Quale destino per la cultura del lavoro; tre grandi nodi del lavoro nel mondo che cambia

Sandro Antoniazzi e Gian Primo Cella – che fin dall’inizio degli anni ’60 anno costantemente indagato il mondo del lavoro che cambia , hanno scritto recentemente due utilissimi brevi saggi – chiari nel linguaggio – assai utili per sollecitare una riflessione a largo raggio nel sindacato, molto ripiegato sugli ammortizzatori sociali.

Sandro Antoniazzi così inizia il suo articolo. Sintetico e di grande utilità per il dibattito e la ricerca di risposte efficaci. Il mondo del lavoro è attraversato oggi in modo evidente da un’infinità di problemi e non può che essere così perché il lavoro è “incastrato” nella economia e nella società e quindi partecipa delle loro trasformazioni e vicissitudini. Proprio per questo i problemi attuali non sono né congiunturali né di razionalizzazione, in quanto attengono piuttosto ai cambiamenti epocali in corso, dove fra l’altro il lavoro costituisce spesso l’oggetto su cui scaricare le contraddizioni. Per entrare nel merito ritengo che si possano riunire le molteplici questioni attorno a tre nodi fondamentali che sono i seguenti:

  • 1 – Il lavoro manca, ce n’è poco, non ce n’è per tutti.
  • 2- Il lavoro è sempre meno importante nella vita come fattore di identità e di espressione personale
  • 3 – Con la caduta delle ideologie, il movimento del lavoro ha perso un orizzonte di valori e una visione della società che erano strettamente uniti fra loro. (…) per proseguire aprire l’allegato

in una fabbrica cinese

Gian Primo Cella in “La cultura del lavoro:quale destino?” articola in tre punti la sua riflessione:

  • 1 – Quel che è successo e di cosa parliamo
  • 2- Il secolo del lavoro (industriale)
  • 3 – La scomparsa (o l’evaporazione) della cultura del lavoro

Così inizia. Sappiamo abbastanza bene di cosa stiamo parlando. Con l’esaurirsi del secolo del lavoro, ovvero del secolo trascorso attorno alle sorti della produzione industriale, stiamo perdendo  quella che, con termine sintetico e evocativo, anche se incerto, potremmo definire come cultura del lavoro. Nel linguaggio delle discipline storico-sociali, ma poi anche nel dibattito politico e sindacale di tutti i giorni, tutto questo è stato fatto rientrare nella crisi e poi nella scomparsa della cultura del fordismo. Un termine passe-partout, che identifica non solo la produzione industriale di  massa, con le connesse forme di organizzazione del lavoro improntate al taylorismo, ma anche le grandi concentrazioni operaie, i contratti collettivi negoziati dai potenti sindacati industriali, il welfare orientato a proteggere in modo omogeneo masse di lavoratori dipendenti poco differenziati e, almeno in Europa, rapporti stabili fra sindacati e partiti socialisti o cristiano-sociali, con le connesse ricadute elettorali. Con il fordismo sembrerebbe scomparsa la cultura del lavoro o, per dirla meglio, la scomparsa del lavoro dalla cultura. (…) per proseguire aprire l’allegato

1 commento
  1. Pierluigi Ossola
    Pierluigi Ossola dice:

    Concordo pienamente con la quasi totalità delle cose che ha scritto Antoniazzi.
    In particolare, come è anche richiamato nelle conclusioni della Tavola Rotonda sul lavoro organizzata da “Sindacalmente” nel novembre dello scorso anno, concordo sul fatto che “i problemi attuali [del lavoro] non sono né congiunturali né di razionalizzazione” e che quindi dobbiamo adottare “una visione diversa del lavoro , rispetto a quella che abbiamo sempre avuto, esclusivamente riferita al lavoro salariato”.

    Collaborando in sindacato con Silvio Ortona, che per me è stato un grande maestro, ho appreso che soffermarsi sulle cose su cui si concorda serve per “fare carriera” ma non per contribuire a far fare passi in avanti alle cause in cui si crede. Dedico perciò queste poche righe alle poche cose su cui mi sembra di dissentire da Antoniazzi.

    La più importante cosa su cui non concordo è l’affermazione secondo cui : “Il lavoro è sempre meno importante nella vita come fattore di identità e di espressione personale … Si lavora perché si deve guadagnare, ma la ricerca della soddisfazione personale è ricercata altrove”. Antoniazzi, con queste parole, prende infatti a mio parere “lucciole per lanterne”, considerando come un dato “culturale” di valore oggettivo e universale quelle che sono invece inaccettabili e reversibili conseguenze del forte deterioramento delle condizioni di lavoro, sulle quali si può e si deve intervenire ridando al lavoro la qualità ed il valore che è indispensabile abbia per assicurare a tutti una vita dignitosa.
    Lo riconosce lo stesso Antoniazzi affermando che “ Ridare senso al lavoro, e non ridurlo a un puro scopo economico, è fattore essenziale per riequilibrare la vita e il lavoro; è importante la vita fuori dal lavoro, ma è importante anche il lavoro: dall’equilibrio delle due si può pensare a una vita umana migliore.” (…) per continuare aprire l’allegato “Su un punto non concordo_Ossola”

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