contraddistingue il movimento pacifista, che per la manifestazione del 5 marzo esprimeva una ferma condanna contro l’invasione di Putin. Se poi parte di questo movimento nutre riserve sull’operato della Nato e si oppone ai programmi di riarmo ben si può partecipare a tale dibattito che non sarà mai esaustivo una volta per tutte, ma certamente per dare un contributo per controbattere con determinazione chi propone analisi fondate su “Né con Putin né con la Nato”. La Cisl si è chiamata fuori, commettendo un grave errore per la sua immagine e verso le migliaia di giovani, usciti da poco dalle strettoie del Covid, che hanno ripreso ad interessarsi delle grandi questioni del mondo: il clima, il disarmo, la pace.

Ma forse il vero problema sta nel fatto che Luigi Sbarra per un verso pensa come un “sottosegretario del governo” che non può allontanarsi dalle “parole chiave” delle decisioni del Governo e del Parlamento, per l’altro vorrebbe agire anche nel contesto di un movimento con tante anime come quello pacifista con la “sicurezza” con cui opera nella Cisl, con un modello autoritario e ostile verso l’espressione del pluralismo.

𝗦𝗮𝘃𝗶𝗻𝗼 𝗣𝗲𝘇𝘇𝗼𝘁𝘁𝗮 nel giorno in cui Luigi Sbarra ritirava l’adesione della Cisl, ha rilasciato invece una 𝗱𝗶𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝘀𝗮 𝗶𝗻 “𝗣𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗮”, 𝗯𝗲𝗻 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗮: 𝗖𝗶𝘀𝗹𝗶𝗻𝗶 𝘀ce𝗻𝗱𝗲𝘁𝗲 𝗶𝗻 𝗽𝗶𝗮𝘇𝘇𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗼𝘀𝘁𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗳𝗲𝘀𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 “𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲 𝗳𝗼𝗿 𝗽𝗲𝗮𝗰𝗲 “che potete leggere in allegato e con questo link https://www.bergamonews.it/…/ucraina…/499112/. Un aperto invito a partecipare, per confrontarci sostenendo che al grido “stop alle armi!” devono seguire chiare  parole per condannare «l’invasione russa dell’Ucraina» sottolineando inoltre che «l’espansionismo della Nato ad Est ha irresponsabilmente alimentato, per ragioni opposte, sia il nazionalismo ucraino sia quello delle province russofole del Donbass».

5 commenti
  1. Rodolfo Vialba
    Rodolfo Vialba dice:

    Quando ci sono un aggredito e un aggressore, e una sproporzione di forze grandissima e infame, quando da un lato c’è un popolo che difende la sua libertà e chiede aiuto e dall’altro un tiranno come Putin che lo aggredisce, prendere parte, schierarci, è inevitabile.

    Quando la guerra con tutto il suo carico di violenza, di morte, di dolore e di sangue, , sostituisce e annulla il dialogo e il confronto, non c’è “neutralità attiva” che tenga, nessuna “equidistanza” è possibile e ammissibile.

    Per queste ragioni era importante che la CISL partecipasse alla Manifestazione di Roma di sabato scorso, se non altro per affermare che “STA DALLA PARTE DI CHI GRIDA “NO ALLA GUERRA, SI ALLA PACE, E NON DOMANI, MA ADESSO”.

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  2. Raffaele Barbiero
    Raffaele Barbiero dice:

    Per il futuro (perchè la pace si costruisce quando la guerra tace): investire in modo concreto per la pace a partire dall’ISTITUIRE: il Dipartimento per la Difesa Civile, non armata e nonviolenta ( https://www.difesacivilenonviolenta.org) e dal 1994 al Parlamento Europeo la proposta di realizzare i Corpi Civili di Pace Europei (proposti da Alexander langer al parlamneto europeo nel 1994 e votati in una risoluzione apposita nel 1999. Inoltre vi sono stati altri 2 studi di fattibilità con esiti positivi nel 2004 e 2005. A tal proposito segnalo che è stata approvata la legge 194 del 2.12.2021 della Repubblica di San Marino che istituisce i Corpi Civili di Pace).
    Nello stesso tempo spendiamo 26 miliardi di euro per la Difesa, il Ministro Guerini ha ottenuto 8 miliardi di euro per acquisto di nuovi armamenti (e adesso il ministro propone un’ulteriore maumento a 38 miliardi), mentre per il servizio civile si spendono solo 300 milioni di euro; un casco degli F35 costa 450 mila euro, quanto spendiamo per formare le persone a percorsi di pace, quali scuole abbiamo? (mentre invece ci sono le Accademie Militari che fanno ciò, nulla si fa per la pace e la nonviolenza anche in termini di formazione ed educazione). Finchè ci sono queste disparità, finchè non si INVESTE sul serio sulla pace una possibile alternativa NON sarà mai costruita.

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  3. redazione
    redazione dice:

    Renato Bresciani – Amare riflessioni – Ho il cuore pieno di angoscia di fronte al fatto di assistere impotenti al disfacimento di una nazione e all’asservimento di un popolo aggredito. E’ vero che non si possono realizzare aiuti che possano rischiare di allargare la guerra, con possibili rischi nucleari, ma fino a che punto?
    Mi pare però incredibile che l’U.E., l’America, l’ONU (che si è pronunciato così a larghissima maggioranza contro l’aggressione di Putin) non riescano a imporre il negoziato tra Russia e Ucraina.E’ probabile che l’Europa o l’Occidente (pur nell’ambiguità di questo termine), abbiano commesso degli errori, ma non nell’aver allargato l’UE agli ex stati dell’Est, che non vedevano l’ora di entrarvi, quanto piuttosto l’errore di non aver aiutato economicamente la Russia nella fase del difficile e complesso percorso di transizione…Dico tutto ciò con angoscia ….perché se non interviene con uno stop e un negoziato, (né si può consigliare a un altro popolodi arrendersi, al massimo può deciderlo lui), si sa già come va a finire ….
    Occupazione militare dell’Ucraina, Governo nuovo dipendente da Mosca, milioni di profughi e un numero indeterminato di civili uccisi…e fra un po’ di tempo la nascita della guerriglia nella cuore dell’Europa .
    E’ questa la situazione tragica a cui ci conducono tutti i nazionalismi.

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  4. Carlo Daghino
    Carlo Daghino dice:

    Anch’io vivo con grande sgomento questa vicenda e la considero come il risultato del fallimento delle nostre generazioni che hanno avuto la fortuna di vivere in pace per 70 anni grazie a pochi ma lungimiranti statisti ed ora consegnano ai giovani un mondo ambientalmente a rotoli, sempre più disuguale e sull’orlo della guerra nucleare.
    Parlo di fallimento della politica che non ha saputo costruire processi di pace, come dice Renato, non ponendosi come interlocutore costruttivo verso la Russia nei momenti della sua difficoltà, ma anche fallimento della forze sociali nel non aver costruito per tempo cultura ed educazione alla nonviolenza e non aver preteso con sufficiente pressione che la politica si orientasse concretamente in quella direzione.
    Rispetto al dibattito se inviare o no armi agli ucraini e fino a che punto penso che la questione sia di fatto risolta dalla richiesta che ne hanno fatto gli ucraini. Loro sono gli aggrediti, Putin è l’aggressore, se a Kiev è stata scelta la strada della resistenza è giusto fornirgli armi nel limite di non provocare la terza guerra mondiale. Per me è lacerante scrivere queste cose ma siamo presi in quella che Massimo Giannini chiama l’alternativa del diavolo: comunque si scelga si sbaglia. In verità una alternativa teorica ci sarebbe: I “Corpi di pace” disposti a fare interposizione nonviolenta. Ma ciò non esiste nella realtà. L’ONU è sotto scacco del veto russo-cinese (e nei Balcani ha fallito completamente), ed in Italia possiamo trovare 10.000 persone disposte ad andare a Kiev e posizionarsi a mani nude davanti ai carri armati russi? Io stesso non credo di esserne capace, perchè a parole siamo tutti bravi, ma poi… la vigliaccheria o l’opportunismo sono sempre ammantati di forbite argomentazioni.
    Sto rileggendo in questi giorni i libri scritti dal mio maestro delle elementari: un prete insegnante nella scuola pubblica e che avendo visto l’eccidio di Boves decide di fare il partigiano, raccoglie armi abbandonate dopo l’8 settembre e le fa avere ai partigiani, organizza boicottaggi, arrestato, torturato, condannato a morte, non fucilato per intervento del Card. Fossati, ma tenuto in carcere fino alla fine della guerra. Dunque anche lui, prete, pur di liberare l’Italia forniva armi ai resistenti. Non so se fosse “giusto” ma era necessario, allora come oggi farlo con gli ucraini.
    Per chi come me ha fatto anche l’obbiezione fiscale agli armamenti scrivere queste cose è devastante ed è la dimostrazione del fallimento attuale di queste idee ma per accarezzarci il cuore possiamo sperare che si riesca, prima o poi, a chiudere gli arsenali ed aprire i granai come diceva Sandro Pertini, Presidente partigiano.

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  5. Fabrizio Carta
    Fabrizio Carta dice:

    INNANZITUTTO GRAZIE A QUESTO SITO per aver fornito una documentazione così ampia (anche difficile da leggere tutta, ma mi propongo di farlo). I giorni scorsi (circa 15 giorni fa), avevo inviato ad alcuni amici una breve e sicuramente incompleta riflessione.

    L’argomento Guerra è angosciante e penso che tutti guardiamo con dolore e partecipazione alle sofferenze del popolo ucraino, invaso senza pietà da un nemico soverchiante e prepotente. Un senso di impotenza mi ( ci) assale di fronte alle drammatiche richieste di aiuto. L’azione di Putin, l’invasione, crea danni enormi ai civili, è un pericolo per la democrazia, al netto di tutti gli errori del mondo occidentale. Ma oggi è da un lato il momento della condanna del regime russo, ma anche quello di raccogliere l’appello del Papa contro la guerra e della solidarietà vera verso tutti i profughi, a prescindere dal colore della pelle. E bisogna anche rimanere ammirati davanti a tanti russi che protestano e manifestano per la pace, pur rischiando arresto e carcere, mentre noi possiamo manifestare, senza conseguenze o, peggio, pontificare dai social.

    La questione è complessa e non è facile decidere e scegliere. Secondo me sarebbe stato meglio aderire alla manifestazione del 5 marzo, con le proprie motivazioni. D’altronde altre associazioni aderenti hanno criticato il manifesto dell’iniziativa con motivazioni opposte alle critiche del documento Cisl che ci è stato inviato. Penso però che gli iscritti della CISL ( come quelli degli altri sindacati) abbiano da rispondere solo alla propria coscienza e che non ci possano essere imposizioni sull’adesione su problemi così complessi e coinvolgenti, del resto neanche discussi negli organi. La stessa CISL scrive che non c’è spazio per un’adesione formale, il che potrebbe e dovrebbe essere interpretato nel senso che ci può essere un’adesione sostanziale da parte di singoli iscritti, come di sicuro è avvenuto.

    Il pluralismo delle idee, purché concordanti nel perseguire la pace, anche con le strategie diverse, devono avere cittadinanza senza censure in un’organizzazione aperta.
    Saluti.

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