Permangono i dubbi costituzionali sulla legge 1167-B per la parte che eliminirebbe il diritto a rivolgersi al giudice da parte di un lavoratore, come prevede il primo comma dell’art. 24 della Costituzione che recita “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi…”. Neppure una norma compromissoria sottoscritta dalle parti sociali in un contratto nazionale potrebbe decidere altrimenti. Afferma pIetro Ichino “ Un arbitro che decida secondo equità e non seconda la legge è una cosa profondamente sbagliata e incostituzionale se imposta come regola e non come libera scelta del lavoratore”. Il costituzionalista Federico Sorrentino aggiunge “..l’arbitrato è cosa possibile a patto però che la clausola non venga prevista nel contratto di lavoro e possa essere scelta liberamente..”.

La legge attuale è “ in fumus” di incostituzionalità in quanto l’avviso comune – sottoscritto dalle parti sociali ( senza la Cgil) con l’impegno di escludere i licenziamenti ( art.18 dello Statuto) al momento di definire la norma compromissoria nei contratti di lavoro – non è una legge e non modifica quanto scritto nella legge 1167-B, che è ancora all’esame della Presidenza della Repubblica e non è stata ancora promulgata.

 

Sulle modifiche che introdurrebeb questa legge ha scritto un articolo con interessanti riflessiioni critiche TITO BOERI su La Repubblica del 20 marzo 2010. Riproduciamo il testo completo.  

 

Il nuovo mito dell’ arbitrato

Da qualche giorno a questa parte il ministro Sacconi ha lanciato una campagnaa favore degli arbitri. No, non si tratta di un coraggioso tentativo di difendere la categoria. UNA categoria spesso bersagliata ingiustamente dall’ opinione pubblica che ha la testa nel pallone. Né vuole il ministro proteggere gli arbitri dai forsennati attacchi di tecnici, come Mourinho, che hanno letteralmente aizzato contro di loro le folle deliranti di San Siro. Gli arbitri in questione non hanno il fischietto e non vanno in giro in calzoncini corti, sono armati solo di pennae più che cartellini gialli e rossi hanno in mano taccuini, ma possono infliggere punizioni, decretare rimesse in gioco, stilare referti, scrivere lodi e imporre tempi supplementari.

Nel collegato lavoro alla Legge Finanziaria approvato in via definitiva dal Senato la scorsa settimana, questi arbitri dovrebbero sostituirsi ai giudici nella risoluzione di molti conflitti di lavoro, da quelli attinenti ai trattamenti retributivi, alle controversie che scaturiscono all’ interruzione di un rapporto di lavoro. In effetti, quel collegato contiene più una riforma della giustizia che una riforma del mercato del lavoro. Stranamente queste difese degli arbitri evitano di rispondere alle prime domande che verrebbero in mente a chiunque.

Da chi saranno composti i collegi arbitrali? Quanto costeranno?

Non c’è il rischio di mettere in piedi una burocrazia che investe di fatto sulla litigiosità col rischio ancora più di congestionare la giustizia civile? Sono quesiti importanti. Come nelle partite di calcio, le terne arbitrali nelle controversie di lavoro non si limitano ad applicare norme prestabilite. Hanno un ampio margine di discrezionalità nell’ interpretare le regole. Nel caso dell’ arbitrato secondo equità possono anche andare al di là della legge. Inevitabile che queste persone siano messe sotto pressione. Bene che, al contrario degli arbitri (e dei selezionatori di arbitri) coinvolti nello scandalo di Calciopoli, siano in grado di resistere alle minaccee alle Maserati.

Non avendo trovato risposte a tali quesiti, ho preso coraggio e mi sono messo a leggere l’ intricatissimo dispositivo collegato alla Finanziaria. Si tratta di 50 articoli, alcuni dei quali con 40 tra commi e sottocommi, che servono per lo più a concedere al Governo una delega a scrivere altri commi. Calderoli, ministro della Semplificazione Legislativa, deve essere troppo impegnato nella campagna elettorale…

Arrivato faticosamente all’ articolo 31 ho scoperto che le commissioni di conciliazione, quelle che devono tentare una mediazione di ultima istanza, vedranno la presenza di quattro rappresentanti delle organizzazioni dei datori di lavoro e quattro rappresentanti sindacali. Questi rappresentanti non verranno eletti dai lavoratori, come avviene in altri paesi, ma scelti dai sindacati «maggiormente rappresentativi a livello territoriale».

Altra figura chiave nell’ infrastruttura montata dalla legge è quella dei consulenti del lavoro chiamatia certificare,a «tipizzare»i contratti. Questa legge, se mai verrà applicata, rischia perciò di gonfiare ancora di più il già ipertrofico business giuslavoristico nel nostro Paese.

Investe nelle liti anziché cercare di definire regole chiare che riducano il tasso di litigiosità. Offre lavoro direttamente (con la certificazione e il coinvolgimento nei collegi arbitrali) e indirettamente (con norme talmente complesse dall’ obbligare i comuni mortali a doversi servire di loro) ai consulenti del lavoro.

Non a caso, l’esercito dei 25.000 consulenti del lavoro nostrani (erano 17.000 soli 15 anni fa), continua a crescere a tassi sostenuti. Nei due anni di gestazione della legge sono esplose le iscrizioni all’albo, soprattutto in Sicilia e Calabria.

Ancora la legge offre posti di lavoro e nuovi poteri al sindacato, coerentemente con un disegno di statalizzazione del sindacato, di delega alle parti sociali di servizi tipicamente forniti dallo Stato, attivamente perseguito dal ministro Sacconi.

Perché il sindacato, tutto (inclusa la Cgil che adesso tuona contro la legge), è stato silente nei due lunghi anni di gestazione della legge? Non possiamo che augurarci che tutto questo apparato porti davvero a uno snellimento delle procedure. Di certo abbiamo creato una costituency che farà di tutto per mantenere in vita il proprio lavoro. Non necessariamente quello degli altri.
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