Si avvicina la scadenza elettorale di fine marzo. La Cisl ha creato e difeso nella storia del dopo guerra il suo ruolo di sindacato autonomo dal padronato, dai partiti e dal governo. In molti periodi l’immagine e la realtà combaciavano. In altri meno. In questi ultimi mesi la dissociazione della realtà dall’immagine è constatabile dai più, a volte la Cisl opera come un mero organo di consultazione del governo, con pochi margini di spostare quanto ha già deciso l’accoppiata ministeriale Sacconi-Tremonti.  Poiché in politica ciò che è immagine può essere propagandato come realtà, la Cisl ha pensato di tutelare la propria autonomia di sindacato parlando male dei cugini, cioè della Cgil accusandola di svolgere da tempo un ruolo più politico-partitico che sindacale, rinunciando alla mediazione per definire accordi con la Confindustria o con il Converno o con entrambi. Quella della Cgil sarebbe, insomma, una scelta preconcetta per favorire, per fare da sponda a chi si oppone al centro-destra, a Berlusconi. In questa accusa Raffaele Bonanni si trova in  sintonia con il Ministro del Welfare e del Lavoro Sacconi. Entrambi puntano il dito verso Gugliemo Epifani di svolegere un ruolo più utile al Pd, all’opposizone parlamentare che non agli interessi concreti dei lavoratori. Accusa che è diventata pesantissima in occasione della proclamazione dello sciopero generale della Cgil del 12 marzo, in aperta campagna elettorale. Raffaele Bonanni sottolinea che mai nella storia recente il sindacato aveva proclamato scioperi generali nel periodo elettorale, approvondo  norme interne di autoregolazione per tale periodo, per non strumentalizzare e farsi strumentalizzare da chichessia.

E’ dunque credibile l’accusa rivolta alla Cgil? Non pensiamo si possa semplificare il giudizio in questo modo,  pur essendo un dato di fatto che anche la Cgil, dopo la travolgente vittoria elettorale di Berlusconi e del centro-destra,  si sia smarrita ed abbia commesso rilevanti errori di strategia.

Lo sciopero generale dichiarato a ridosso di un’importante competizione elettorale ( un voto per l’elezione in 13 Regioni, una consultazione volutamente politicizzata oltre il significato amministrativo) fa sorgere legittimi interrogativi sull’effettiva autonomia sindacale ( esistere ed agire per la propria capacità di eleborazione e di proposta) al pari della grande attesa e dei continui rinvii che la Cisl ha concesso e concede a questo governo, ovviamente in nome di una responsabilità di fronte alla gravità della crisi.

Ma quale autonomia sarebbe quella della Cisl quando glissa o tacitamente approva decisioni del governo Berlusconi che intaccano negativamente gli obiettivi e le strategie definite nei Congressi ? Abbiamo raccolto in dieci punti una serie di provvedimenti decisi dal Governo sui quali ( pur toccando problemi di grande rilevanza sindacale) la Cisl ha…abbozzato. Una ben strano modo di praticare l’autonomia a salvaguardia di primari interessi dei lavoratori!!! Anche fare poco o nulla nel periodo elettorale è ampiamente sospstetto! Ecco i punti che abbiamo scelto:

1.      ha penalizzato le donne cancellando: a) le norme che proteggevano le lavoratrici dalle dimissioni in bianco; b) il credito d’imposta per chi assume le donne al Sud;

2.      ha penalizzato le donne innalzando l’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego senza introdurre alcuna norma a sostegno della parità effettiva del lavoro delle donne, sia per la progressione di carriera, sia per la maternità e la cura dei famigliari, riconoscendo periodi più ampi di contribuzione a fini pensionistici; non ha rifinanziato il piano straordinario del Governo Prodi sugli asili nido, né il fondo per la conciliazione e per l’occupazione femminile;

3.      ha allentato ulteriormente le norme per i contratti a termine  ed ha reintrodotto lo staff leasing e il lavoro a chiamata, che erano stati cancellati dal governo Prodi;

4.      ha derogato nella Pubblica Amministrazione  al diritto di precedenza a favore dei precari (anche da molti anni come ad esempio nella scuola) in caso di assunzione a tempo indeterminato; non ha confermato le norme di stabilizzazione dei lavoratori nella pubblica amministrazione introdotta dal governo Prodi ed ha scelto la strada dei licenziamenti nel settore della scuola;

5.      ha depotenziato il Testo unico sulla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro, in particolare imponendo il segreto d’ufficio per documenti sulla prevenzione del rischio che dovrebbero essere noti e discussi in assemblee con il sindacto ed i lavoratori;

6.      ha cancellando le norme che obbligano ai libri paga, registri matricola e presenza; rendendo così più difficili il controllo e le ispezioni a tutela della regolarità del lavoro,

7.      ha sostituito il diritto al riposo settimanale con una media quindicinale; ha ridotto il salario di produttività nel pubblico impiego;

8.      ha ridotto la durata dell’obbligo scolastico e ne ha consentito il completamento attraverso un anno di contratto di apprendistato, dando carta bianca alle aziende in  materia di attività formativa;

9.      ha cancellato norme e procedure del protocollo sul Welfare, introdotto nel 2007 dal governo Prodi e sostenuto dal “sì” di cinque milioni di lavoratori e pensionati. Ha puntato in modo sistematico alla divisione del sindacato, come strumento di controllo dei processi economici e sociali;

10. ha varato la legge 1116-B che toglie al lavoratore la possibilità di scegliere se optare per il ricorso al giudice o alla mediazione conciliativa (arbitrato) al momento in cui decide di contestare una scelta aziendale ritenuta ingiusta. Una legge a rischio d’incostituzionalità in alcune sue parti, nonostante sia stato sottoscritto un avviso comune dalle parti sociali, senza la Cgil ancora – un atto che comunque ha valore di legge – con un impegno a non utilizzare la procedura prevista dalla legge 116-B per i licenziamenti.
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