Il Mondiale di calcio 2010 ha attirato l’attenzione della gente, tifosi o no, verso Sudafrica, il grande paese africano, grande non solo per le dimensioni economiche, strategiche e geopolitiche, ma anche perché paese emergente e con un ruolo nei fori  internazionali al pari di Brasile e India.

Era dal 1994 che il Sudafrica non era sotto i riflettori dell’attenzione mondiale. In quell’anno ebbe infatti fine la segregazione razziale e la liberazione di Nelson Mandela, leader indiscusso dell’African Nationale Congress (ANC). Mandela assumeva con la presidenza del paese la grande responsabilità di avviare una esemplare esperienza di convivenza fra gli ex nemici, dopo gli anni dell’apartheid e i duri anni di carcere.

Il bellissimo, recente film “Invictus”, con Morgan Freeman che impersona Mandela, è un omaggio all’ex primo presidente nero del Sudafrica e rappresenta nel contempo un’efficace esemplificazione dei molti problemi che i successori di Mandela (Thabo Mbeki, che gli è subentrato nel 1999, e di Jacob Zuma, eletto nel maggio 2009), avrebbero dovuto affrontare. Anche i sogni di  grandezza che sono propri del paese: il maggiore del continente africano per sviluppo tecnico, scientifico ed economico(il 40% del Pil dell’Africa è Sudafricano).

Dopo un secolo di segregazione Mandela aveva creato un paese dove i neri, quaranta milioni di abitanti, l’80% della popolazione, erano eguali ai bianchi. Ma, a parte qualche minoranza di dirigenti dell’Anc con incarichi politici e amministrativi, i neri rimanevano poveri e con un alto tasso di disoccupazione(oltre il 30%), e i bianchi, poco più di 4 milioni, neanche il 10%, restavano quasi tutti ricchi e residenti in zone protette, separate dalla maggioranza della popolazione.

Ma non solo bianchi e neri. Il mosaico sudafricano comprende, oltre ai due colori predominanti il nero e il bianco, nelle sue due componenti afrikans, boera e britannica, anche la componente meticcia e quella indiana( va ricordato che in gioventù lo stesso Ghandi visse molti dei suoi anni in Sudafrica). Tra i complessi problemi che i successori di Mandela hanno di fronte vi è anche la ripresa del flusso migratorio interno alla ricerca di opportunità di lavoro e migliore possibilità di vita e, soprattutto, la “fuga” dei bianchi all’estero, verso il Canada, Australia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Irlanda.

Era anche accaduto all’indomani della fine della separazione razziale con la fuga di oltre un milione di afrikaner quando Frederik Willem de Klerk, l’ultimo presidente bianco in accordo con Mandela, liberato, portò il paese all’abbandono dell’apartheid. La nuova ondata dei bianchi che lasciano il paese è oggi dovuta al pessimismo circa la prospettiva futura che agita il mosaico razziale, in cui le ineguaglianze stanno accentuando scontri sociali, anche fra poveri, nelle immense, miserabili periferie avvolte da spirali di violenza ormai fuori controllo.

Si è infatti accentuata l’ineguaglianza sociale, e l’indice di sviluppo umano del Sudafrica, classificato al 129° posto sugli oltre 180 paesi classificati dall’Onu, è confermato da oltre il 40% dei sudafricani neri costretti a vivere con due soli  dollari al giorno. Certo, la fine della segregazione razziale ha reso tutti politicamente uguali, ma non ha ancora cancellato secoli di discriminazione, le cui radici sociali e culturali continuano a produrre disparità e incerte prospettive di emancipazione per la maggioranza dei cittadini non bianchi. Difficili perciò le sfide per Zuma, primo presidente eletto di etnia zulu, sostenuto dall’Anc e dal sindacato Cosatu.

Anni lontani quando Antonio Mongalo, anche lui di etnia zulu, era il rappresentante a Roma dell’Anc e del Cosatu ancora illegali e clandestini. A metà degli anni settanta  Antonio accompagnava i dirigenti della Flm nelle fabbriche armiere italiane per denunciare nelle assemblee la vergogna della vendita di armi al Sudafrica dell’apartheid. Particolarmente emozionante il ricordo del suo intervento all’assemblea della Aermacchi, quando presentando se stesso disse: “Che rappresentava quel popolo senza terra e senza diritti che veniva represso con le armi prodotte dai lavoratori di quella fabbrica!” Nacquero lì i primi obiettori di coscienza alle produzioni belliche. E così all’Alfa di Arese, dove si scioperò per estendere i diritti sindacali ai lavoratori africani dello stabilimento di montaggio di vetture Alfa di Britts, cittadina nei pressi della capitale, Pretoria.

Certamente importante per il Sudafrica ospitare il Mondiale di calcio: i riflettori del calcio hanno spazzato anni di rimozione sul maggiore paese del continente africano, al centro delle complesse e problematiche urgenze dello sviluppo. Ma, spente le luci del Mondiale, i problemi non risolti e incancreniti delle divisioni dell’arcipelago Anc, dal quale emergono i leader populisti oppositori di Zuma, che guardano a Mugabe dello Zimbabwe e al Venezuela di Chavez, è possibile che si ripresentino spinte tese a riaprire ferite mai sanate, e che hanno nelle vendette di minoranze estremiste le maggiori e più pericolose manifestazioni che potrebbero riportare indietro il paese.

Il disincanto della minoranza di afrikaner che avevano creduto nei programmi di Mandela e De Klerk, l’estremismo razzista di molti bianchi, alimentato dalle uccisioni di farmers da parte di frange estreme dell’Anc, rende molti afrikaner di origine boera e britannica dei “senza patria e senza stato”; spingendoli a seguire l’esempio delle centinaia di migliaia di bianchi che hanno lasciato il paese dal 1994.

Se ciò accadesse, il paese perderebbe qualcosa di più che migliaia cittadini. Perderebbe parecchie scommesse, alcune molto importanti. In primo luogo: la scommessa della convivenza, per la quale Mandela ha dato i migliori anni della sua vita; l’utilizzazione di risorse intellettuali e scientifiche di bianchi di fama internazionale; il prestigio del paese emergente che ha saputo guardare avanti oltre le vendette e il razzismo. Infine, l’importante ruolo che potrà giocare il Sudafrica nella riforma delle Nazioni Unite – auguriamoci in tempi brevi – quando gli verrà  riconosciuto il diritto al seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU accanto a paesi emergenti come India e Brasile, nuovi e attivi protagonisti politici  internazionali, IBSA.
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