Controcanto alle “balle” sul Csm
Eduardo Bracco, magistrato, già presidente del Tribunale di Imperia, in risposta alle mumerose “balle” divulgate per screditare il csm, sostenute da esponenti di spicco del governo, compresa la stessa premier Giorgia Meloni, ha scritto l’articolo “Condanne e disciplina: i numeri falsi sui giudici” pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 15 marzo. Di seguito il testo.
Condanne e disciplina: i numeri falsi sui giudici – Eduardo Bracco – Il Fatto Quotidiano 15-3-26
<< Nei video rinvenibili su Youtube, sui giornali, sui social e in televisione, i favorevoli all’approvazione del Referendum della giustizia, compresi esponenti politici di primo piano, spesso forniscono dei numeri che appaiono favorevoli alle loro tesi e denigratori della giustizia, raramente venendo smentiti. Reputo utile fare chiarezza.
Si sostiene che, nella fase delle indagini preliminari, il gip accoglierebbe le istanze del pm in una percentuale superiore al 90% (c’è chi ha parlato del 95%, chi addirittura del 99%), a riprova della vicinanza dei due magistrati e della non terzietà del giudice, che sarebbe “appiattito” sul requirente, con pregiudizio del difensore e dell’indagato.

Questi numeri sono inventati di sana pianta, poiché non esiste una statistica al riguardo. Quando il gip disattende una richiesta, ad esempio, di misura cautelare o di intercettazione telefonica (e, nei miei 17 anni di gip, mi è capitato innumerevoli volte di farlo), il pm ne prende atto e, quasi sempre, non potendo procedere nella direzione investigativa voluta, chiede e ottiene l’archiviazione del procedimento penale, senza che di regola l’indagato sia stato a conoscenza dell’indagine nei suoi confronti e quindi senza che abbia nominato un avvocato. Il rigetto di tali istanze sfugge al rilievo statistico.
Sotto distinto profilo, si afferma che il Csm approverebbe la progressione in carriera dei magistrati con una percentuale più che bulgara, superiore al 90%, il che dimostrerebbe la natura corporativa dell’organo, a tutela e protezione di una “casta”.
Ignoro il dato statistico e ritengo che la percentuale indicata possa essere esatta, tuttavia il ragionamento parte da un presupposto sbagliato. La progressione in carriera, valutata ogni quattro anni dal Csm, non significa che il magistrato esaminato sia bravo e capace, poiché ai sensi della normativa vigente, la ottiene anche quello mediocre.
La circolare del Csm n. 21578/2024, infatti, a parte i casi più gravi e rari (criticità in ordine all’indipendenza, all’imparzialità e all’equilibrio), prevede quattro parametri di valutazione: capacità, laboriosità, diligenza e impegno.
Il giudizio di professionalità è “non positivo” e rivedibile nel tempo, quando almeno uno di questi parametri risulta carente (v. art. 13 della circolare) ed è “negativo” quando “due o più dei parametri risultano gravemente carenti” (v. art. 14): ad esempio, il giudice avrà giudizio “negativo” sulla progressione in carriera quando – dato estrapolabile dagli esiti dell’impugnazione dei suoi provvedimenti – adotta plurime decisioni abnormi, prive di motivazioni, denotanti ignoranza o negligenza nell’applicazione della legge, travisamento dei fatti e omesso esame di prove decisive (v. art. 6).
Insomma, solo nei casi gravi il magistrato non progredisce nella carriera e ciò spiega il motivo dell’elevata percentuale di approvazione.
Con riferimento all’operato della sezione disciplinare del Csm, tocca più volte sentire che le assoluzioni dei magistrati sarebbero nell’ordine del 96% e che quindi solo nel 4% dei casi vi sarebbe un giudizio di condanna, desumendosene, anche qui, la natura corporativa dell’organo ed il fatto che i magistrati non pagherebbero per i loro errori. Non è così.
La percentuale indicata, probabilmente esatta, ingloba i procedimenti archiviati che, nella quasi totalità dei casi riguardano esposti contro magistrati presentati da persone scontente della decisione ricevuta, da persone squilibrate e da grafomani; per dirne una, ho subito un esposto da chi sosteneva che fossi il capo della ’ndrangheta.
Il rilievo statistico dei procedimenti disciplinari – al pari di quelli penali (che, ove si computassero le archiviazioni, avrebbero anch’essi un esito assolutorio superiore al 90%) – deve considerare solo i procedimenti “incardinati” e allora abbiamo che dal 2010 al 2025 la sezione disciplinare del Csm ha definito 1.399 procedimenti disciplinari: le condanne sono state 644, cioè il 46%, le assoluzioni il 44% e le sentenze di non luogo a procedere il 10% (percentuali, guarda un po’, analoghe a quelle dei processi penali).
Le percentuali relative al triennio 2023/2025 sono in linea: le condanne sono state il 41%, le assoluzioni il 47% e le sentenze di non luogo a procedere il 12%.
Peraltro, le sentenze di non luogo a procedere sono per lo più mancate sentenze di condanna: il magistrato, specie nei casi gravi o quando è vicino alla pensione, se ha la percezione di ricevere una condanna disciplinare, per evitare l’onta, preferisce dimettersi dall’ordine giudiziario.
Senza annoiare coi numeri (di cui dispongo) e senza tema di smentita, posso affermare che la percentuale di condanne disciplinari dei magistrati è stata ampiamente superiore a quella di ogni altra categoria professionale e in ambito europeo è nettamente la più elevata tra le magistrature, il che dimostra il funzionamento e il rigore del nostro sistema disciplinare, come peraltro in più occasioni pubblicamente riconosciuto dall’avvocato Fabio Pinelli, vicepresidente del Csm, presidente della sezione disciplinare in assenza del capo dello Stato e, soprattutto, giurista in quota Lega, partito che sostiene il referendum.>>. *Magistrato, già presidente del Tribunale di Imperia
AI Overview – Google così sintetizza gli interventi del capo gruppo di Forza Italia
Giorgio Mulè, capogruppo di Forza Italia alla Camera e vicepresidente dell’assemblea, ha intensificato il suo attacco al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) e alla magistratura: Il nucleo della sua critica riguarda l’impunità percepita all’interno della magistratura, sintetizzata dal concetto che “nessuno paga” per gli errori giudiziari a causa di un sistema disciplinare considerato autoreferenziale e controllato dalle correnti. Ecco i punti chiave delle sue recenti posizioni, aggiornati al primo trimestre 2026:
- Il dato sull’ingiusta detenzione: Mulè ha evidenziato che tra il 2021 e il 2024 ci sono stati quasi 6.000 cittadini risarciti dallo Stato per ingiusta detenzione, mentre solo pochissimi procedimenti disciplinari sono stati aperti nei confronti dei magistrati autori degli errori, denunciando che il CSM è “ostaggio delle correnti”.
- “Cancro delle correnti” ed eliminazione: A febbraio 2026, Mulè ha dichiarato che il sistema delle correnti all’interno del CSM va “eliminato alle radici” e ha descritto l’attuale CSM come un sistema di “ricatto”.
- Separazione delle carriere e riforma: Mulè è un forte sostenitore della riforma della giustizia e della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri (approvata dal Senato a fine 2025), sostenendo che questo libererà i giudici dalla “paura” dei PM all’interno del CSM e dal controllo delle correnti.
- Attacco all’Anm: Ha definito alcuni atteggiamenti dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) e in particolare di alcuni esponenti come “eversivi” sui social contro la riforma della giustizia.
- Scontro sul referendum: Mulè ha difeso la riforma in vista del referendum confermativo, definendo “falsa” la narrazione opposta e definendo la necessità di superare il “CSM unico”.
Queste dichiarazioni – in gran parte riproposte da Giorgio Mulé nell’edizione In Onda (Telese-Aprile) di domenica 15 marzo – si inseriscono in un contesto di forte scontro politico tra Forza Italia e una parte della magistratura sulla gestione delle nomine, dei trasferimenti e delle responsabilità disciplinari.

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