Sindacato minimo unitario

Decreto e sindacato minimo unitario: il risultato più importante per la Cgil, Cisl, Uil è stato conseguito nei giorni precedenti l’approvazione del quarto decreto Primo Maggio del governo Meloni. Infatti la pressione sociale esercitata dalle parti sociali (Confederazioni sindacali unitariamente, Confindustria, Confcommercio e altre associazioni datoriali) hanno indotto Giorgia Meloni alla marcia indietro, rinunciano ad esercitare la delega per un disegno di legge – tornato nel cassetto –  che concedeva spazio ai cosiddetti contratti pirata, quelli che prevedono meno salario e meno diritti. A questo significativo risultato hanno concorso più fatti, anche del Cnel, come descritto nella newsletter del sito www.Diariodellavoro.it che trovate in allegato.

Il decreto Primo Maggio è stato approvato dal Consiglio dei Ministri, il 30 aprile, senza aver dato corso a nessuno confronto preventivo con Cgil,Cisl, Uil e altri parti sociali.

https://youtu.be/XRTxqgItcwk

Ci sono state, pensiamo, singole telefonate a discrezione della premier Meloni. Anche il dialogo sociale zoppica vistosamente persino nella modalità del confronto, ma ciò non sembra allarmare più di tanto la segretaria Cisl Daniela Fumarola. Al termine del Cdm con la presenza di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Tommaso Foti, si è svolta una conferenza stampa per illustrare i provvedimenti approvati. Il testo ufficiale inviato per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale non è ancora noto. Per più informazione vedere ordine del giorno e comunicato finale del Consiglio dei Ministri n.173 con questo link http://www.governo.it

Il decreto, per più punti, ricorda la consuetudine di ogni governo: il decreto milleproroghe di fine dicembre di ogni anno. Ancora incentivi a tempo per l’assunzione in scadenza per donne, giovani e Zes vengono riscritti e rilanciati, in gran parte per la sola durata del 2026, quindi pochi mesi. Ne sapremo di più leggendo il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale. La clausola antinflazione per i contratti scaduti e rinnovati con ritardo può diventare un danno per i lavoratori, tanto da far sollevare un ciglio anche a Daniela Fumarola.

Ellekappa – Supp.to La Repubblica

Le valutazioni della Cgil, Cisl e Uil hanno seguito posizionamenti già noti: Ggil fortemente critica, Cisl molto soddisfatta, Uil a metà. (Vedi articolo allegato di Rosaria Amato, su La Repubblica e fare un clic sui siti ufficiali di Cgil, Cisl, Uil) .

Abbiamo selezionato alcuni articoli di commentatori esterni ai sindacati che hanno valutazioni positive e negativi molto differenti.

La finzione del salario giustoTito Boeri   La Repubblica

I lavoratori italiani non meritano di essere presi in giro. Dall’agosto del 2021 i loro salari hanno perso circa l’8% del potere d’acquisto, come ricordato martedì dall’Istat nell’audizione presso le Commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato. Secondo l’Ocse siamo l’unico grande paese europeo in cui i redditi da lavoro non hanno tenuto il passo dell’aumento dei prezzi nel periodo post-Covid. Una delle ragioni per cui tutto questo avviene è che in Italia non abbiamo un salario minimo indicizzato all’inflazione. Questo permette paghe da fame tra i lavoratori non coperti dalla contrattazione collettiva e indebolisce l’intera struttura della contrattazione collettiva in periodi di alta inflazione. In 30 paesi su 38 dell’area Ocse esiste un salario minimo, fissato per legge in termini di paga oraria al di sotto della quale non si può scendere, a tutela dei lavoratori più deboli.

Noi da martedì, unici al mondo, abbiamo un «salario giusto». Cosa significhi in realtà a nessuno è dato saperlo. Il salario si contratta il che dimostra che ci sono visioni quantomeno discordanti su cosa sia giusto o sbagliato. Non essendo un trattamento minimo, verrebbe da pensare che sia sbagliato retribuire un lavoratore non solo meno, ma anche di più del «salario giusto». Al di là dell’ironia sul termine, la pretesa è di stabilire per legge l’intera struttura retributiva, non solo un minimo al di sotto del quale nessuna paga può scendere.(…) per proseguire aprire l’allegato.

La differenza tra salario minimo e salario giustoEnrico Marro – Corriere della Sera

Con la definizione di «salario giusto», messa nel decreto Primo maggio, il governo abbandona l’idea di entrare a gamba tesa nella trattativa sulle regole della contrattazione in corso da mesi tra Cgil, Cisl, Uil e le maggiori sigle imprenditoriali. Anzi, decide che il salario giusto è proprio quello fissato dai contratti di categoria stipulati da sindacati e sigle datoriali «comparativamente più rappresentative», quindi, di fatto, esattamente Cgil, Cisl, Uil per i lavoratori e Confindustria, Confcommercio e le altre grandi associazioni per le imprese. Come ha certificato il Cnel, già ora il 97% dei dipendenti privati è coperto da uno dei 99 contratti stipulati da Cgil, Cisl e Uil mentre solo il 2%, 350 mila lavoratori, da uno degli 800 contratti firmati da sigle minori, spesso a scopo di dumping salariale. Il decreto, proprio per scoraggiare il ricorso a questi contratti pirata, stabilisce che gli incentivi pubblici non verranno più dati alle aziende che non applicano i contratti più rappresentativi. (…) per prosegire aprire l’allegato

Salario giusto. Buoni i primi passi ma non bastanoTommaso Nannicini La Stampa

Il decreto varato ieri dal governo avrebbe potuto benissimo ispirarsi al 31 dicembre anziché al primo maggio: più che una riforma del lavoro somiglia a un milleproroghe. Gli incentivi all’assunzione in scadenza per donne, giovani e Zes vengono riscritti e rilanciati per altri dodici mesi. Cambia il marketing, non la sostanza. Sarebbe ingeneroso non riconoscere, però, che nel decreto ci sono anche due aperture serie: il giusto salario e una clausola antinflazione per i contratti scaduti, accompagnata da una nuova infrastruttura dati sulle retribuzioni. Due passi nella direzione giusta, anche se da soli non bastano e quello che manca risuona di più rispetto a quello che c’è. Partiamo dal salario giusto. È la prima volta che nel nostro ordinamento si dice per legge cos’è la giusta retribuzione prevista dall’articolo 36 della Costituzione, provando a estendere erga omnes i minimi salariali contrattuali. È un passo notevole. Ci sarà chi obietterà, e l’obiezione non è infondata, che la Cassazione con le sentenze gemelle del 2023 ha già affermato il potere del giudice di andare anche sopra i minimi contrattuali, se ritenuti inadeguati. Vero. Ma il decreto offre comunque un riferimento normativo certo, che oggi manca (…) per proseguire aprire l’allegato

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