Dino Pesole, su il Sole, nell'articolo (sottostante) IL NODO DEFICIT: LEGITTIMO salire MA per crescere, commenta la contrastta decisione finale sul Def. Scrive così. Il Governo ha deciso di fare più deficit, salendo al 2,4%. Scelta legittima solo se le risorse verranno convogliate al sostegno della crescita e se sostenuta da impegni precisi sul fronte del debito. Percorso rischioso se il maggior deficit andrà a finanziare nuova spesa corrente. È il caso del reddito di cittadinanza e della revisione della legge Fornero. Certo saremmo comunque al di sotto del fatidico tetto del 3%, ma oltre la “linea del Piave” dell’1,6% posta nei giorni scorsi dal ministro dell’Economia Giovanni Tria (disponibile a salire al 2,1%) e da Bruxelles per assicurare il taglio dello 0,1% del deficit strutturale.

La scommessa, con il nuovo target del deficit, sarà garantire che il debito scenda grazie al sostegno al “denominatore” (il Pil) per effetto della manovra che si va a definire. Tutti elementi del confronto in atto con la Commissione Ue, che ritiene fondamentale ridurre deficit strutturale e debito. Il problema è dunque sia nell’entità dello scostamento che nella sua destinazione. Con un deficit 2019 al 2,4%, si apre un margine di azione pari a un totale di 22 miliardi, rispetto a un deficit “tendenziale” rivisto attorno all’1,1% dallo 0,8% iniziale. In sostanza, buona parte della manovra verrebbe finanziata in deficit. Vi è da chiedersi se tutto ciò servirà o meno al Paese.

Il problema però non è tanto Bruxelles, anche se l’eventuale richiesta di riscrittura della prossima legge di Bilancio non sarebbe un bel segnale. La procedura d’infrazione scatterebbe a metà del prossimo anno, ma allora i nuovi assetti politici che si determineranno dopo le elezioni europee potrebbero rimettere tutto in discussione. Attenzione merita la reazione dei mercati, perché più deficit equivale a più debito, e non dimentichiamo – lo ha sottolineato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco – che l’altra clausola di garanzia e di sostenibilità del nostro debito è l’avanzo primario: in zona assoluta di sicurezza si dovrebbe tendere dall’attuale 1,5% verso il 4% del Pil. Un aumento del disavanzo per finanziare nuova spesa corrente finirebbe per peggiorare i saldi e dunque anche l’avanzo primario.

L’altra precondizione per meritarsi la fiducia dei mercati e di Bruxelles è che i tagli alla spesa siano effettivi, strutturali e tali da finanziare in via permanente la riduzione della pressione fiscale su famiglie e imprese. Non servono trucchi contabili, tagli virtuali, lineari o semi-lineari. Serve una vera spending review. L’occasione è propizia, perché una vera, incisiva opera di riqualificazione della spesa è operazione da avviare a inizio legislatura, con un respiro pluriennale.

Nella consapevolezza che le riforme strutturali (su cui il Governo punta per accrescere il potenziale di crescita della nostra economia) richiedono del tempo per dispiegare a pieno i loro effetti. E anche la manovra sulle entrate, la cosiddetta pace fiscale, va calibrata con molta attenzione. Entrate una tantum non possono finanziare aumenti di spesa corrente né sgravi fiscali permanenti, e – stando alle regole europee – non concorrono alla riduzione del deficit strutturale, calcolato appunto al netto delle variazioni del ciclo e delle misure “one off”.

Operazione peraltro cui la Commissione Ue guarda con una certa diffidenza, perché si configurerebbe (lo appureremo meglio visionando il testo finale) come una sorta di condono. In conclusione attenzione ai rischi connessi da un lato a un eccessivo ricorso al deficit e al suo utilizzo pressoché esclusivo per finanziare spesa corrente, dall’altro alla puntuale definizione delle coperture, che dovrà essere a prova dei mercati e delle agenzie di rating.

Dino Pesole  Il Sole 28-9-2018

In allegato – I Cir e la "dittatura" dello spread_Marotta_Il Mulino

 

Allegato:
i_cir_e_la_dittatura_dello_spread_marotta_il_mulino.doc

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