C’è il brigatista che torna sui suoi passi e li racconta senza scadere in cedimenti retorici, senza risucchi indulgenti verso forme incredibili di vittimismo e senza farsi sconti. Soprattutto, non ne chiede. Soprattutto, non offre ai suoi giudici e ai media lo spettacolo del proprio “ravvedimento” magari ben retribuito con riduzioni di pena. Alla fine del suo percorso tormentato, con pochi capelli, molti anni di detenzione e molte sigarette, Vincenzo Guagliardo produce ora libri digitali per chi non ha l’uso della vista. E’  approdato all’acquisizione che già fu di Aldo Capitini: voler lavare l’umanità con l’acqua sporca (della violenza) prepara nuove tragedie invece di eliminare le vecchie. Nel frattempo, le Br sono state sconfitte e isolate non dalle ristrutturazioni produttive del grande capitale, ma dal comportamento scelto dagli operai che, in grande maggioranza, non volevano lottare continuamente per il potere, ma solo ogni tanto per stare meglio in questa società: al massimo potevano fare il tifo nelle grandi occasioni per chi si candidava eroicamente alla lotta dura di pochi al posto della lotta quotidiana di molti che anche oggi sarebbe necessaria per degli eccetera sempre troppo incerti.

Ma, nella ricostruzione di Giovanni Biancone, la storia di Guagliardo, l’operaio comunista che divenne brigatista, è anche la storia di Guido Rossa, un altro operaio comunista che restò solo sindacalista e pagò con la vita la sua scelta solitaria di denunciare le ramificazioni del partito armato all’Italsider di Genova. Vincenzo Guagliardo (nomi di battaglia Pippo, Tino o Aldo) gli sparò alle gambe nella mattina nebbiosa del 24 gennaio 1979. Un altro componente del commando, Riccardo Dura, lo freddò con altri colpi di pistola non previsti dal piano di battaglia.

Se oggi possiamo sapere chi era Guido Rossa nell’intimità della famiglia, sulle montagne che scalava, o negli appunti che lasciava dopo le riunioni del Consiglio di Fabbrica, è però colpa di sua figlia Sabina, il terzo incomodo. E’ stata Sabina a scrivere il libro (“Guido Rossa, mio padre”). E’ stata Sabina a mettere in comunicazione la vita di Guagliardo non solo con la vita stroncata del padre perduto, ma anche con la propria vita spezzata di figlia, la vittima collaterale e più indifesa dell’omicidio. Sabina non capiva perchè le Br avevano deciso di togliere il padre alla sua adolescenza. Sabina voleva “solo” capire

Unilateralmente, gratuitamente, senza mediazioni e negoziati spendibili sul mercato delle immagini. E volle incontrare Guagliardo al riparo dei riflettori della cronaca e all’insaputa dei giudici. Ma decise di non seguire il protocollo che in questi casi prevedeva per legge il pentimento collaborativo (o, in subordine, la dissociazione), meglio ancora se accompagnato dal rito di una conversione religiosa combinata con il perdono solenne delle vittime poi coronato dal premio di una liberazione anticipata. Con sua moglie Nadia Ponti, Guagliardo ha sempre affermato di “non sentirsi in diritto di chiedere nulla ai famigliari delle persone colpite, bensì di avere il dovere di rispondere a chi volesse interpellarli”. Il colloquio, prima richiesto, poi rifiutato e infine accettato, fu un impasto di dramma e serenità, un combattimento di reciproci imbarazzi e di salive ingoiate. Il risultato fu una poco spettacolare richiesta di incontro tra Sabina Rossa e il Giudice di sorveglianza: il detenuto meritava il proprio reinserimento sociale in virtù di un silenzioso e rigoroso percorso di ripensamento personale.

Anche i famigliari di altre cinque vittime scrissero di voler “essere rispettati e riconosciuti come cittadini più colpiti di altri”, ma proposero di “guardare a un’idea di giustizia in termini di ricomposizione sociale, perchè i delitti che ci hanno segnato riguardano l’intera comunità, l’intera società, le istituzioni”. L’incontro ci fu, ma solo dopo più di un rifiuto riuscì a convincere la giustizia che a Vincenzo Guagliardo si poteva riconoscere il beneficio della libertà condizionata.

Sabina era già diventata parlamentare del partito democratico prima di affrontare l’impatto con l’ex brigatista. Questo scherzetto che molto seriamente scavalcava gli stereotipi nessuno glielo perdonò. Nelle alte sfere del giornalismo e della politica ben pochi si dettero cura di riconoscere l’autenticità senza contropartite del gesto che valse ad avvicinare la vittima e il colpevole ad un faticoso percorso di comprensione reciproca.

Fu un grande botto che nessuno udì, neppure quando Sabina osò dichiarare che la concessione della libertà condizionale a Guagliardo era da considerarsi “un gesto di civiltà”. Scandaloso. Disarmante. Soprattutto, privo di quegli effetti destabilizzanti sugli assetti della lotta politica di cui gli addetti ai lavori dell’informazione sono esigenti consumatori.  Dunque da ignorare. E pazienza.

Ora il libro di Giovanni Biancone restituisce ai due protagonisti un po’ della dignità che si sono conquistati e consegna pesanti interrogativi a questa Italia che, chiusa la stagione del terrorismo, continua a lavarsi con l’acqua sporca.

G. BIANCONE, Il brigatista e l’operaio, Einaudi Stile libero, 2011, euro 18,50.

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