In assenza di prove certe, la buona condotta salva il lavoratore dal licenziamento. La Corte di Cassazione, in contrasto con il proprio precedente indirizzo, annullando le precedenti sentenze del tribunale del lavoro e della Corte d’Appello, interviene sul licenziamento comminato ad un lavoratore che aveva richiesto erroneamente ed incassato un rimborso spese relativo ad una trasferta fatta da un suo collega e a quest’ultimo già liquidato. Tale comportamento, ad avviso dei giudici di merito, era tale da ledere il vincolo fiduciario tra datore e lavoratore al di là del valore del danno arrecato all’azienda, che nella fattispecie era esiguo.

La Cassazione* ha rilevato però che sia il tribunale di prima grado che la Corte d’Appello avevano propeso per l’intenzionalità del comportamento del lavoratore, pur in assenza di una prova piena sulla malafede. Per la Suprema Corte quindi, «tale evidente contraddizione motivazionale incide sia sulla valutazione dell’elemento soggettivo della gravità del comportamento addebitato al lavoratore, sia sul giudizio di proporzionalità della sanzione inflitta». In quest’ottica un altro aspetto sottovalutato dai giudici di merito, ad avviso dei giudici di legittimità, è stato la buona condotta tenuta dal lavoratore nel corso degli anni, il quale durante la sua carriera trentennale, non aveva mai ricevuto alcun richiamo disciplinare. 

* Cass., sez. lav., 30 settembre 2013, n. 22321

La notizia è pubblicata su Il Sole del 7 ottobre 2013

Allegato

  • Il testo della sentenza Cassazione Sezione Lavoro n.22321 del 30-9-2013

 

Allegato:
corte_di_cassazione_sez_lavoro_n_22321_30-9-13.doc

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