Sconfitte amare del centro-sinistra in Cile e dei Democratici nello stato del Massachusetts. Che dire? Nelle elezioni politiche cilene la destra, vittoriosa al ballottaggio, ritorna al potere dopo vent’anni di governo della Concertaciòn, la coalizione del centro sinistra. Nello stato del Massachusetts viene eletto un senatore repubblicano al posto del defunto Edward Kennedy, ultimo rampollo della dinastia che da 46 anni conquistava quel seggio per i democratici.

A Santiago, alcune migliaia di manifestanti, appena saputo il risultato che dava la vittoria al candidato di destra, l’industriale Pigneda, con il 51,61% dei voti contro il 48,30 di Eduardo Frei (democristiano, e figlio di Eduardo Frei, che governò il Cile negli anni ’60), sono scesi in strada agitando bandiere del partito e busti del defunto dittatore Pinochet, al potere con il colpo di stato dal 1973 al 1990. Erano 52 anni che la destra non vinceva una elezione. L’ultimo presidente di destra fu Jorge Alessandri, eletto nel 1958. Eppure alla vigilia delle elezioni il consenso alla Bachelet, presidente uscente, era oltre l’80%. Era ragionevole pensare che questo consenso sarebbe transitato, almeno in parte, all’anziano Frei, continuando così per altri cinque anni il ventennio di buon governo della coalizione di centro sinistra. Erano stati ottenuti buoni risultati, il più importante dei quali la riduzione della povertà, scesa dal 42% al 13%.

Tuttavia, anche la Bachelet riuscì eletta solo al secondo turno, non beneficiando dell’alto consenso lasciatogli dall’allora presidente uscente della Concertazione, Ricardo Lagos. Questo conferma un fenomeno particolarmente accentuato in Cile: la forte impronta personalistica esistente nel governo del paese, dicono gli osservatori nazionali. Ma non sono mancate anche problemi interni alla sconfitta. Uno, innegabilmente dovuto alla polemica partecipazione alle elezioni di un giovane dirigente della Concertazione, Marco Enrìquez Ominami. In dissenso con la candidatura di Frei, a suo giudizio sbagliata, si candidò come indipendente, sottraendo alla Concertazione il 9% dei voti al primo turno. La non grande differenza percentuale fra Pigneda e Frei, potrebbe, almeno in parte, spiegare la sconfitta di  Frei, non permettendogli così di vincere al secondo turno.   

Sebastiàn Pignera, da parte sua, era al quarto tentativo. Le precedenti sconfitte, e quella con la Bachelet nel 2005, non avevano scoraggiato il ricco impresario cileno dal ritentare la salita al potere, avvantaggiato da poderosi mezzi finanziari – è proprietario della maggiore compagnia aerea, la LAN, l’emittente televisiva Cilevisiòn e la squadra di calcio del Colo-Colo -, e l’immagine del buon gerente dei suoi affari che lo accompagna, sono le caratteristiche che lo avvicinano di molto al Berlusconi che conosciamo.

Non mancano altre rassomiglianze con la berlusconiana realtà italiana e cioè, se risolverà, e come, l’evidente conflitto di interesse, mentre annuncia con tono carnivoro,che governerà “con mucho muscolo y poca grasa…”.

La “Coaliciòn por el Cambio” del ricchissimo industriale Pignera ha tratto dunque profitto, oltreché da ricchi mezzi a disposizione, dalla buona campagna elettorale, basata, dopo vent’anni di governo della Concertazione di centro sinistra, dal desiderio di alternanza e cambio da parte dell’elettorato. Specialmente dalla leva di giovani elettori, giovani con alto livello di studio e desiderio di imitare il successo del presidente eletto che a marzo assumerà l’incarico.

Grande “ammiratore di Sarkozy, il nuovo presidente guarda con attenzione ai paesi latino americani, particolarmente a quelli con governi di destra come Colombia, Messico e Perù, dei cui presidenti Uribe, Calderòn e Alan Garcia, si dice amico, annunciando perciò cambiamenti nelle relazioni diplomatiche.

Che dire della sconfitta dei Democratici nello stato del Massachusetts? Scomparso anche l’ultimo dei Kennedy, è prevalso il desiderio del cambio, l’affrancamento dal mito, il desiderio di esprimere un voto libero da ogni condizionamento emotivo? Probabilmente si. Ma lo scontro sul costo della riforma sanitaria voluta da Obama, il timore di maggiori tasse per pagarne il costo, e la consapevolezza che votando un senatore repubblicano tutto si sarebbe bloccato, e obbligato il presidente a rinegoziare l’intera questione, sembra essere la principale ragione della sconfitta del candidato democratico. Del resto è ciò che è avvenuto nella aristocratica realtà dello stato del Massachusetts, la Nuova Inghilterra, il Nord-Est degli stati snob, dove pagare maggiori tasse per i trenta milioni di americani senza tutela sanitaria era certo considerata offensiva al modello culturale americano. Questo modello ha sempre considerato il nero, il disoccupato, il lavoratore senza assicurazione privata della salute, una scelta dettata dalla pigrizia, prova della pochezza civile e intellettuale, dove la cultura del far da se è la prova della superiorità dell’essere “buoni americani”, dei WASP, l’acronimo del Bianco, Anglo-Sassone, Protestante.

Al diavolo il nobile e vecchio sfizio dei Kennedy – sembrano dire coloro che hanno votato il senatore repubblicano – buonisti cattolici arrivati si alla ricchezza e nell’alta società, ma di una non dimenticata origine pezzente, come i loro  affamati nonni cattolici, emigranti irlandesi. La elezione di Obama alla massima carica sembrava aver cancellato tutto questo e avviato il paese a nuovi e straordinari cambiamenti. Forse è vero. Forse l’appannamento della straordinaria figura del nuovo presidente è solo passeggera, ma la riforma sanitaria tocca gli americani nelle tasche e qui incominciano i problemi.

La parità al Senato complica tutto, e obbliga a fare i conti con famelici interessi che, non dimentichiamolo, hanno da poco più di un anno prodotto lo sconquasso della crisi economico-finanziaria che fa soffrire il mondo intero.

 

 

 

 

 

 
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