La recente vendita di armi americane alla Cina nazionalista di Taiwan[1], apre una nuova inquietante ragione di conflitto, a cui si aggiungono le proteste cinesi per il progettato incontro di Obama con il Dalai Lama. Speriamo siano momentanee. Sono azioni che provocano fibrillazioni fra Cina e Usa, stabilmente ancorati tuttavia   all’importante, integrato binomio economico del G2. Certo, rimangono, le profonde divergenze di ordine politico, tra le quali il grave oltraggio al popolo del Tibet occupato dall’armata cinese. Nella regione “dei monaci arancione” il governo cinese tenta di mutare la composizione della popolazione con l’emigrazione di cinesi in Tibet, che determina forti reazioni come testimonia la recente, sanguinosa repressione nella regione Xinjiang, regione a maggioranza islamica.   

Si sa che Cina e Stati Uniti non possono, economicamente parlando, fare a meno l’uno dell’altro. Le immense riserve di dollari americani posseduti dalla Repubblica comunista cinese impediscono, da una parte, la perdita del potere della moneta americana – pilastro dell’intero sistema economico internazionale basato sul dollaro quale moneta di scambio -, e, dall’altro, la propria sottovalutata moneta che permette alla Cina di poter competere, praticamente senza ostacoli, sul fronte del commercio internazionale. L’altalenante posizione di Obama, che autorizza la provocatoria vendita di armi a Taiwan, e che compie il bel gesto di incontrare l’esiliato Dalai Lama, evidenzia l’incertezza del nuovo presidente in politica estera ad un anno della sua elezione. 

In Europa, le iniziative americane e della Nato verso i paesi dell’ex impero sovietico – paesi oggi membri a pieno titolo dell’Unione Europea -, per l’installazione di sistemi antimissile in Polonia e nella Repubblica Checa, avevano sollevato preoccupazioni e timori di accerchiamento nel governo russo, con un seguito di una momentanea ventata di guerra fredda.

La decisione di ritornare sui propri passi, modificando quelle decisioni, aveva ristabilito un clima più sereno, ma non eliminato del tutto i sospetti e gli atteggiamenti di sfida che vengono lanciate da entrambe le parti: l’ intervento russo in Cecenia, e l’intromissione in Georgia, con l’appoggio ai movimenti separatisti dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhasia, e, infine, il riconoscimento di queste regioni come entità statali autonome.

Ma è sopratutto il costante aumento delle spese militari, in quasi tutti i grandi paesi, a seminare inquietudine e a rendere preoccupare il quadro politico generale. Ultima, in ordine di tempo, la decisione americana di elevare a 708 miliardi di dollari la già enorme spesa militare per l’anno 2011.

Seppure in misura estremamente minore il problema dell’aumento delle spese militari vale anche per l’America Latina. Principalmente per Venezuela e Colombia, in aperto conflitto, seppure ancora solo verbale, ma con ripetute violazioni di frontiera,  sfoggio di esercitazioni militari e reciproche accuse di aggressività. Sono segnali inquietanti, che fanno temere il peggio. Indizi gravi di un malessere che si pensava non dovesse più presentarsi dopo la mortifera stagione delle dittature e delle violenze senza limiti che insanguinarono la Regione.  

Il conflitto fra Colombia e Venezuela si incentra sulle accuse che la Colombia muove a Chavez: di aiuto alle Farc, le formazioni guerrigliere comuniste; di voler imitare Castro, cambiando la costituzione per rimanere presidente a vita. A queste accuse Chavez  risponde accusando Uribe, il presidente di destra colombiano, di favorire le azioni degli squadroni della morte negli assassini selettivi dei membri dell’opposizione.

Tutto ciò in contrasto con le iniziative del Presidente del Brasile Lula, volte a mediare i conflitti e, con altri capi di governo, impegnato a rafforzare la cooperazione e lo sviluppo, con l’obiettivo di procedere all’integrazione dell’area sul modello europeo, dopo la realizzazione  del Mercosur, il Mercato Comune del Sudamerica e la creazione dell’Unasur, l’Unione delle Nazioni Sudamericane.

Per finire un cenno all’Italia. Il Governo ha deciso di costituire una Società per Azioni – “Difesa Servizi Spa”- per gestire il bilancio della difesa senza dover richiedere continue autorizzazioni al  Parlamento. Questa scelta ha sollevato più di un dubbio, più di una critica da parte di chi pensa che con lo strumento privatistico della Spa “..si voglia sfuggire ad ogni controllo democratico e alla trasparenza degli acquisti”. Già l’aumento delle spese e del commercio dei sistemi d’arma italiani, hanno interrotto quel processo di riconversione dell’industria bellica al civile che era stato avviato con un lungo lavoro dalla Federazione Lavoratori Metalmeccanici (anni ’70) ed è proseguito grazie alla determinazione di alcuni  non rassegnati dirigenti dei sindacati metalmeccanici.

Quello della costituzione della Spa è un “colpo di mano del governo, che pregiudica la trasparenza”, così lo definisce dalle colonne di “Repubblica”del 1 febbraio, l’ex generale e comandante del contingente militare italiano in Afghanistan, Mauro del Vecchio, ora senatore del PD. La “privatizzazione è pericoloso” e “toglie allo Stato” la gestione delle Forze Armate.   


[1] E’ l’isola di Formosa, al largo della costa cinese, dove 60 anni si ritirarono i nazionalisti sconfitti, e che la Cina popolare considera ancora come propria provincia

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